Racconti: Amor ch'a nullo amato amar perdona


Di Marina Morpurgo

Si chiamava Eliezer, ma dentro di me lo chiamavo dolcemente Lizy. Lui non lo sapeva, ma molto meglio così perché temo che non avrebbe apprezzato, era così timido, lui: Dio può essere una poderosa causa d’inibizione, magari non lo fa per cattiveria, ma il risultato è quello.
Eliezer bussò alla mia porta in un pomeriggio di settembre, gli aprii sbuffando, lo avevo visto attraverso lo spioncino e mi era venuta la tentazione di muovermi piano piano in silenzio per far finta di non essere in casa.
Aveva un soprabito nero, il cappello con la falda nera, i pantaloni neri e la camicia bianca. Era un ebreo ortodosso, corrente mistica, nella mia zona ce n’erano parecchi, tutti pallidi come stracci per il troppo studio, tutti convinti che il Messia fosse in dirittura d’arrivo o magari già arrivato, quatto quatto, e in attesa di rivelarsi. Ma fino a quel momento avevamo avuto rapporti molto labili e distanti – appena qualche sorriso per strada, cioè io sorridevo ma loro non capivano che io stavo sorridendo all’idea esilarante e pazzesca di poter avere qualcosa in comune con loro – tranne quella volta che con la mia bicicletta ero quasi entrata nel bagagliaio del loro furgone, perché con il Messia in arrivo (era questione di poco) giustamente passavano in secondo piano alcuni dettagli terreni come la guida sicura, l’uso delle frecce in curva, i parcheggi allineati. Non si può rompere le palle al Messia con queste faccende di bassa lega.
Quando Eliezer arrivò, dunque, non avevo nessuna voglia di parlargli perché al Messia – in arrivo o meno che fosse – non credevo affatto, e poi perché avevo paura di fare brutta figura con la mia abissale ignoranza teologica. Sapevo di non sapere, ma mi seccava farlo sapere. Avevo paura che mi interrogasse, nel tentativo di capire se ero recuperabile o meno. Era il periodo delle grandi feste ebraiche, e io su quelle secondarie facevo un po’ di confusione. Anche su quelle primarie, ma già un po’ meno.
Comunque aprii la porta, rassegnata e pronta alla gogna. Certo non era venuto a chiedermi indicazioni stradali. Aveva visto un cognome ebraico sul citofono – perché diavolo non mi chiamavo Brambilla? Mi sarei risparmiata un mucchio di seccature, tra aspettative mal riposte (dei miei correligionari) e pregiudizi infondati – e aveva premuto il pulsante, con il nobile proposito di salvare un’anima pericolosamente pencolante verso l’ateismo e l’assimilazione.
Mi trovai davanti questo volto un po’ macilento, dai lineamenti regolari, non brutti. Mi chiese cautamente se sapessi che di lì a tre giorni ci sarebbe stato il Capodanno ebraico. Mi rilassai, perché la domanda era facile: certo che lo sapevo, lo sanno anche i bambini dell’asilo. Arrossendo leggermente frugò nel borsone e mi domandò se per il Capodanno avevo voglia di accendere le candele, perché lui era venuto a portarmele. Non ne avevo avuta la benché minima intenzione, ma me lo chiese con tanta gentilezza, con occhio così speranzoso che non solo dissi di sì, ma per non dargli un dispiacere finsi un entusiasmo travolgente. Non vedevo l’ora di accenderle, proprio.
Sapevo recitare le benedizioni per il Capodanno? Lì mi toccò confessare, chinai il capo in attesa della parola di rampogna, dell’occhiata severa. Ma lui con dolce pazienza me le insegnò, dopo avermi regalato due candele, semplici ma carine, e mi raccontò anche una storiella rabbinica che non mi dispiacque perché aveva un che di comunista, forse aveva assunto informazioni sul mio conto e me l’aveva raccontata apposta. Poi mi salutò, chiedendomi il permesso di tornare.
Tornò, infatti, anche se il mio non era stato esattamente un permesso, era stata solo un’occhiata rassegnata, venata di stanchezza, ci sono religioni più faticose delle altre, a me era toccata la più sfigata, zero consolazioni, mille difficoltà. Divenne un’abitudine. Arrivava ogni settimana, mi portava due candele – non sapevo più dove metterle, visto che nella mia infingardaggine poi non le accendevo mai, il cassetto di cucina era pieno e avrei potuto sopravvivere a un black out elettrico di un mese –, mi raccontava una storiella educativa piena di profeti e mi faceva ripetere le preghiere che avrei dovuto recitare nel giorno e ora stabiliti. Io ero commossa da questa abnegazione, ma anche spazientita. Eliezer di solito irrompeva quando ero in pigiama o mentre stavo parlando al telefonino. Se intuiva che la conversazione sarebbe andata per le lunghe era anche capace di interrompermi, per una «sveltina»: lui diceva veloce la benedizione, io la dovevo ripetere, poi lui mi diceva l’orario di accensione delle candeline e io glielo dovevo ripetere per far vedere che avevo capito, il tutto senza smettere di telefonare, giacché conservavo un briciolo di orgoglio laico e non potevo permettere alla religione di invadere così la mia vita.
