Hannah & Benji

Antonio Gnoli scrive de L'angelo della storia su Repubblica.

Conosciamo quasi tutto di Walter Benjamin. Perfino con quali indumenti si trascinava in fuga verso la via spagnola: due camice nella valigia, uno spazzolino da denti e, forse, un manoscritto al quale stava lavorando. Sappiamo della sua vita geniale e non propriamente fortunata. Vengono in mente certe fragili figure di marzapane che allietarono la sua fantasia di bambino precoce.

Hannah & Benji

I nostri cani ci insegnano a morire

I nostri cani ci insegnano a morire

Stefano Jesurum scrive di Pierre di Yoram Kaniuk
su GLI STATI GENERALI


Da amante di cani e di bambini, nel corso degli anni mi è capitato di leggere sul rapporto che ci lega al cane, definito con il melenso e retorico appellativo di “migliore amico dell’uomo”. Avvertenza: se qualcuno inorridisce al parallelo cani-bambini non prosegua nella lettura poiché chi scrive ha sempre considerato sul medesimo piano affettivo i figli pelosi e no. Mi sono così imbattuto in banali pagine strappalacrime. Spesso. Non sempre però.


Amore o guerra: il bivio fatale della teologia

Vito Mancuso scrive su Repubblica di
Non nel nome di Dio di Jonathan Sacks


La questione al centro del nuovo libro di Jonathan Sacks - "Non nel nome di Dio", edito da Giuntina - ce la siamo posta tutti, ma, formulata da colui che fu per molti anni rabbino capo della "United Hebrew Congregations of the Commonwealth" e che è una delle voci più autorevoli dell'odierno dibattito teologico internazionale, assume una certa perentorietà. Eccola: «L'ebraismo, il cristianesimo e l'islam si definiscono come religioni di pace e tuttavia tutte e tre hanno dato origine alla violenza in alcuni momenti della loro storia». Come mai? Come spiegare il paradosso di religioni che vogliono la pace e che però producono guerra e terrorismo? La questione interessa tutti, non solo i credenti, perché la religione è tornata sulla scena mondiale e tornerà sempre più; anzi, per Sacks il XXI secolo è «l'inizio di un processo di de-secolarizzazione di cui la prova principale

Amore o guerra: il bivio fatale della teologia

Pura emozione

Pura emozione

Corneli Nepote scrive sul suo blog di
Il sacrificio del fuoco di Albrecht Goes

Si parla di ebrei e deportazioni nella Germania nazista con uno sguardo dal livello della strada, lo sguardo di una donna tedesca, moglie del proprietario di una semplice macelleria. Si potrebbe commentare dicendo che è l’ennesimo libro che parla di ebrei e nazisti e dei tormenti che subirono i primi per mano dei secondi. In effetti è così, ancora un libro che parla di quello, quando ormai non tanto la memoria, ma il sentimento di quei fatti e di quel tempo si sta spegnendo. È appena trascorsa l’annuale celebrazione della Giornata della Memoria con la sincera condivisione da parte di molti, ma anche con la sua carica di ipocrisia e di strumentalizzazione. Eppure è solo di memoria che si parla, non già del sentimento, come se bastasse avere cognizione dei fatti per mantenere viva un’emozione. Non basta, si sa. La memoria è una trascrizione della Storia, con tutti i suoi aggiustamenti, omissioni e distorsioni. Non è un sentire l’emozione dei fatti, non necessariamente, anche se certo ne è un prerequisito. Ci si accontenta del prerequisito, della concettualizzazione cerebrale, abdicando alla vita che si sprigiona dalle viscere quando i fatti sono parte del metabolismo. Forse è il massimo che si può fare.

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    La mia Israele declinata in versi

    La mia Israele declinata in versi

    Intervista alla poetessa Agi Mishol a cura di
    Anna Linda Callow e Cosimo Nicolini Coen

    “La poesia ebraica – ha scritto Ariel Hirschfeld, professore di letteratura all’Università Ebraica di Gerusalemme – fino alla fondazione dello Stato, fu il mezzo primario nella formazione del nuovo ebreo. Fu una rivoluzione culturale di cui è difficile esagerare l’importanza per il popolo ebraico.


    Il vero volto dello yiddish

    Il vero volto dello yiddish

    Wlodek Goldkron scrive su Il viaggio di Yash
    il capolavoro di Jacob Glatstein


    Se Jacob Glatstein non fosse scrittore yiddish, oggi sarebbe considerato a parità di un Kafka, Joyce o Svevo. Nato nel 1896 a Lublino in Polonia, morto a New York nel 1971, una vita, a partire dal 1914, trascorsa nella metropoli sul fiume Hudson, a differenza del suo collega Isaac Bashevis Singer, Glatstein non ebbe la brillante idea di tradurre i suoi libri in inglese mentre li componeva nell'idioma materno, e magari in una versione diversa rispetto all'originale, come faceva appunto il Nobel per assecondare i gusti di ogni pubblico.


    La scrittura cresce con chi legge

    La scrittura cresce con chi legge

    Lorenzo Fazzini scrive su Avvenire
    di Leggere la Torà di Catherine Chalier


    Buone compagnie di viaggio (intellettuale). Nella sua forte presa di posizione contro l’assolutezza della scienza applicata alla Scrittura e, al contempo, nel suo opporsi ad ogni lettura fondamentalista della stessa, Catherine Chalier, filosofa, allieva e interprete di prim’ordine di Emmanuel Lévinas, vanta ottimi alleati.


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