Il testamento etico di Emil Fackenheim

Recensione a Un epitaffio per l'ebraismo tedesco di Emil Fackenheim
di Massimo Giuliani - L'avvenire


Tra i motivi che spingono qualcuno a scrivere un'aotobiografia vi sono la vanità di non essere dimenticati e il desiderio di salvare, in qualche modo, il proprio passato ovvero eventi e dettagli quotidiani che il tempo risucchia senza condiscendenza né apprezzamento. Il filosofo e teologo ebreo Emil Fackenheim (1916-2003) l'ha scritta invece, quasi suo malgrado, per ammonimento, come un grido finale o un testamento etico (tipico della cultuta ebraica tradizionale), per consegnare un messaggio ben preciso agli ebrei e ai tedeschi, lui, ebreo tedesco sopravvissuto alla Shoah e diventato dopo il 1967 una delle voci più significative del pensiero religioso contemporaneo. Nel volume di memorie "Un epitaffio per l'ebraismo tedesco", da poco edito da Giuntina a cura di Paola Ricci Sindoni, Fackenheim ripercorre gli eventi principali di una vita segnata dall'antisemitismo nazista: l'infanzia ad Halle, gli studi rabbinici in una Berlino ormai in balia del regime liberticida, l'arresto e il carcere nella Notte dei cristalli, la fuga verso la Scozia e poi l'emigrazione in Canada, dove diventerà amoci di Leo Strauss e tenterà di elaborare un dialogo vero fra fede e ragione, fra tradizione e pensiero critico. Ma dietro i fatti, gli aneddoti, gli incontri, Fackenheim coltiva le grandi domande: perché la barbarie è potuta sorgere nel cuore dell'Europa civilizzata? Perché la grande cultura occidentale non ha saputo resistere all'antiumanesimo della propaganda razzista? Cosa significa la fine della simbiosi ebraico-tedesca voluta dal Terzo Reich? Da qui il titolo, duro e senza appello, di queste pagine nelle quali accadimenti squisitamente personali e familiari si intrecciano con eventi storici d'impatto mondiale. L'autore si sforza comunque di rintracciarvi i segni di un destino più alto, o almeno il significato etico con cui gli uomini devono fare fronte a quel destino. E' per questo che la terza parte del volume è dedicata agli ultimi anni della sua vita: l'immigrazione in Israele a coronamento del suo ideale sionista, ma anche la confessione, sicera e desolata, delle frustrazioni che sempre accompagnano chi cerca di tradurre grandi ideali nella realtà quotidiana. E poi ancora i suoi ritorni in Germania, la ricerca delle radici in un modo scomparso, la speranza nelle nuove generazioni di tedeschi che, consapevoli del loro passato, vanno a studiare a Gerusalemme. L'autore di "Tiqqun. Riparare il mondo" (apparso sempre quest'anno per i tipi di Medusa) offre qui un ripensamento non solo della sua vita ma anche e soprattutto di un secolo che, per gli ebrei, ha chiuso il capitolo di uan storia iniziata nel XVIII secolo con l'amicizia tra Mendelssohn e Lessing, aprendone uno nuovo ancora tutto da scrivere. 



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