Intervista a Yoram Kaniuk

Con la pubblicazione dei suoi romanzi Adamo risorto e Himmo re di Gerusalemme riproponiamo la bella intervista che Claudio Pagliara fece a Yoram Kaniuk in occasione dell'uscita del suo 1948.


Un po' ci eleva, un po' ci adagia

Annarita Celentano scrive su Mangialibri
di Himmo Re di Gerusalemme di Yoram Kaniuk


 

Nel 1948, in piena guerra arabo-israeliana, Hamotal Horowitz arriva a Gerusalemme: la città è sotto assedio, ma lei sembra quasi non accorgersene. Avverte la paura, quella sì: sente tutto il mutismo delle cose e, insieme, le pare di conoscere già la strada per il convento di San Gerolamo, “come se ci fosse già stata”. Un immenso albero, “le cui fronde oscurano il cielo”, la accoglie nel cortile della struttura.

Un po' ci eleva, un po' ci adagia

I nostri cani ci insegnano a morire

I nostri cani ci insegnano a morire

Stefano Jesurum scrive di Pierre di Yoram Kaniuk
su GLI STATI GENERALI


Da amante di cani e di bambini, nel corso degli anni mi è capitato di leggere sul rapporto che ci lega al cane, definito con il melenso e retorico appellativo di “migliore amico dell’uomo”. Avvertenza: se qualcuno inorridisce al parallelo cani-bambini non prosegua nella lettura poiché chi scrive ha sempre considerato sul medesimo piano affettivo i figli pelosi e no. Mi sono così imbattuto in banali pagine strappalacrime. Spesso. Non sempre però.


Amore o guerra: il bivio fatale della teologia

Vito Mancuso scrive su Repubblica di
Non nel nome di Dio di Jonathan Sacks


La questione al centro del nuovo libro di Jonathan Sacks - "Non nel nome di Dio", edito da Giuntina - ce la siamo posta tutti, ma, formulata da colui che fu per molti anni rabbino capo della "United Hebrew Congregations of the Commonwealth" e che è una delle voci più autorevoli dell'odierno dibattito teologico internazionale, assume una certa perentorietà. Eccola: «L'ebraismo, il cristianesimo e l'islam si definiscono come religioni di pace e tuttavia tutte e tre hanno dato origine alla violenza in alcuni momenti della loro storia». Come mai? Come spiegare il paradosso di religioni che vogliono la pace e che però producono guerra e terrorismo? La questione interessa tutti, non solo i credenti, perché la religione è tornata sulla scena mondiale e tornerà sempre più; anzi, per Sacks il XXI secolo è «l'inizio di un processo di de-secolarizzazione di cui la prova principale

Amore o guerra: il bivio fatale della teologia

Lettere dal '900

Lettere dal '900

Matilde Quarti scrive su Panorama
sulla Corrispondenza tra Nelly Sachs e Paul Celan


È l’Europa più novecentesca quella che si respira nella Corrispondenza (appena pubblicata nella sua interezza da Giuntina) tra il poeta Paul Celan e Nelly Sachs, poetessa e vincitrice del Nobel nel 1966. Si tratta di un lungo dialogo tra due anime affini, legate da una sensibilità profondamente ferita dall’Olocausto (entrambi di discendenza ebraica, hanno vissuto l’orrore dell’antisemitismo sulla loro pelle e su quella dei loro cari) e da un’attenzione febbrile per la parola, sia questa scritta o parlata.
Le loro lettere – quelle di Nelly Sachs sono in numero maggiore –, con un linguaggio che per forma e stile appare oggi decisamente desueto, in poche righe e molti convenevoli riescono a trasmettere le atmosfere dell’Europa tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta: un paese profondamente ancorato alla storia in cui i confini sono qualcosa di estremamente tangibile e la libertà di movimento di cui godiamo oggi un sogno non ancora realizzato.

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    Una discussione attuale dal Talmud

    Una discussione attuale dal Talmud

    Leggendo questi passaggi talmudici dal trattato Berakhòt  (27b-28a) non vi sembra di assistere a una discussione molto attuale? E quanti spunti di riflessione!
    Rabban Gamliel e Rabbì Yehoshua si affrontano più volte nel Talmud con opinioni divergenti su vari argomenti. Rabban Gamliel era Presidente del Sinedrio e più di una volta umiliò pubblicamente Rabbì Yehoshua. Questo accade anche in un passaggio contenuto nel Trattato Berakhòt (27b) a causa di una discussione sull'obbligatorietà della preghiera serale di 'Arvìt.


    Il vero volto dello yiddish

    Il vero volto dello yiddish

    Wlodek Goldkron scrive su Il viaggio di Yash
    il capolavoro di Jacob Glatstein


    Se Jacob Glatstein non fosse scrittore yiddish, oggi sarebbe considerato a parità di un Kafka, Joyce o Svevo. Nato nel 1896 a Lublino in Polonia, morto a New York nel 1971, una vita, a partire dal 1914, trascorsa nella metropoli sul fiume Hudson, a differenza del suo collega Isaac Bashevis Singer, Glatstein non ebbe la brillante idea di tradurre i suoi libri in inglese mentre li componeva nell'idioma materno, e magari in una versione diversa rispetto all'originale, come faceva appunto il Nobel per assecondare i gusti di ogni pubblico.


    Prendersi cura dell'anima

    Prendersi cura dell'anima

    “Prestare attenzione all’anima”, citando un piyut (poesia liturgica) di Rav Shmaya Kosson, ovvero adoperarsi per essere in contatto con essa avendone cura nel cammino che si protrae per tutta la vita è l’esortazione che pervade il saggio di Adin Steinsaltz, “L’anima”, in libreria in questi giorni


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