1943 il ghetto rialzò la testa


Recensione a Arrivare prima del Signore Iddio di Hanna Krall
di Massimiliano Catellani - L'Avvenire


Un piccolo vecchio ebreo ingobbito dall’aspetto miserabile messo a forza sopra una botte da due SS, alti e belli, che prima lo scherniscono e poi cominciano a tagliargli lentamente la barba, «cioccca, dopo ciocca», al cospetto di una folla divertita. È il ricordo più umiliante delle persecuzioni e della deportazione degli ebrei di Varsavia, raccontato da Marek Edelman, vicecomandante dell’insurrezione del ghetto, a una delle massime scrittrici polacche, Hanna Krall che ne ha tratto il libro "Arrivare prima del Signore Iddio" (Giuntina, pagg. 136, 12 euro).

Quello dell’ultimo testimone della rivolta degli ebrei nel ghetto - cominciata il 19 aprile e conclusasi il 16 maggio del 1943 - è il racconto di un uomo che chiede alla sua intervistatrice il massimo rispetto dei fatti realmente accaduti, senza enfatizzazioni. «Egli teme che il suo ricordo venga snaturato, ridotto a leggenda inautentica», scrive Gad Lerner nella prefazione.

Per questo Edelman non concede la minima sbavatura agiografica e tanto meno accetta possibili imprecisioni. Quando gli viene fatto notare che i membri della Zob, l’Organizzazione ebraica di combattimento, di cui egli era il numero due, erano stati cinquecento, lui puntualizza caustico: «Eravamo molti meno, duecentoventi». Nella magmatica storia della Shoah e del genocidio compiuto dalla mano sanguinaria dei nazisti, le vicende dell’insurrezione del ghetto di Varsavia, rimangono pagine tra le più spiazzanti. Non può non sorprendere infatti, la rivolta armata delle vittime dell’Olocausto, quei giovani ebrei che a un certo punto si sono sottomessi alla credenza, purtroppo da sempre diffusa tra gli uomini, che «sparare è il massimo dell’eroismo».

Una tragedia nella tragedia, quella di Edelman e i suoi compagni di lotta, i quali dinanzi alla follia del boia nazista scoprirono la cinica e crudele alternativa dello scontro armato. Un atto temerario? No, ma la consapevolezza che l’unica risposta possibile, dinanzi all’orrore subito, era quella di una «morte pubblica sotto gli occhi del mondo». Un mondo che fino a quel momento era vissuto nella normalità, all’interno di una «comunità in cui la gente andava, l’uno verso l’altro come non mai prima».

Poi arrivò il fatidico 12 ottobre del 1940, data in cui i tedeschi imposero che tutti gli ebrei residenti a Varsavia venissero confinati in un’area separata dal resto della città. «Il nostro settore era il cosiddetto ghetto della fabbrica di spazzole: le vie Franciszkanska, Swietojerska e Bonifraterska. Il cancello della fabbrica era minato». Tutto intorno era minato dalla volontà totalitaria e distruttrice delle SS comandate dal generale Jurgen Stropp, su diretto incarico di Himmler. E la comunità semita lì si ritrovò ridotta a "cosa", segregata dal resto della popolazione "ariana". Accerchiati e nascosti dietro a un muro alto tre metri, cinto dal filo spinato. Era l’inizio della fine.

Tre anni di rabbiosa e silente resistenza, cercando di organizzare un piano strategico, facendosi arrivare di nascosto un minimo di arsenale per fronteggiare i cecchini tedeschi che sparavano a vista tra un rastrellamento e l’altro. A quel punto non c’era più spazio per la normalità e l’immagine della morte che incombeva ad ogni istante per le vie del ghetto, agli occhi di quel ragazzo si fece repellente, «antiestetica». Scheletri che pungolavano le coscienze di cinque giovani che tutti insieme arrivavano appena a «centodieci anni».

Sono le menti strategiche e anche le braccia armate della Zob. Edelman era il più "vecchio" con i suoi 22 anni, uno più del capo Mordechaj Anielewicz che egli non vuole ricordare come un eroe, ma principalmente come il figlio della pescivendola che che colorava di vernice rossa le carpe per venderle come fresche al bancone del mercato. Piccoli miracoli per la sopravvivenza. Come quello ingannatore della moltiplicazione dei pani da parte dei tedeschi che attiravano gli ebrei affamati a presentarsi con il «numero della vita», con il miraggio di un posto di lavoro, salvo poi caricarli sui vagoni che li portavano al campo di sterminio di Treblinka.

Un viaggio senza ritorno per tre milioni e mezzo di ebrei (6 milioni in tutto) che vennero raccolti in Polonia, ai quali Edelman e gli altri, tentarono di evitare quella fine segnata. Ma prima dei tedeschi, i ragazzi della Zob dovettero combattere contro la reticenza e la convinzione dei loro concittadini ebrei: «Ci manderebbero a morte con il pane? Sprecherebbero tutto quel pane?».

Tanti, troppi, non credettero a quel loro grido disperato d’allarme. Il pianto dei bambini fu zittito con il cianuro e l’unica consolazione di Edelman, a distanza di anni, era che almeno a quelle piccole creature fu risparmiata la camera a gas. Con un tozzo di pane appena addentato, dal 22 luglio all’8 settembre 1942, avvenne lo "sgombero".

Edelman confessava amaro di aver accompagnato «quattrocentomila persone all’Umschlagplatz», da dove partivano i convogli per Treblinka. Il rimpianto più grande del vicecapo della Zob? Solo un uomo, il presidente della Judenrat (il consiglio ebraico del ghetto), Adam Czerniakow, avrebbe potuto convincere in tempo gli ebrei di Varsavia che i tedeschi dietro alla loro promessa di pane li stavano mandando a morte. «Ma Czerniakow si suicidò».

Fino all’ultimo sorso di vita Edelman ha condannato coloro che scelsero il suicidio, piuttosto che unirsi alla battaglia. «Morire sì, ma prima bisognava chiamare la gente a combattere». E loro combatterono, perché quelle 40 mila persone rimaste nel ghetto nell’aprile del ’43, affinché non fossero «andate a morire di loro spontanea volontà».

Edelman è poi diventato medico, ha continuato ad accompagnare uomini in salvo, così come tanti ne ha visti morire. Per non farsi mai mettere sopra a quella "botte", anche da vecchio è andato in soccorso dei perseguitati, ed è arrivato fino a Sarajevo sfidando ancora le bombe e le fiamme. Quelle che a Varsavia hanno bruciato vivi corpi che riposano nelle tombe che l’ex ragazzo della Zob ha vegliato fino alla fine (Edelman si è spento il 2 ottobre 2009), ricordando, ogni 19 aprile, a chi passava di lì: «Voglio dispiacere a quelli che sono contenti che gli ebrei siano morti in Polonia. Hanno vergogna di guardarmi negli occhi, hanno paura di me. E questo mi fa piacere, perché non hanno paura di me, ma della democrazia».



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