Piccola casa grandi ricordi

Recensione a Perché non sei venuta prima della guerra?
di Ilaria Giannini - Mangialibri.com


Elizabeth vive con sua madre Helena a Tel Aviv, in una piccola casa piena di ricordi nascosti e un giardino infestato dalle erbacce, in cui seppellire le porcellane tedesche. La bambina cresce senza conoscere altri parenti: molti perduti nella guerra del "mondo di là", nella sciagura dell'Olocausto, altri mai ritrovati, nonostante i viaggi nelle altre città di Israele alla ricerca di un cognome uguale al loro, di un qualche legame. Helena e sua figlia sono sole: il quartiere è la loro famiglia. Con le vicine, anche loro scampate alla Shoah, la madre condivide quel lutto troppo terribile per parlarne ad alta voce; spesso si incontrano per il caffè delle cinque, un pretesto per lamentarsi e sfogare insieme il dolore. Helena è in guerra con Dio: ogni anno per lo Yom Kippur – il giorno ebraico della penitenza – irrompe nella sezione maschile della sinagoga e pronuncia il nome di tutti i suoi familiari sterminati, perché Dio non si possa dimenticare di loro, dell'enormità che hanno subito. Tra i più devastati dal lager c'è Sarele, una profuga che ha perso la ragione. Quando Eichmann viene portato in Israele per essere processato Sarele impazzisce del tutto e si convince che stanno per chiamarla a testimoniare, ché lei ha tanto da raccontare, dovranno starla a sentire. Ma nessuno la convoca: Sarele si toglie la vita lo stesso giorno in cui viene giustiziato il suo aguzzino. Il campo di concentramento è un argomento di cui Helena non parla mai con sua figlia: a raccontare in sua vece sono i suoi disegni, quelli che dipinge con cura per i compiti in classe di Elisabeth, che è negata per la pittura. Così il tema "il lavoro della terra" diventa una distesa fredda e innevata, dove fioriscono solo le lapidi, "le vacanze" si trasformano nell'abbozzo di un lager: un uccello senza ali cerca di spiccare il volo verso il cielo, dove campeggia la parola libertà...

In questo suo primo romanzo, Lizzie Doron raccoglie le memorie e i protagonisti della sua infanzia: spaccati di vita quotidiana in una nazione che sta nascendo sulle ceneri di una calamità come la Shoah. Nelle sue parole – sempre delicate – rivive la gente più umile, quella che cerca di rifarsi una vita in Israele dopo aver vissuto i campi di concentramento, lo sterminio degli affetti più cari, della casa natale. Su tutti spicca sua madre Helena: una donna temprata dalla sofferenza e forgiata dall'orgoglio, che non permette a nessun prodotto "Made in Germany" di entrare in casa sua, che non perdona Dio né gli uomini ma sa leggere nei cuori e ha sempre una parola di conforto e giustizia per i più disgraziati. Il lavoro della Doron non è solo un atto di memoria e ricordo ma un'opera toccante per la sua sincerità, per lo stile lieve e mai retorico, capace di scendere nelle profondità del dramma esistenziale senza perdere la leggerezza di una speranza indomita nella vita: la stessa che i rifugiati ebrei vivono negli occhi dei loro figli, che ignari del passato giocano a pallone per le strade di Israele.



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