Il refusenik israeliano che diventò scrittore

Intervista a Yaniv Itzkovicz di Anna Momigliano  

Da leader dei refusenik, il movimento di obiettori di coscienza dell’esercito israeliano, a caso letterario. Yaniv Itzkovicz, classe 1975, è per molti versi lo specchio di una generazione di Israeliani cresciuti a disagio con la politica di occupazione dei Territori palestinesi e l’operato dell’esercito. La sua prima opera letteraria, Batticuore, ha ottenuto nel 2007 il prestigioso premio letterario di Haaretz. Panorama.it lo ha intervistato in occasione dell’uscita in Italia del romanzo.
Yaniv, tu sei un refusenik. Puoi spiegare le ragioni di questa scelta?
Ci sono molte ragioni, ma se penso ad alcuni momenti posso dire che mi sono sentito come se non potessi continuare a fare quello che facevo [da soldato], dal momento che rimanere nei Territori occupati non fa altro che danneggiare il mio Paese. Io ero stato addestrato a combattere contro un esercito dei soldati, non nel mezzo di una popolazione civile, dove la gente cerca di andare avanti con la sua vita normale, e la mia presenza lì creava paura e terrore. Ho deciso di fare una dichiarazione pubblica e pagare in prima persona il prezzo della disobbedienza civile. Sono stato rinchiuso in una prigione militare per 30 giorni e ne vado fiero: si dice che ogni scrittore dovrebbe sperimentare la galera, no? Le stesse ragioni che mi hanno spinto ad arruolarmi in un’unità speciale di paracadutisti mi hanno spinto anche a rifiutarmi di essere un soldato nei Territori occupati. Lo vedo come un atto patriottico.
Perché hai deciso di scrivere questo romanzo?
Perché ho capito che la mia vita stava prendendo una direzione molto diversa da come me l’ero pianificata, cioè essere un avvocato o un ingegnere. Mi sono reso conto che crescendo come un ragazzo della classe media israeliana sono stato protetto dalla realtà complessa e dalle questioni spinose della nostra società. Quando mi sono arruolato mi sono reso conto che non sapevo un bel niente, e ho realizzato che dovevo capire molte cose. Dunque per me scrivere significa cercare di capire il silenzio, dare parole all’ineffabile, e di conseguenza forse avere la possibilità di cambiare la mia vita. Quando mi sono congedato, ho sentito così tante emozioni contrastanti, e ho pensato che questi sentimenti avevano bisogno di essere messi in ordine. Scrivere voleva dire fare ordine nei miei sentimenti, resettare la mia immagine del mondo.
Uno dei personaggi del tuo romanzo, Udi, è un ex soldato che sparisce in India. Molti veterani israeliani vanno a decomprimere in India, come spieghi questo fenomeno?
Udi è andato in India per allontanarsi il più possibili dalla sua famiglia e dal suo Paese. Nell’esercito ha sentito che, a solo 20 chilometri da casa, esiste una realtà che non aveva mai conosciuto prima. Una realtà in cui tu non puoi riconoscere la differenza tra una persona e il nemico, e quindi le differenze all’interno di te stesso, tra un soldato e un essere umano. Questa identità lacerata è qualcosa di molto difficile da superare, così Udi se ne è andato in India perché sentiva di non avere più una casa. Nonostante durante la sua infanzia lo avessero protetto dalla realtà, questa protezione artificiale è stata distrutta da quello che ha visto durante il servizio militare.
Sì ma perché così tanti israeliani vanno in India dopo l’esercito?
Molti israeliani vanno in India per ragioni diverse. Volendo generalizzare, si puoi dire che dopo tre o quattro dei tuoi anni migliori passati nell’esercito, in cui hai a che fare con una realtà molto dura, non sei pronto per affrontare la vita adulta. Ti costruisci un muro di giustificazioni e di umori repressi. Così te ne vai in India e fai in sei mesi quello che normalmente faresti in tre o quattro anni. C’è chi cerca risposte e chi cerca droga. Altri semplicemente cercano di divertirsi senza pensare troppo in profondo alle loro vite. Una cosa è certa: hanno bisogno di andarsene, di respirare.
Nel tuo romanzo descrivi anche l’influsso dei lavoratori stranieri. Quali sono gli effetti di questa immigrazione sulla società israeliana?
I lavoratori stranieri sono un enorme test per la società israeliana, perché esiste un’antica legge biblica che dovremmo sempre ricordare, e cioè che noi ebrei siamo stati stranieri in Egitto e che dunque dobbiamo trattare i nostri stranieri con umanità e moralità. C’è anche un rimando alla storia degli ebrei europei, visto che molti Paesi hanno chiuso le loro porte ai rifugiati ebrei al tempo del nazismo. Dunque c’è una questione essenziale per il nostro futuro come Stato: adotteremmo un approccio umano e permetteremo ai lavoratori stranieri di stare e ottenere i loro diritti di cittadinanza? Oppure chiuderemo le nostre porte, spiegando a tutti quanti che siamo uno Stato ebraico e che non possiamo permettere l’ingresso di stranieri?
Scrivi anche di depressione. E’ una cosa legata alla situazione politica di paura e di incertezza?
Non credo che la depressione di Yudit abbia necessariamente a che vedere con la situazione politica. Piuttosto ha a che vedere con il fatto che se vuoi avere una vita tranquilla e normale in Israele devi fare molti sforzi per nascondere e distorcere la realtà. Devi costruirti un sistema di giustificazione in modo da ignorare quello che sta succedendo nel tuo cortile, devi proteggere i tuoi figli dal sapere quello che succede nel tuo cortile. E alla fine in qualche modo, qualche volta, ti crollerà tutto addosso proprio dove meno te lo aspetti: nella tua casa, nella tua famiglia, nella tua salute. Questo è quello che è accaduto al mio personaggio, Yudit. Ed è una cosa comune, perché la maggior parte degli israeliani vogliono solo vivere una vita normale e odiano la politica, ma è quasi sempre impossibile separare la tua vita personale dalla situazione politica.
Conclusione?
Per vivere una vita normale devi trasformarti in una persona veramente indifferente. E alla fine di questi tempi più che mai, l’apatia prevale.



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