Un gioiello letterario

di Mara Marantonio - Personaedanno.it

“….Mia madre non ha mairaccontato” aggiunsi. [Nili] cercò con lo sguardo il dottore…e glisussurrò: ‘..abbiamo un caso di seconda generazione’".

Quando, in occasione del Festival della Letteratura Israeliana(“Sotto la Stella di Davide”) svoltosi a Bologna nel luglio scorso,l’abbiamo incontrata, Lizzie Doron -scrittrice per caso, come leistessa ha confessato- ci ha condotto per mano nel mondo emozionante etragico del suo “Perché non sei venuta prima della guerra?” dove lei,voce narrante, racconta l’esperienza di sua madre Helena.

Helena, cresciuta nel milieu austroungarico, lettrice di Heine, havissuto l’indicibile tragedia della “Shoah”, è sopravvissuta, èapprodata in Israele. E’ giunta dal Paese “di là”, quello che non sinomina, al Paese “di qua”, quello della rinascita. Ma può rinascere chiè….sopravvissuto? Ella ci prova; vive l’esistenza quotidiana secondoregole tutte sue, al di fuori di condizionamenti esterni e senzascendere a patti con la comune realtà. Tutta la vita fa i conti conquel sentimento, contro il quale pure sua figlia confessa di avercombattuto (creandosi una propria identità, una biografia diversa, comelei afferma, a prescindere da quella materna), che è la “vergogna” dichi è uscito dall’inferno: la vergogna che, per ironia della vita, noncolpisce i carnefici, bensì le vittime. Tuttavia è solo dopo la suamorte che la figlia, maturando e ripensando agli anni trascorsiinsieme, loro due sole (il padre era morto prematuramente di TBC), necomprende la grandezza, la capacità di averla, sia pure alla suamaniera, amata profondamente ed educata a valori forti e positivi.Helena non le ha mai parlato in modo diretto della Shoah, né della suavita “prima”; e ciò ha creato in Lizzie uno iato doloroso, un vuoto checerca di colmare attraverso la scrittura. Questa nuova testimonianza èun libretto, come il precedente, lungo poco più di 100 pagine, scrittoin un linguaggio semplicissimo, familiare -immagino la gioia di ShulimVogelmann nel far sua la storia, pagina dopo pagina-, ma denso disignificati, di presenze vive, di ironia e di tanto altro. Nell’autunno1990, dopo la celebrazione del funerale della madre (“morta per laseconda volta”), Lizzie torna nella casa di lei, vuota da circa unanno. Ella onora la settimana di lutto secondo la tradizione ebraica,la shivà, soggiornando in quel luogo tutto il tempo per scoprire eriordinare oggetti, fogli, lettere, libri alla ricerca di Helena,figura in qualche modo per lei ancora misteriosa, per consentire acoloro che l’avevano conosciuta ed amata di renderle omaggio e, nellostesso tempo, passo imprescindibile, di salutare lei, la figlia, perriannodare il legame tra le generazioni e far tornare di nuovo in vitaun universo di persone che, giunte da lontano con un carico disofferenze indicibili, erano riuscite a dar vita ad una nuovacreazione, nel Paese che li aveva accolti, Israele. Entriamo nel mondodell’infanzia e della prima giovinezza della scrittrice, che, per lei,è stato (ed è) famiglia e patria. “Un luogo così familiare e talmenteestraneo…..nella fiacchezza si ricreò per una seconda volta un mondoantico scomparso”. Davanti ai nostri occhi si materializzano figure -inprimo piano Sonia, la grassa, e Genia, la minuta, due specialiste dellashivà, delle yentes, o impiccione, ma ricche di calore umano- chepaiono uscite dai quadri di Chagall, intagliate nel sarcasmo e nellatragedia, che arricchiscono l’ebraico quotidiano con frasi edespressioni in yiddish, la lingua della Shoah. E la Shoah è semprepresente, sbuca quando meno te lo aspetti, emerge nelle immagini di chil’ha vissuta non in modo diretto, ma in una sorta di visione capovolta.“I bambini debbono andare a letto presto per crescere” afferma uno deipersonaggi, cercando di essere, alla sua maniera, divertente “e igenitori debbono andare a letto presto per dimenticare”. Ma sappiamoche dimenticare è impossibile. “Ossigeno! Aiuto, ossigeno!” gridaHelena in ospedale; ma non è l’ossigeno per respirare che ella invocanei suoi incubi. Le sofferenze patite fanno sì che i componenti della“famiglia”, che hanno per lo più in orrore i risarcimenti offerti daitedeschi a Israele dopo la guerra, vadano elaborando nei confronti deiloro figli, la Seconda Generazione, un sentimento di protezione a volteperfino ossessivo. “Non lascerò mai che mio figlio muoia”: è un motivoche emerge spesso nel libro. Siamo riusciti a vincere su chi ci volevasterminare tutti, questa è la riflessione, perché “qua” abbiamo messoal mondo i nostri figli, ma se questi muoiono -ed è con la guerra diYom Kippur del 1973 che s’incrocia la vita dei coetanei dell’Autrice-,ecco che finiremo per perdere anche la partita nel Paese “di là”.

E’ riportato un testo, sotto forma di giustificazione scolastica perla mancata partecipazione della piccola Lizzie ad una gita di classealla tomba dell’eroe sionista Yosef Trumpeldor, che giustamenteChaiele, coetanea della scrittrice, definisce il testamento di Helena;testo che bene esprime, al di là di alcune espressioni paradossali, ilcomune sentire del popolo di Israele nei confronti della guerra, e delrapporto di questa, la guerra, con la vita e la morte. Merita di essereletto con attenzione, soprattutto da parte di coloro che, da sempre,esprimono giudizi unilaterali nei confronti di tale Paese senzapreoccuparsi di conoscerne né la vera storia, né l’anima profonda.Amore per la Vita, fiducia nel Futuro, nonostante la tragedia: questo èil legame profondo, sia pur sofferto e spesso contraddittorio, traMadre e Figlia. Come quando la prima compatisce come “poveracce senzafuturo” due amiche, anch’esse “sopravvissute” proprio perché “…..nonhanno una bambina come te”. E la seconda prova un’intensa emozione, aquelle parole. “Si chiama felicità, pensai allora quando avevo seianni, e mi riempì di gioia”.




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