«Perché mi parli in aramaico?» chiese stupefatto il mio amico Stefano, una sera. In effetti lui mi stava raccontando di un’ascensione al Gran Paradiso e io senza preavviso tra un seracco e un crepaccio mi ero messa a salmodiare, e poi avevo detto «Diciassette e cinquantatré» mentre Eliezer annuiva rassicurato.
Non so quando tutto precipitò, non l’ho mai capito. Forse il giorno in cui, dopo aver detto la benedizione, invece che scacciarlo con il pretesto che avevo tantissimo da fare – e lui non si spazientiva mai, non si offendeva, mi augurava di essere felice e s’incamminava con quel suo passo beccheggiante, svolazzando sul marciapiede – gli chiesi se per favore poteva sistemarmi le viti di una cassettiera Ikea che stava cadendo a pezzi. Mi guardò allibito, ma poi lo fece, con quelle mani pallide e lisce, quasi femminee.
La settimana dopo toccò a un tubo sotto il lavandino, si trattava solo di stringere un bullone ma io avevo paura di far danni, lui dovette togliersi il cappotto, non avevo mai avuto un idraulico dalla cui tuta spuntassero le frange di uno scialle da preghiera.
D’altra parte a chi avrei dovuto chiedere questi minuscoli piaceri? Da tanto non passavano uomini per casa, da tanto nessuno si occupava gratis di me, e io ero così stanca. Cominciai a bearmi di quei momenti di totale regressione infantile. Appagare Eliezer era così facile, così rilassante, da me si pretendeva così poco. Dovevo solo ripetere gesti e parole, e se sbagliavo non succedeva niente. Era un uomo innocuo, gentile, non voleva nulla per sé, non voleva sopraffarmi. Persi quel vago senso di sfida adolescenziale al divino che i primi tempi mi aveva portata a ciancicare le parole. Ora mi impegnavo per far contento Eliezer, mi piaceva vederlo sorridere.
Rispolverai un vecchio libro di preghiera delle scuole elementari, tanto per fargli una sorpresa: prima che arrivasse davo una ripassatina furtiva, infatti ormai benedivo come un treno, veloce e sicura. Frutti della terra, pane (azzimo o normale), luci, lavaggio mani: bastava chiedere. Avevo solo il problema di non riuscire a pronunciare l’invocazione al Signore, al solo nominare Dio mi pareva che la lingua mi si allungasse a dismisura in mille volute, e invece di quelle due splendide parole così solenni mi usciva un ignobile farfuglio sputacchiante, come se Dio esistesse davvero e avesse compreso che i miei fini si stavano intorbidando – tra l’altro continuavo a non accendere le candele, in fondo non ci voleva molto, no? – e comprensibilmente mi stesse mettendo i bastoni tra le ruote perché lo stavo pure prendendo in giro, lui, il Re dell’Universo. Doveva essere proprio così, come spiegare altrimenti il fatto che potevo ripetere senza intoppi a red rat runs around the road e anche she sells sea shells on the sea shore?
Quei lavoretti di casa non sembravano infastidire Eliezer. Non avvampava neanche più quando, dopo la storiella rabbinica, gli ficcavo in mano un elettrodomestico inceppato, riuscì persino a sistemarmi il grattaformaggio e questo proprio non l’avrei mai detto. Sembrava più rilassato, sempre più contento di vedermi.
Io invece avevo cominciato ad agitarmi. Quella sua maniera di arrivare senza preavviso era come un’arma appuntita. Cominciai a vivere sotto l’influsso di due terrori combinati. Il primo era che lui entrasse e mi cogliesse in flagrante con un salamino sul tagliere. Già una volta era successo che lui piombasse in casa – un monolocale con maledetta cucina a vista – mentre nel forno arrostivano tre stinchi di maiale (proibitissimi) e io in preda alla disperazione avevo finto di appoggiarmi con noncuranza al mobiletto del forno, in modo da fare da paravento umano. Se la benedizione non fosse stata di quelle molto brevi – era solo un semplice sabato, per fortuna – mi sarei ustionata gravemente le gambe: il forno era a 200 gradi, con la ventilazione, come se non bastasse.
