Algarrobos ha più o meno dodici isolati di asfalto, e intorno un’altra quarantina. Noi veniamo dall’Ovest edentriamo dal quartiere del ciclone. La nostra casa si trova dalla parte opposta, quella delle terre aride. Prima di arrivare, ci fermiamo molte volte. Seduti davanti alla porta di casa, i vicini ci salutano, e non manca chifa le sue osservazioni. A volte lo zio Negro, che monta Arisca, risponde senza scendere a terra, oppure non risponde affatto e prosegue nel suo cammino, come se il dialogo con quegli uomini fosse una corrente e non ci fosse bisogno di dire niente perché essa fluisca per suo conto. (...)"/>

Incipit://L'ALLEVATORE DI COLOMBE - Mario Goloboff

Mario Goloboff - L'allevatore di colombe 

Algarrobos ha più o meno dodici isolati di asfalto, e intorno un’altra quarantina. Noi veniamo dall’Ovest edentriamo dal quartiere del ciclone. La nostra casa si trova dalla parte opposta, quella delle terre aride.

Prima di arrivare, ci fermiamo molte volte. Seduti davanti alla porta di casa, i vicini ci salutano, e non manca chifa le sue osservazioni. A volte lo zio Negro, che monta Arisca, risponde senza scendere a terra, oppure non risponde affatto e prosegue nel suo cammino, come se il dialogo con quegli uomini fosse una corrente e non ci fosse bisogno di dire niente perché essa fluisca per suo conto. Altre volte, la mano sinistra dello zio, attraverso le redini, trasmette impercettibilmente un ordine ad Arisca e lei si ferma là dove si trova.

Due uomini sorbiscono il mate sul marciapiede e lo passano allo zio che, senza togliersi di bocca il piccolo toscano, lo sorseggia con decisione: qualcuno domanda se il tempo cambierà, un altro dice di no, con quelle nubi passeggere, uno pensa che la prossima estate non sarà uno scherzo.

Gli uomini hanno il volto segnato e, nascosti dal cappello, solchi bianchi sulla fronte. Le braccia sono lunghe, i corpi ossuti, le caviglie magre finiscono dentro alpargatas nere sfilacciate.

Il mate passa di mano in mano. Dall’interno della cannuccia d’argento sale un liquido amaro che invade la bocca con succhi fraterni perché una tacita solidarietà fluttua nell’aria. La bevanda pervade i corpi, viaggia per quelle montagne agresti, si mescola con il sangue, lo nutre, lo protegge. A me nessuno rivolgela parola, né domanda nulla, ma io ci sono, sono dentro, sono una parte di questa comunione. Gli sguardi a volte scivolano sul mio viso e lo sfiorano virilmente. L’odore delle acacie si distenderà come una mano aperta.

La nostra casa aveva un marciapiede di terra, una siepe di sempreviva e una porta bassa di rete metallica. Prima di varcarla, lo zio era solito pulirsi le alpargatas, anche se il portico era di terra ed essa non sembrava un granché diversa da quella della strada.

Apriva la porta con la stessa solennità con cui, uscendo, la chiudeva perché, diceva, la soglia è una separazione tra due mondi. Persino la più piccola di queste maniglie resterà nelle tue mani; la vita comincia bene, fresca, in una casa.

Il lungo portico arrivava fino in fondo, passando, a destra, davanti a tre doppie porte, che erano quelle delle nostre stanze e della cucina. Alla fine c’era l’orto, e da un lato un pozzo per l’acqua. Vicino, c’era una vasca e una pompa da cui lo zio tirava fuori l’acqua per lavarmi.

A volte raccoglieva tralci secchi, che si trovavano sparsi sotto la pergola del portico, per metterli nella stufa della cucina. Piegato vicino al fuoco che iniziava a prendere, soffiava con cura sulle prime scintille, mentre da dietro io vedevo i suoi capelli folti, prematuramente incanutiti, e le sue grandi orecchie solcate di venuzze.

Quando la fiamma cominciava a divampare,ci metteva sopra un bricco pieno d’acqua, batteva la base del contenitore del mate sul tavolo da lavoro della cucinafacendo uscire un po’ d’erba polverizzata, mi dava la metà di una pagnotta eriprendeva il filo dei suoi pensieri.

Di tanto in tanto diceva qualcosa. Io ascoltavo, senza sapere che tutto ciò sarebbe stato per dopo. Allora avevo nove anni e non esisteva né l’età né il tempo. Non c’era un prima, il già vissuto. Nemmeno la memoria c’era, ma era per lei che la sua voce scavava solchi profondi. Il passato è un gigante che cresce a poco a poco, insieme al calore dei tralci che bruciano.





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