Sposarsi in pergamena

Giulio Busi - Il Sole24ore


RECENSIONE A LE KETUBBOT DI MONTE SAN SAVINO DI STEFANIA RONCOLATO
 


Dopo un lungo viaggio a dorso di cammello, la sposa finalmente è arrivata. È pudica e, come d’uso, di fronte al futuro marito si copre il volto con un velo. Non c’è una vera cerimonia, semplicemente l’uomo la fa entrare «nella tenda di sua madre e la prende, che ella diviene sua moglie». Di questo matrimonio sappiamo ben poco, eppure, nell’assoluta semplicità della prosa biblica, rimane impigliato almeno un dettaglio: la tenda in cui Isacco porta Rebecca è quella di Sara, la madre che è morta, e che ora in qualche modo trasmette la propria tutela matriarcale alla nuora. Non a caso l’episodio termina con un’annotazione psicologica: «ed egli l’amò e trovò conforto dopo la morte di sua madre». Nella società nomadica dei patriarchi, il matrimonio era sancito quando la donna entrava nella tenda del clan del marito. Non serviva altro per garantire un amore che, almeno nel caso di Isacco e Rebecca, sarebbe stato lunghissimo. Ma non sempre le cose andavano così lisce. L’uomo aveva infatti la facoltà di ripudiare la donna in qualsiasi momento,a proprio piacimento, solo perché «ella non ha trovato grazia ai suoi occhi» (Deut. 24.1), e un ripudio equivaleva quasi sempre a un danno gravissimo per la posizione sociale della sposa.
Per cercare di proteggere la parte più debole e complicare la vita all’uomo che voleva divorziare, i maestri ebrei escogitarono uno stratagemma. Al marito non era lecito passare nemmeno un’ora in compagnia della moglie prima di averle consegnato un solenne documento scritto, con cui, in caso di ripudio, s’impegnava non solo a restituire la dote ma anche a pagare un salato risarcimento. Un documento da non prendere alla leggera, anche perché il contraente rispondeva del debito con tutto il proprio patrimonio, «fino al mantello che porta sulle spalle».

Quest’uso, che si è protratto per almeno un paio di millenni ed è ancor oggi valido, secondo il diritto religioso ebraico, ha dato vita a una ricchissima tradizione artistica. Per conferire ulteriore solennità all’occasione e per celebrare la gioia degli sposi, i contratti matrimoniali – chiamati in ebraico ketubbot – sono vergati a mano da scribi provetti.

Oltre al testo, le pergamene recano di solito sontuose decorazioni, spesso policrome, che riflettono la varietà delle tradizioni ebraiche, dal rigoroso geometrismo del Vicino Oriente fino all’ornato prorompente del barocco italiano. Proprio le ketubbot italiane sono considerate le più belle, e non di rado s’avventurano nel figurativo, con buona pace del precetto aniconico.

SulSettecento, periodo aureo della ketubbah italiana, si concentra la monografia di Stefania Roncolato dedicata ai contratti matrimoniali provenienti da Monte San Savino, in Toscana, ora conservati in varie collezioni private e musei internazionali. Sono solo sette pezzi, e per di più prodotti in una minuscola comunità, attestata tra il 1627 e il 1799.

Ma a dimostrazione che, nel giudaismo, i piccoli gruppi hanno quasi sempre saputo realizzare opere preziose, il libro permette un avvincente itinerario visivo e sentimentale. Le ketubbot di Monte San Savino testimoniano di un mondo appartato ed elegante, tra fidanzati fin troppo baldanzosi - uno si descrive addirittura in panni di re -, doti in moneta sonante,e promesse spose di cui s’indovina il raffinato mondo interiore.




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