Lieto fine o nessuna fine?

di Matilde Passa, Leggendaria 

C'è un tempo di Auschwitz, un tempo eterno che non è né un prima né un dopo ma un sempre che ha cambiato tutto e, quasi immutabile, scorre solo cronologicamente; e un tempo che sembra aldilà dell'Olocausto, e ne è invece un proseguimento. Un tempo tutto interno al mondo ebraico, scandito da tre libri di donne proposti dalla Giuntina. Ed è seguendo il classico ordine temporale che incontriamo per primo "Il colore madreperla", opera giovanile di Anna Maria Jokl, giornalista e sceneggiatrice, consigliato "ai ragazzi e a quasi tutti gli adulti". Scritto nel 1939, quando l'autrice ventottenne si era già rifugiata a Praga credendo di trovarvi la sicurezza, il romanzo è ambientato in un istituto tecnico dove si scatena una faida tra due classi, alimentata dalle bugie, dalla codardia, dal desiderio di potere di una parte degli alunni e sostenuta dall'inerzia e dall'ottuso conformismo degli altri. La metafora è evidente ma l'intento didascalico non intacca l'impianto romanzesco, l'affettuoso realismo con il quale Jokl racconta i ragazzi e le ragazze (siamo in un istituto tecnico e le femmine sono ancora un'anomalia) protagonisti di uno scontro nel quale il bene vincerà, condicendo tutti, o quasi, verso una diversa maturità. Un'utopia? Probabile, visto come andarono poi le cose. Eppure. "Per Joseph, il nobile contrabbandiere", recita la dedica all'uomo che portò alla salvezza Anna Maria Jokl e altri suoi amici e che qualche mese dopo tornò per consegnarle il manoscritto de "Il colore madreperla", che la ragazza aveva dovuto abbandonare durante la fuga. Una dedica che è già un romanzo e contiene una speranza affidata a un fuorilegge. "Porto tanti oltre il confine - disse il contrabbandiere alla stupitissima e grata autrice - e la maggior parte si lamenta perché hanno dovuto abbandonare tutto. Tu non ti sei lamentata. Ti è dispiaciuto solo per il libro che avevi scritto. Questo mi è piaciuto". Un vero lieto fine.
Nessun lieto fine, anzi proprio non c'è fine, nella devastazione interiore che Grete Weil racchiude negli scarni racconti proposti sotto il titolo di "Conseguenze tardive", un termine che, come spiega l'attenta curatrice Camilla Brunelli nella prefazione, designa il "trauma del dopo Auschwitz" ed è stato usato anche in sede giuridica nelle cause per i risarcimenti dovuti ai deportati nei campi di concentramento. Taglienti come lame, grotteschi e dolorosi, spietati e sapienti, i brevi racconti che sono quasi il testamento storico e spirituale dell'autrice, mettono in scena il non tempo e il non luogo di chi è riuscito a fuggire e di chi è sopravvissuto al lager. Così, nella "Casa del deserto" i due anziani coniugi riparati negli Stati Uniti vivono in un mondo surreale, lontani soprattutto da se stessi. Così, in "Guernica" l'amico sfuggito ai lager e riparato anch'egli negli Usa, ha cancellato caparbiamente non solo la Germania che lo ha tardito, ma la parte migliore di sé. Come se la vita fosse cominciata solo quel giorno oltreoceano. Grete Weil no. Lei, salvandosi a stento dopo l'inutile fuga in Olanda, non si separò dalla Germania e già nel 1946 vi fece ritorno. Più tedesca che ebrea, Grete Weil ci racconta l'acuto straniamento di colui/colei che ha scelto una terra, una cultura, una storia e se ne vede brutalmente respinto. E di chi fu inghiottito dal baratro.
Anche il villaggio dove vive Simona Dadun in "La pazienza della pietra" è una terra che è divenuta inospitale per tutti, ebrei e arabi, da luogo di felice convivenza a luogo di odi oscuri, da terra di quiete a territorio bersagliato dai razzi katiuscia. E la morte di Massud "il re del falafel", marito dell'ebrea Simona, è rimasta inspiegata, un fulmine a ciel sereno, come un razzo katiuscia che avesse centrato il bersaglio: il cuore di Massud. E Serena aveva in pancia i due gemelli, Haim e Oshi, e a carico gli altri figli: Kobi, il più grande e infelicemente responsabilizzato, la tenera Etti, il vivace Dudi, e il semideforme Itzik che affida la sua sicurezza a un falco. Tutti adolescenti spauriti, in cerca dei più stravaganti espedienti per salvarsi dai terroristi, in questo villaggio sconvolto da sei anni di conflitti. Il titolo ebraico del libro suona pressapoco così "non vengono mica i (sette) nani a...", come a dire che te la devi cavare da solo. Eppure in questo ironico, doloroso, umanissimo, romanzo di Sara Shilo, c'è la tragedia e la sofferenza, ma c'è sempre, tenace, la voglia di andare avanti, di affidarsi all'amore. E' solo una giornata quella raccontata dall'autrice, che affronta per la prima volta un romanzo per adulti dopo aver raggiunto il successo come scrittrice per l'infanzia. E questo talento letterario permea il linguaggio degli adolescenti del libro. Lo stile incalzante, reso dalla traduzione perfetta di Shulim Vogelmann, fa di questo libro un dono prezioso per chiunque ami la vita e voglia comprendere come si vive tra i due fuochi di una guerra tanto idiota quanto disumanizzante. Lo hanno salutato come un capolavoro. Siamo d'accordo.        


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