Il secondo terrore, e a poco a poco divenne quello prevalente, fu quello di mancare la sua venuta. Il venerdì non uscivo più di casa. Ma un paio di volte venne di giovedì, così non uscivo più neanche di giovedì. E oltretutto c’era anche il rischio che lui anticipasse e arrivasse di mercoledì. Le mie amiche si chiedevano se non fossi in preda a una forma subdola di depressione, visto che neppure le prospettive più attraenti – cinema, cene, un tale non gay, single, abbastanza intellettuale, di bell’aspetto e apparentemente non psicotico – sembravano sufficienti a stanarmi. Alla fine fui costretta a confessare, perché due delle più care erano medici, e mi stavano già prescrivendo un blando antidepressivo, da quanto erano angustiate. Spiegai per telefono la faccenda ad Antonella, che oltretutto era la più razionale.
«Ok. Purtroppo tu non sei normale» disse, e poi mi buttò giù la cornetta perché l’idea di discutere su una cosa del genere la esasperava.
Stavo diventando sempre più nervosa, turbata. Quando entrava ogni tanto avevo voglia di sfiorargli le mani. Sì, insomma, era amore: spirituale ma anche terreno. Più terreno, direi. Ero convinta che anche lui fosse ansioso di un contatto fisico, ma avevo paura. Una volta avevo dato soprappensiero la mano a un ebreo ultraortodosso prima di un Kaddish per uno zio defunto, e questo aveva fatto un balzo indietro inorridito perché non poteva essere toccato da una donna, così io mi ero offesa a morte a causa di questa reazione tanto retrograda, ingiustificata, anche perché lui era un vero sgorbio, un cesso improponibile, a dirla tutta, e dunque certo la mia mano non aveva brame sessuali, era solo un fatto di buona educazione, manco a pagamento lo avrei sfiorato per scopi diversi.
Ma come avrebbe reagito il mio Eliezer-Lizy al mio tocco? Intanto mi consolavo: l’amore platonico ha la sua bellezza, avrei saputo aspettare, questa nuova dimensione spirituale era affascinante, esotica. Un ménage à trois: io, lui e il Re dell’Universo. Però aspettavo con ansia delle parole più intime, quelle parole di passione che – ne ero certa – gli tumultuavano nell’anima. Lo ascoltavo trepida, a occhi sbarrati, quando mi parlava del popolo ebraico, del suo essere variato e uno, del ruolo di ognuno. Speravo che da un momento all’altro avrebbe lasciato la generalità del popolo per entrare nello specifico, cioè la mia persona, cioè io in quanto femmina. In fondo ero anche io figlia di Abramo e meritavo un trattamento un po’ meno vago.
Una mattina mi venne un’idea, per trattenerlo e rendere l’atmosfera di casa mia più intima, più da marito e moglie. Finora non avevo potuto offrirgli neppure un tè, perché le mie stoviglie erano impure e lui mai avrebbe accettato di posarvi le labbra. Ma se io avessi rispettato tutti i precetti, se avessi avuto dei bei piatti e tazze a norma? Era davvero un’idea strepitosa, anche perché l’avrebbe presa – qui mi vergognavo un po’ – come un primo passo verso il rispetto dell’ortodossia ebraica.
Mi trascinai fino all’Ikea con l’autobus, portai a casa un servizio completo di piatti modesti e bruttarelli ma puri, sudando come un cammello e facendomi venire il colpo della strega. Poi misi il servizio buono – porcellane tedesche di ottima fattura, grazioso bordino verde – in un cassone, e fracassai tutto per rendere evidente agli occhi di Eliezer la serietà delle mie intenzioni. Ventiquattro coperti, Eliezer, per te ho fatto fuori ventiquattro coperti di Meissen.
Era mercoledì. Giovedì Eliezer non venne, mi tenni pronta per il giorno seguente. Venerdì mattina non venne, ma ancora non disperavo. Venerdì alle quattro non era ancora arrivato, il crepuscolo si stava avvicinando pericolosamente, il sabato stava per arrivare e lui mi aveva mollata lì, senza uno straccio di benedizione.
Cominciarono a venirmi pensieri orribili, insostenibili. Aveva intuito la mia non sincerità ed era andato ad accendere le candele da un altro. Da un’altra, magari. Una timorata di Dio, non un’infame illuminista, scientista, positivista, già agnostica e probabile futura atea, un’assimilata impenitente (in casa una volta avevo avuto un albero di Natale), una porca del gregge di Epicuro (ero già all’autoflagellazione, ormai). Aveva capito che ero una causa persa, che ascoltavo le storie rabbiniche pensando ad altro, lo avevo deluso, non sarebbe più tornato.
