Perché gli ebrei lo fanno meglio


Recensione a Le mie migliori barzellette ebraiche 
di Bruno Gambarotta - La Stampa



Chi è l’ebreo? È colui che non solo conosce già la storiella che stai raccontando, ma sa raccontarla meglio in un’altra versione. Daniel Vogelmann, direttore editoriale e gran patron della fiorentina Giuntina, un piccolo gioiello che dal 1980 pubblica testi altrimenti introvabili di cultura ebraica, ci fa un regalo inaspettato con Le mie migliori barzellette ebraiche, un piccolo libro di 65 pagine con le illustrazioni di Bjørn Okholm Skaarup, da tenere sul tavolino da notte e leggere un poco alla volta per addormentarci con una risata.

Con gesto munifico Daniel Vogelmann mette a disposizione di tutti la collezione di una vita. Ogni lettore è poi libero di allestire la sua personale classifica. La mia preferita è «La vera storia di Adamo ed Eva. Dio andò da Adamo e gli disse: "Non è bene che l’uomo sia solo. Ho pronta per te la tua compagna". "Sì, ma quanto mi costa?". "Un braccio e una gamba". "Però!". fece Adamo. "E per una costola cosa si può avere?"».

Daniel Vogelmann scrive, nella sua breve e autoironica prefazione: «"E che cosa fa di una barzelletta una barzelletta ebraica?", vi domanderete ancora. Su questo argomento sono stati scritti numerosi libri, generalmente molto noiosi, per cui vi risparmierò le solite elucubrazioni». È tutto vero, però non si può impedire a un goy, a un non ebreo, di farsi altre domande. Perché i comici statunitensi sono tutti ebrei? I Fratelli Marx, Mel Brooks, Woody Allen, Jerry Lewis... Come mai, delle tre grandi religioni monoteiste del Libro, l’ebraismo è l’unica a ospitare copiosi esempi di questo genere di letteratura? Non credo esistano raccolte di barzellette islamiche, o cattoliche o luterane.

Secondo Rudolf Bultmann, citato da Giancarlo Gaeta nel suo Il Gesù moderno, ciò che differenzia Gesù dal giudaismo è il superamento di una concezione dominata dall’obbedienza alla legge e che per il resto è indifferente alle modalità della sua messa in pratica. Secondo questa lettura, l’ebreo osservante, una volta che si sia attenuto alle prescrizioni esterne, è molto più libero di muoversi di un cristiano che deve donarsi senza riserve se vuole salvarsi. Ma la Legge, ossia la Torah (l’insieme dei cinque libri del Pentateuco), si offre all’esercizio infinito dell’ermeneutica, dell’interpretazione attraverso lo studio del Talmud. Un esercizio che nelle barzellette acuisce l’intelligenza nel sempre rinnovato tentativo di rispettare la forma aggirando la sostanza della prescrizione.

Un esempio lampante si trova in una gara di miracoli tra un sacerdote e un rabbino. È il rabbino che parla: «Di sabato noi ebrei non possiamo toccare il denaro. Ebbene, un sabato esco dalla sinagoga e cosa vedo per terra: un portafoglio pieno zeppo di banconote. Allora ho pregato il Signore, e miracolo: davanti a me era sabato, dietro a me era sabato, ma sopra di me era giovedì, e così ho raccolto il portafoglio e sono andato a casa». In tal modo si crea una differenza di potenziale tra l’alto e il basso, tra la lettera e lo spirito, tale per cui scocca la scintilla della risata. Woody Allen: «Dio non esiste... e noi siamo il suo popolo eletto».

Le barzellette ebraiche scommettono sull’intelligenza dell’ascoltatore e presuppongono un’indulgente saggezza in chi le racconta. «Forse un giorno qualcuno, trovandosi in mano questo libretto, potrebbe dire: è Daniel Vogelmann che l’ha scritto; era un malinconico piccolo editore di libri ebraici, che ha pubblicato anche qualche piccola poesia, ma forse il meglio di sé lo dava quando raccontava le barzellette». Forse che Isacco, Yits’khak, figlio del centenario Abramo e della nonagenaria Sara, non significa «colui che rise»?

 


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