Tel Aviv, città tra mito e realtà.

1909-2009: Tel Aviv compie cento anni. Per l’occasione riproponiamo parte dell’intervento di Benny Barbash all’ultimo Festival Internazionale di Letteratura Ebraica tenutosi a Roma dal 24 al 28 ottobre. Barbash, scrittore e sceneggiatore tra i più apprezzati in Israele ha preparato per il pubblico del Festival una presentazione multimediale che ha ripercorso la storia della “Città bianca” dagli albori fino ad oggi, un viaggio emozionante fatto di poesia, immagini e aneddoti, un quadro entusiasmante e al tempo stesso contraddittorio di una città multiforme, estremamente vivace e proiettata verso il futuro, ma al tempo stesso alla prese con i problemi che contraddistinguono tutte le grandi città di oggi e la società moderna. Da una parte abbiamo scelto la canzone scritta da Yakov Gross Leggenda sulle dune che esprime tutti i sogni e le ambizioni di coloro che hanno costuito la città ma anche il significato simbolico e ideale che Tel Aviv ha assunto nell’immaginazione colletiva israeliana, dall’altra, un brano inedito di Barbash tratto dal suo romanzo Replay che ci racconta tutta la caoticità e la frenesia quotidiana di una qualsiasi metropoli. Le fotografie d’epoca che accompagnano la canzone fanno parte dell’Archivio Spielberg e dell’Archivio della Cinemateque di Gerusalemme.

Leggenda sulle dune

Una volta le conchiglie coprivano la spiaggia
Sabbia infinita e sopra cielo azzurro
Il mare blu dipingeva il paesaggio
E il sole rovente dorava ogni onda
Tutto è cambiato sono passati due giubilei
Davanti a Jaffo è sorta una leggenda sulle dune.

Una volta qui passavano carovane di cammelli
Dalle dune sono sorte case bianche
Battito di piccozze sudore di lavoratori
E il vento ebraico che diffonde melodie
Tutto è cambiato sono passati due giubilei
Davanti a Jaffo è nata una leggenda sulle dune.

La spiaggia silenziosa si è riempita di ragazzini
Con le carriole hanno spianato la collina
Hanno steso un viale piantato alberi e fiori
E a sera sono usciti a passeggiare
E il vento del mare soffia fino ad oggi
Fa tremare le chiome e mitiga il caldo

Il vento del mare, le onde e la sabbia
Le dune dorate sono coperte di cemento
La città bianca è adagiata in un sogno
E le cime delle torri si innalzano al cielo
La città rumorosa festeggia due giubilei
Un sogno che era una leggenda sulle dune.

Dal romanzo inedito Replay:

Lei  strizza gli occhi per ripararli dai raggi del sole che la tormentano e riesce a vedere soltanto un aureola di luce che circonda la corona delle sue ciglia, tutto il resto è buio. Ha gli occhi abbagliati e non riesce a scorgere niente. Forse è il caso di alzarsi e andare a prendere gli occhiali da sole, le viene in mente, e quasi sta per alzarsi, ma subito si pente. Perché se ora abbandona il tavolo e si mette a cercare gli occhiali da sole, in salotto, nel bagno, nella borsa – ma dov’è la borsa? Dove l’ha lasciata quando è tornata a casa, forse gli occhiali sono rimasti in macchina? Ma dove ha parcheggiato?
Ogni mattina perde quindici minuti buoni nella disperata ricerca della sua macchina, e ogni volta diventa ansiosa pensando che forse la macchina che suo padre le ha lasciato in eredità è stata rubata, e allora aumenta il raggio delle sue ricerche fino a raggiungere i palazzi di via Borochov, per arrivare in via Echad Ha-am, girare in via Peretz e ritornare in via Borochov – tutta la storia dello Stato d’Israele fatta su una gamba sola perché ha pestato una cacca lasciata per strada e la prima pioggia che la pulirà non arriverà mai e lei continuerà a tracciare righe puzzolenti lungo il marciapiede di via Borochov – e intanto fa caldo, e il sudore le appiccica la camicetta sulla pelle della schiena, scivola lungo i fianchi, brucia sotto le ascelle rasate, sarebbe meglio far crescere i peli una volta per tutte, e intanto cerca di togliersi di dosso quella sensazione sgradevole strusciando la scarpa su un blocco di cemento davanti a un palazzo in costruzione. Forse è giunto davvero il momento di andarsene da questa città sporca con le sue case cadenti, le strade crepate e roventi, salvarsi dalla luce abbagliante che assimila tutte le tonalità lasciando vivo un unico cromatismo crudele, uscire e voltare pagine in un luogo nuovo, pulito, limpido, con un cielo di un colore blu marino che gli doni profondità e un rosso vermiglio intenso, e una luce che lasci nell’aria una trasparenza di cristallo e molto giallo, tenue e vivace al tempo stesso, di girasoli, stellarie e crisantemi, tantissimi, ma prima è bene trovare la vecchia e fedele Volvo per la quale suo padre ha prosciugato un fondo di risparmio che avrebbe dovuto finanziare gli studi di un nipote che lei un giorno forse partorirà.
Dopo essere passata, affannata, davanti alla sua macchina almeno tre volte, la riconosce, esattamente dove l’aveva lasciata la sera prima, nel punto che ora all’improvviso le torna in mente – come ha fatto a dimenticarselo? Sale con un sospiro di sollievo e veleggia per la sua strada e si ripromette che da ora in poi si segnerà sull’agendina dove parcheggia, cosa che non le sarà d’aiuto, perché quando torna in un pomeriggio bollente chiama a raccolta quel che resta dei suoi sensi appannati per individuare un posto libero per una macchina delle dimensioni della sua e, con una lentezza da crisi di nervi percorre tutto il quartiere, costretta a fermarsi più volte al semaforo rosso all’angolo tra via Rothschild e via Echad Ha-Am, prega di poter arrivare rapidamente al momento in cui si toglierà i vestiti di dosso per lasciarsi alle spalle la sensazione di sporco della cacca di cane, che le sembra di aver assorbito fin sotto la pelle e per raffreddare il suo corpo che si sta surriscaldando dentro quell’arca di latta arrostita dal sole. Dopo mezz’ora di inutili ricerche e manovre, con gli altri autisti impazienti che suonano i clacson dietro di lei con rabbia e disprezzo, riesce a infilare la Volvo tra una Subaru e una Mitzubishi, e ora niente al mondo le farà perdere altro tempo, soprattutto una sterile ricerca di un’agendina che vai a sapere dove è stata lasciata.
Senza indugi salta fuori dall’abitacolo, luogo di torture, si affretta verso casa, sollevata chiude la porta che la separa dalla città e senza farci caso lascia gli occhiali da sole da qualche parte, in un posto di cui si dimenticherà quando vorrà ricordarsene.

Di Benny Barbash la Giuntina ha pubblicato il romanzo Il mio primo Sony.


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