Lacrime di sposa in esilio

Recensione a Il tempo dell'esilio
di Giulio Busi - Il Sole24ore

L’immagine della Presenza divina come sposa inconsolabile, costretta a un lunghissimo viaggio lontano da Gerusalemme è forse la metafora più riuscita della diaspora ebraica. Dal giorno in cui dovette lasciare la propria dimora per seguire i figli nell’esilio, la Shekinah è una sposa parata a lutto: è adorna di bracciali e collane, ma dai suoi gioielli guizzano lampi di fuoco scuro.
In questa simbologia, che ha segnato per quasi duemila anni la letteratura ebraica, l’esilio è visto come destino negativo, una separazione forzata. Alle spalle v’è il tempo felice della dimora giudaica in Terra d’Israele, davanti una sequenza di paesi stranieri e ostili, e solo in lontananza, in una dimensione forse già metastorica, la speranza del ritorno.
Ma al di là del mito, la dislocazione del popolo ebraico in un continuo altrove è fenomeno complesso e non sempre lacrimevole. Il modello tradizionale rabbinico della diaspora, come conseguenza dell’occupazione straniera d’Israele e della distruzione del Tempio, non è sufficiente a dar conto di questa storia millenaria. Grandi comunità diasporiche esistevano quando il secondo Tempio era ancora in funzione e c’era un governo indipendente in Palestina, basti pensare agli ebrei di Alessandria d’Egitto in età ellenistica. D’altra parte, l’esperienza di diaspora non è certo finita cona la creazione del moderno stato d’Israele. Viene insomma il dubbio che in alcuni casi la sposa della leggenda abbia indugiato nel suo errare o addirittura abbia scelto liberamente alcune tappe, portata da una propria inquietudine o forse dalla curiosità.
Che la simbologia dell’esilio vada ripensata, e in qualche modo alleggerita dal velo di angoscia che solitamente la circonda, è la tesi di un libro controcorrente di Shmuel Trigano. Nato in Algeria nel 1948, Trigano - ora una delle voci più autorevoli dell’ebraismo francese - può vantare l’esperienza diretta di molteplici esili biografici, e forse per questo riesce a descrivere il “déplacement” interiore con particolare efficacia: “Dopo che le linee della terra saranno sfumate, il ricordo tornerà come in folate di vento, i frammenti di voce… sommergeranno allora le orecchie dell’esiliato”. Per Trigano, tuttavia, in questo allontanamento è racchiusa un’occasione creativa, «la partenza per l’esilio ha la potenza della rosa dei venti, o meglio rosa dei tempi».
E’ vero che il paese che ci si lascia alle spalle perde, a poco a poco, di concretezza fisica, ma in cambio guadagna di spessore interiore, viene finalmente sublimato nelle sue qualità più cristalline. “E’ necessario imparare a vedere l’esilio come una libera scelta”, e imitare così l’archetipo ebraico di ogni diaspora, il patriarca Abramo, che lasciò Ur dei Caldei per seguire la voce divina.
Forse Trigano pecca di ottimismo quando afferma che il “vero esilio” non è sradicamento ma professione d’indipendenza interiore. Il suo errante è di un tipo assai particolare, un intellettuale che segue il “sole nero” della separazione per scoprire dentro se stesso il valore della propria umanità: “Si crede, quando si va in esilio -, scrive Trigano - di sapere da dove si parte, ma in realtà lo si scopre cammin facendo”. Come a dire che, solo grazie alla lontananza, la sposa dai gioielli scuri ha imparato a conoscere la propria dimora.
 


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