Contemplai con le lacrime agli occhi il cassetto pieno di candele, il segno tangibile del mio animo cinico, della mia falsità. Meritavo la solitudine, l’angoscia, tutto, tutto e di peggio. Tirai fuori quei lumini uno a uno, li disposi sul ripiano di marmo della cucina e li accesi tutti insieme, piangendo per il rimorso e biascicando vaghe e blasfeme invocazioni. L’effetto era macabro e comunque lì, tutti insieme, al buio, facevano l’effetto dei lumini da chiesa. Da chiesa! O cazzarola! Ci mancava solo quello, nella remota ipotesi che arrivasse proprio in quel momento. Le spensi percuotendole istericamente con uno strofinaccio umido, ci tenevo a non fare la figura della convertita, della traditrice.
Guardai fuori dalla finestra. Era calata la sera, annunciando l’ora della preghiera. Il sabato era giunto, Eliezer no. Ormai non sarebbe più venuto.
La settimana fu orribile, mi sentivo persa. E poi lui tornò, illudendomi. Era giovedì, lui era più pallido del solito, quasi lunare, un grigiore lattiginoso da gambero di fiume, e ogni due per tre si soffiava il naso in un fazzoletto gigantesco. Capii al volo e sorrisi, di nuovo felice. Come avevo potuto pensare che avesse un’altra donna, un’altra pecorella da riportare nel gregge di Abramo, quando aveva solo la bronchite?
Ma non feci in tempo a gioire. Lui mi disse: «Sto per partire, alla fine del mese torno a New York, a studiare nella yeshivà. Ma non la lascerò sola, le manderò un mio amico...».
Un amico, Eliezer, un amico? Io volevo te, Eliezer! Imbecille che non sei altro!
Questo nuovo mondo spirituale mi si sgretolò addosso. Non feci caso alla storiella rabbinica, recitai malissimo tutto. Ero furente, frustrata, delusa. Non ero io che gli interessavo, era Dio. Era venuto per mesi, ma di me non gli importava: di me poteva occuparsi un amico. Feci a Dio una spaventosa scenata di gelosia. Era sleale, se esisteva davvero. Era una concorrenza amorosa che non potevo sostenere. La sua sapienza eterna, il suo essere immutabile e indistruttibile contro il mio modesto potenziale da donnetta. Troppo comodo, caro il mio Dio!
Piansi per ore e poi decisi di non cedere senza lottare. Eliezer sarebbe venuto a salutarmi la settimana seguente e io non avrei passato sette giorni a disperarmi, persa nel lutto. Il venerdì mattina ripassai accuratamente il mio guardaroba, trovai una gonna lunga scura, faceva molto ortodosso, la abbinai a una maglia aderente a maniche lunghe, che evidenziava il seno e faceva un po’ zoccola: un magnifico miscuglio di timoratezza e sensualità. Mi passai un filo di rossetto, un sospiro di rimmel, un poco di fondotinta. Erano mezzucci, chiaro, ma non avevo altre armi.
Quando Eliezer arrivò mi guardò un po’ perplesso, le altre volte mi aveva sorpresa in tuta da ginnastica, un paio di volte appunto con il pigiamone felpato con le pecore, qualcosa non gli tornava.
Fui splendida e brillante nella prova della benedizione, lui mi sorrise. E allora io mi feci coraggio – alla faccia di Dio – e gli dissi con voce un po’ arrochita: «Oh, Davide, voglio essere la tua Betsabea». Lui fece un balzo indietro, bianco in volto. Lo sapevo, lo sapevo, mi amava anche lui, mi desiderava e ora era dilaniato da un conflitto interiore.
«Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso! Anche il nostro letto è verdeggiante» gli recitai lesta lesta e poi sporsi le labbra tumide, pronte al bacio del grazioso diletto. Il Cantico dei cantici lo colse di sorpresa, lo fece vacillare.
Raccolse le sue cose e fuggì, le falde del cappotto svolazzavano in strada, una rondine impazzita di terrore. Avevo perso Dio tanti anni prima, ora stavo perdendo l’ultimo dei suoi manovali, non ero stata capace di trattenere né l’uno né l’altro, era destino.
Non mi mandò neppure l’amico, mesi e mesi di sforzi gettati al vento. Gente ben strana, gli uomini, io proprio non li capisco più.


Racconto finalista del concorso Con gli occhi del racconto tenutosi in occasione della seconda edizione del Festival Internazionale di Letteratura Ebraica.


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    Dicembre 2017
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