Némirovsky dama incantatrice


Di Alessandra Iadicicco – Il Foglio

RECENSIONE DI UN BAMBINO PRODIGIO DI IRENE NÈMIROVSKY

Chissà se quando Irène Némirovsky, ventiquattrenne, giovane russa da otto anni emigrata a Parigi, scrisse per “Les oevres Libres” la storia di “L’Enfant genia” immaginava – ­­­o sperava, o temeva – di scrivere di se stessa. La rivista, nel 1927, pubblicò il testo come una fiaba. E la Giuntina, che con questo testo nel 1995 avviava in sordina la scoperta italiana di un’autrice di lì a breve divenuta di culto, rilevava nel titolo i due ingredienti fiabeschi più evidenti: il bambino e il prodigio. Da colei però che, tempo due anni, nel 1929, si sarebbe fatta guardare con un’alzata di sopracciglia dall’incredulo editore Grasset – possibile che quella ragazzina dai grandi occhi miopi fosse davvero l’autrice di “David Golder”, campione romanzesco di cinismo e di malizia di cui aveva appena letto con entusiasmo il manoscritto? ­­­­­­­­­­– non ci si poteva aspettare un incantesimo trasognato. Rileggendo adesso in ristampa quello scritto giovanile, ora che grazie al successo delle traduzioni Adelphi la storia della Némirovsky è storia nota, si capisce meglio e si capisce al volo come sarebbe andata a finire.

C’era una volta un bambino prodigio. Nato in una città di mare della Russia del sud, cresciuto in una famiglia di antica (e dimenticata) opulenza, sopravvissuto ai numerosi fratellini per virtù di noncuranza, di sventata leggerezza, miracolose come e più del suo precoce estro d’invenzione, cantava storie in musica per tornare a casa con qualche copeco in saccoccia. Raccoglieva l’ispirazione dove spuntava e trovava spunti ovunque. Sulla piazza del mercato dove, tra pomodori e peperoni accatastati c’era sempre da tirar su qualche “bublik” (patate) o da addentare per due soldi una fetta sugosa di cocomero “pesante e rotondo come una luna verde” dal cuore tenero “rosa e friabile”. Al porto, dove l’umanità portata a riva con le onde aveva nei volti e negli accenti i colori e le tonalità “delle spezie raccattate in tutti gli angoli del mondo”. In taverna, dove la ruvidezza dell’aria di sale e di mare, i fumi di liquore, le penombre delle notti invernali, le rudezze delle compagnie virili ci impiegavano niente ad accendersi e sciogliersi alle note cristalline di una voce infantile.

Ismaele Baruch, così si chiamava il piccolo ebreo, cantava i lamenti dei battellieri, le nostalgie dei marinai, le avventure dei navigatori del Volga. O i languori del “barìn”, cavaliere feudale rivestito in foggia asiatica e zarista, i desideri del principe, il sogno di una principessa: incantevole tanto che, per disincanto, poteva perfino esser vero. Fu questo il guaio. Il giorno che il barìn raccolse il piccolo cantafavole dalla strada e lo consegnò come una scimmia ammaestrata alla sua dama – una femmina dagli occhi “lucidi, beffardi, razionali”: buoni per ammaliare o per sfatare ogni malia –, accese in lui una fiamma che avrebbe spento tutto il suo ardore di poesia. Agitò nel suo sangue un fondo che avrebbe avvelenato e prosciugato la sua vena. Riversò su un corpo smaniosamente adolescente, ansioso d’essere adulto, il vigore e la linfa scorsi fino a allora in versi e ritornelli. Alla fine il piccolo ammutolì. E quel che è peggio, scontenti di un finale tanto indegno di una fiaba, tutti cercarono di trarre da lui, “come uomini che volessero aprire a forza, con dita sacrileghe, un fiore”, il suono che le sue corde non sapevano più vibrare. Ne fu spezzato.

Prodigiosa più di lui, lucida più della sua dama incantatrice, Irène aveva però colto il suo segreto. Il legame misterioso, cioè, tra il talento e la grazia, il talento e l’ebbrezza, l’appassionata innocenza, il bisogno disperato di sopravvivenza. Per sopravvivere, appunto, scrisse fino all’ultimo. In quella fuga dal governo di Vichy che, segnata con la matita in mano, musicale per genio poetico, fu spezzata e restò incompiuta come la sua “Suite francese”.




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