Intervista://LIZZIE DORON

Uno shtetl, un villaggio ebraico dell’europa orientale prima della Shoah, nel cuore di Tel Aviv anni ’50: con Srulik il sarto, Zaytshik il parrucchiere, il dottore, Mordechai il kibbutznik, Rosa Ornshteyn – che legge un libro dietro l’altro e sa dare ottimi consigli – Ruven il fruttivendolo, Dorka, Guta e Zila (tre donne sempre a chiacchiera), Yafa la bruttona, la cantante d’opera detta Madame Butterfly che, pazza, gorgheggia in mezzo alla strada; e soprattutto c’è Lèale, l’io narrante, iperfragile e per di più colpita da due specie di vedovanze, insieme a Eytan, figlio unico ben presto in fuga verso Manhattan. Ma non è un romanzo di Isaac Singer, né un racconto di Sholem Aleichem, anche se la gente parla yiddish, tedesco, polacco, ungherese e, come in Notte dopo notte di Appelfeld, guarda con diffidenza tanto l’ebraico quanto i sabra, i nati in Israele, così forti, protesi a costruire un paese nuovo popolato da uomini coraggiosi. I protagonisti di Giornate tranquille, ultimo memoir della scrittrice israeliana 55enne Lizzie Doron vengono tutti “di là”, dall’Europa della Shoah, e non se la sono tolta di dosso. Nessuno racconta però cosa gli è successo. La regola su se stessi è il silenzio. Anche se, in questa bolla di passato, ognuno sa tutto di tutti, e la protezione reciproca è totale.

Lizzie Doron, lei è nata e cresciuta davvero in un posto così?

«Sì, i grandi erano tutti sopravvissuti, arrivati lì per forza, perché era l’unico rifugio possibile, non erano dei sionisti. Nonostante fosse in Israele, sembrava uno shtetl, o un campo profughi, dove la gente combatteva per vivere. Eravamo isolati dal resto del paese con cui non condividevamo né la lingua , né lo spirito. Era il amssimo di una situazione post-traumatica, che non ti permette di spartire il dolore con gli altri. In qualche modo penso che mia madre e i suoi vicini sapessero di dover stare tra di loro, un passo indietro».

E voi bambini?

«I genitori ci proteggevano, e noi sentivamo la responsabilità di essere i loro unici tesori. Era difficile. Ma eravamo anche un gruppo fantastico. C’era un’intimità totale, nessuno era mai solo. Quando incontravamo il resto d’Israele però, vedevamo un’alternativa emozionante, la promessa di essere determinati, kibbutznik, di costruire il domani, di guidare il sogno»

Appena adolescenti volevate fuggire.


«Certo, ci vergognavamo di quell’universo, non potevamo rimanere. Ma non avevamo un vero linguaggio per comunicare con i nostri genitori: mia madre non mi aveva mai raccontato di sé durante la persecuzione di mio padre. Temevo la nostra confidenza. Quando decisi di andare in kibbutz lo discussi con i miei amici, non con lei».

Ha detto di aver sentito un vero ebraico solo a sei anni.

«Era una specie di babele, yiddish, tedesco, polacco, ungherese, e non c’era la tv ad amalgamarci col resto d’Israele».

Nel romanzo lei è spesso ironica nel descrivere le ossessioni di quei sopravvissuti. Era legittimo riderne?

«Dovevamo riderne! C’era un gran sense of humour. Madame Butterfly era buffa, pazza e, come avviene dovunque, noi bambini ne sghignazzavamo. Era permesso scherzare sulla tragedia. Quando mia madre, una gran svagata, cucinava, bruciava spesso il magiare ad esempio: e allora, nel servirci quelle cose semicarbonizzate diceva: «Stasera Buchenwald delicatessen!». Era più lecito giocare che fare domande serie, tipo: dove eri, che cosa ti è successo “di là”?».

Il più grande ospedale psichiatrico del mondo, ha definito così Israele.

«Esatto, lì vivono i post-traumatici dell’intero globo, sopravvissuti alla Shoah, della cacciata dai paesi arabi, immigrati dal post- comunismo, palestinesi infelici. Non ci sono confini certi, la democrazia deve considerare anche la religione, il popolo si sente erede di Maimonide come di Einstein, dei talmudisti come di un paese combattente. Una miscela assurda!».

Cosa vuol dire per un ebreo figlio di sopravvissuti essere in una nazione sempre in guerra, in pericolo?

«È un incubo. Ho 55 anni,e , anche se a volte sono ottimista, ci sono momenti in cui sono depressa e penso che ci sia un destino sopra di noi, un karma. Ho paura. L’ho capito a 18 anni, quando durante la guerra del Kippur persi ben sette dei miei migliori amici. Non è normale vivere pensando alla possibilità prossima della propria morte. Ed è pesante anche avere sempre un nemico, ed essere sempre il nemico di qualcun altro: anche i bambini hanno prestissimo questa cognizione, ed è terribile».

Perché i suoi cinque romanzi, tutti di successo, parlano sempre di Israele postolocaustica, sofferente,e non di quella viva e vivace?

«Non so se sono una scrittrice, so di essere una buona story-teller, posso raccontare solo la mia storia. E poi questa gente che nella vita non ha avuto il meritato rispetto, questa gente meravigliosa che stava zitta e non chiedeva, corre il rischio di essere dimenticata».



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