Undici parole per lui posson bastare

di Nello Aiello - La Repubblica 

Si può riassumere un lungo tratto della storia civile d’un paese indicando come linee interpretative alcune decine fra vocaboli, motti d'autore ed escandescenze da comizio? Giunto alla fine del recentissimo volume di Gustavo Zagrebelsky intitolato, con uno stile da dissertazione settecentesca, “Sulla lingua del tempo presente” (Einaudi, pagg. 70, euro 8), il lettore ha maturato la convinzione che sì, è possibile. Breve come un pamphlet e spietato come una requisitoria, il libello dello studioso si colloca giusto a metà strada fra due discipline la cui distanza sembra abolita nelle pagine: linguistica e politologia.
Come antecedente della sua fatica Zagrebelsky ha assunto la ricerca del celebre filologo ebreo-tedesco, Viktor Klemperer, che dedicò nel 1947, a guerra da poco conclusa, un saggio all’idioma del Terzo Reich, da lui definito, alla latina, “Lingua Tertii Imperii” e designato con il relativo l'acronimo L T I. L’autore di questo libro ha parafrasato quel modello escogitando una dizione che riguarda l’Italia di oggi: “Lingua Nostrae Aetatis” (LNAe). L'argomento di Zagrebelsky è certo meno bieco del suo modello, ma può dircela lunga sui tempi che viviamo e soffriamo. I quali si impongono all'attenzione degli italiani - anche di quelli, fra loro, che amerebbero ascoltare tutt’altra loquela - con il timbro vocale di chi ci governa e ci assorda.
L’officina dalla quale escono le parole della nuova lingua ha un marchio di fabbrica personale. Di questo supremo inventore non tanto di concetti o direttive, ma proprio di parole - o almeno di un nuovo modo di usarle a fini persuasivi e provocatori - Zagrebelsky fa una sola volta il cognome nel proprio testo, e un paio d'altre volte lo cita come autore d¿un saggio o presente in un titolo, tanto per evitare ogni sia pur improbabile incertezza su chi sia il suo bersaglio. Preferisce però, in genere, evocarlo con qualche diffuso epiteto – “il grande comunicatore”, “il salvatore”, “il benefattore”, “il seduttore”, “cotanto amante”, e così via - o con perifrasi che sembrano giaculatorie: colui che “descendit de coelis” venendo a “habitare in nobis propter nostram salutem”. Definizioni che mimano i versetti di un insospettabile Libro sacro. Insospettabile, dico, data la scarsa sacralità dell’Evangelista di Arcore.
Ma eccoci al vocabolario evocato da Zagrebelsky. La prima parola è, appunto, “scendere”. In politica non si entra. Si scende. Da dove? Da una vita superiore, quella dell’Azienda: lì fioriscono “virtù, purezza, capacità di buone opere”. Siamo poi al “contratto”: parola e concetto. Esso è un legame mistico fra il salvatore e i salvati. Un passo più in là, fa irruzione una coppia dal forte richiamo: “amore” e “doni”. Chi resisterebbe al primo? Benché la controparte del "cotanto amante", cioè la sinistra, si affretti a iscriversi a sua volta all’albo d’oro degli innamorati della nostra penisola - denuncia Zagrebelsky - non le si crede: “Noi non abbiamo in mente un'Italia come la loro, che sa solo proibire e odiare”.
Quanto al “dono”, è “una di quelle parole buone di cui non si può dire che bene”, annota perfido l’Autore, lasciando intendere che non esiste, oltre al dono, tramite più naturale fra corrotto e corruttore (o, se si vuole, fra potente e cliente). Il destinatario del regalo dall'alto è però esposto a un pericolo, che lo imprigiona in una perpetua fedeltà. “Io ti mantengo e tu devi vergognarti di farti mantenere. Ti tengo sotto ricatto con la parola”. “Mantenuti” è la parola-minaccia che mette in ginocchio i favoriti di regime. Se sgarri, ti chiamerò mantenuto.
Ci sono espressioni che esalano un disprezzo mefitico. Come nominare la “Prima Repubblica” senza almeno un ghigno di disgusto (erano tutti comunisti)? E come reprimere un conato evocando “il teatrino della politica”? Altri gruppi di parole - esempio: “le tasche degli italiani” - indicano, all'opposto, un'arcadia domestica, un bene intoccabile, un luogo disertato per decreto da quei virus che si chiamano Tasse, emissioni contabili del Maligno.
“Fare, lavorare, decidere”. Ecco un convoglio di verbi che, provenienti da Arcore, viaggia su rotaie privilegiate. “Fare sistema”. “Fare squadra”. “Fatto”: è un participio passato in forma di proclama. Un altro trio che animò tempo fa la fantasia dei lessicografi condotti che lavorano ai piedi del Comunicatore nel settore-scuola, suona così: Inglese, Internet, Impresa. Poco ci sarebbe di male se Zagrebelsky non vi scoprisse, al fondo, un’“anima esecutiva” che lo allarma. E’ la stessa pulsione in virtù della quale i “piani di studio” si vedono trasformati in “piani di carriera”. Che equivale a dire: se non serve a far carriera, che studio sarà mai!
Gli undici paragrafi di questo libro (ciascuno dedicato a una parola nuova o seminuova mal restaurata, e ai suoi dintorni) compongono un endecalogo laico di pronto uso. Una specie di libretto d'istruzioni per evitare effetti mentali indesiderati. Un vaccino che va iniettato sulla lingua, allo scopo di mantenerla presentabile.



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