Libri proibiti e precetti rigorosi


Recensione a Il mio amato di Yehoshua Bar-Yosef
di Giovanni Pannacci - Mangialibri.com


Asherke vive a Gerusalemme nel quartiere ultraortodosso di Meah Shearim, dove abitano i chassidim, vestiti estate e inverno con i loro severi abiti tradizionali. Asherke è uno scriba, ricopia versi tratti dalla Torah su pergamene che poi vengono cucite all’interno di astucci di pelle e affissi sullo stipite delle porte. Nonostante l’umiltà del suo lavoro Asherke gode di un discreto agio economico: negli anni ha saputo amministrare bene le sue entrate. Ora che i figli sono grandi e sistemati con lui è rimasta la moglie, devotissima figlia di un rabbino, e le giornate scorrono fra le ore mattutine dedicate al lavoro, le partite a scacchi e la lettura. È quest’ultima attività a dare ad Asherke le emozioni più grandi. Negli anni ha messo insieme una raccolta di libri che tiene in una stanza dove nessuno può entrare, nemmeno la moglie, se non per pulire. E quando la moglie pulisce, le ante del mobile libreria rimangono sempre chiuse. Quelli sono libri “proibiti”, testi che parlano di scienza, filosofia, romanzi e poesia. Asherke ha imparato da solo a leggere in inglese e si informa attraverso riviste internazionali. Ma le pagine che legge sono lontanissime dal rispettare i severi precetti dell’ortodossia ebraica. E, cosa ben più importante, quelle pagine, giorno dopo giorno, hanno allontanato Asherke dalla fede. Ma non si può vivere a Meah Shearim comportandosi da eretico e Asherke in fondo è attaccato alla sua vita e alla sue abitudini, quindi, nonostante guardi con affettuoso e critico distacco i precetti religiosi che regolano la vita della sua famiglia, egli stesso giunge a dei compromessi. Rispetta l’abbigliamento tradizionale, porta la kippah (il copricapo tondo degli ebrei osservanti), va in sinagoga e celebra le principali feste. Ma sua moglie sa che il marito ha perso la fede per colpa dei libri. Lo spirito inquieto di Asherke viene messo definitivamente alla prova quando il suocero gli chiede di insegnare a Channa, il figlio più piccolo, l’arte della scrittura. Asherke rimane inspiegabilmente turbato dalla bellezza del cognato quindicenne e la consapevolezza di essere attratto da giovani ragazzi lo farà precipitare in un abisso di disperazione…
Di certo non è un caso se il tema centrale di questo romanzo breve – la passione omoerotica di un quarantacinquenne chassidico per un adolescente – si sviluppa solo oltre la metà del libro. È come se, prima, per l’autore sia necessario farci conoscere l’ambiente, poiché è proprio questo microcosmo di tradizione e devozione il vero protagonista del racconto. Yehoshua Bar–Yosef prima di essere uno scrittore “ebraico” è soprattutto uno scrittore israeliano, ovvero nato e cresciuto in Israele e, quindi, perfettamente capace di raccontare i sommovimenti intimi di chi vive in un quartiere come quello delle cento porte, in cui ogni comportamento non conforme ai principi della fede è interpretato come una minaccia per l’intera comunità. Il protagonista, benché schiacciato dalla pressione sociale, mostra di avere uno sguardo lucidamente spietato nei confronti del suo ambiente: “sono dei bambini che giocano con Dio e io conosco bene tutte le regole del gioco”. Eppure questa lucidità non gli permette di infrangere le regole e uscire definitivamente dal gioco. Il senso di appartenenza è più forte di tutto, anche della passione erotica, che diventa un tormento segreto e tutto interiore: “accanto alla paura abissale provavo un piacere oscenamente sfrenato per avere scoperto simili sorgenti segrete. Durante le poche settimane che trascorsi in compagnia di Channa, il mio corpo conobbe brividi di piacere mai provati”. Una storia scritta in modo scorrevole e descrittivo, con una lingua scarna ed essenziale che non indulge mai in sentimentalismi. Un lungo monologo-confessione, attraverso il quale si può quasi toccare con mano la claustrofobica condizione di chi fa della religione (di qualsiasi religione) il parametro unico della propria esistenza.


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