Israele, vita vera contro i miti

Intervista a Yehoshua Kenaz di Elena Loewenthal

Yehoshua Kenaz non ha nulla dello stereotipo cui dovrebbe assomigliare. E’ uno scrittore israeliano, ma niente affatto militante, per nulla sanguigno, né ammantato di un’aura sofferta. E’ un uomo mite e straordinariamente colto. Conosce la letteratura francese come pochi altri, ne ha tradotto i classici in ebraico. E’ una grande voce d’Israele, classico egli stesso. Nato a Petach Tikwah nel 1937, appartiene a pieno titolo a quella generazione di grandi autori ormai famosi in tutto il mondo, ma coltiva da sempre una vocazione intimistica, domestica. Attraverso essa, l’Israele di Kenaz diventa qualcosa di molto diverso dal solito. Una casa di riposo per anziani, un condominio “sventrato” sulla pagina, un dimesso salotto di qualche decennio fa: questi sono i suoi territori narrativi. Lo spazio intimo diventa, nei suoi libri, un animato scenario di sentimenti e avventure.
Lei è uno dei “cantori” di Tel Aviv, la città che ha compiuto cent’anni. Il suo sguardo sulla città va nel profondo, come in “Ripristinando antichi amori”. C’è molto Perec, in questo libro. Che cosa ci racconta del suo rapporto con Tel Aviv?
Sono nato a Petach Tikwa, che all’epoca era un villaggio contadino (ora è inglobata quasi nella metropoli, da cui dista una decina di chilometri).  A Tel Aviv sono arrivato che avevo vent’anni, e da allora è lo scenario di molte mie storie. Il condominio - e in particolare quello del romanzo qui citato (l’accostamento con Jacques Perec, sì, ma aggiungo subito: “toute proportion gardée…”) - rappresenta per me un microcosmo della realtà più grande. Tel Aviv è diventata ben presto una città “letteraria”, fonte di ispirazione per molti scrittori: il più grande resta Yaakov Shabtai. La mia Tel Aviv è il luogo del presente continuo, della vita quotidiana, con le sue brutture ma anche con la sua passeggera bellezza, le sue speranze effimere. E’ così che la amo.
Nell’immaginario offerto dai media Israele è soltanto il luogo del conflitto. Per contro, i suoi libri abitano in una normalità quotidiana che sorprende il lettore. Ci racconta un poco di questa condizione che è il teatro delle sue storie?
Il fatto che Israele sia quel luogo rappresentato in televisione e sui giornali (del resto anche noi ci immaginiamo così altri paesi, di qui), spiega molti pregiudizi e stereotipi che nemmeno il più efficace dei libri potrebbe sradicare. Israele è sì un luogo di conflitto - anche se sarebbe meglio usare il plurale: di molti conflitti. Ma fra l’uno e l’altro si vive. Non sono sicuro che nei miei libri si trovi una “normalità” - non di rado mi è stato detto che contengono troppa follia. Che peraltro fa parte anch’essa della normalità.
Uno dei temi che spesso vengono affrontati dai convegni letterari è quello dello scrivere nel presente. Si sente dentro questa definizione? O preferisce delineare il passato?
Non sono sicuro di scrivere nel presente. Le mie storie possono essere ambientate nel passato remoto e in quello prossimo. Spesso non hanno tempo. Non so nemmeno dire se esse abbiano un qualche riflesso sul presente. Esiste una letteratura ebraica contemporanea, di giovani autori, che faccio del mio meglio per seguire, malgrado il fatto che se ne pubblichino così tanti. Quanto agli scrittori del passato, due li sento sicuramente miei: Y. Agnon e S. Yzhar. Sono i due capisaldi della letteratura israeliana, il primo sullo sfondo della cultura diasporica, il secondo profondamente “indigeno”.
Torniamo al presente, e non solo quello dei libri. Come lo vede, qui in Israele? Quali prospettive si aprono secondo lei nel conflitto israelo-palestinese?
In apparenza, ci stiamo addirittura allontanando dalla possibilità di giungere a un accordo, un compromesso con i palestinesi: lo stallo è cronico. In questo senso, non sono ottimista. Eppure, voglio sperare in qualcosa. Nella possibilità, se non altro, che entrambe le parti arrivino ad accantonare i propri miti religiosi, in cambio di una prospettiva di vita vera.
 


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