Conversazione con Yaniv Iczkovits


Giusi Meister - La biblioteca d'Israele

La biblioteca d’Israele: Innanzitutto “Batticuore” è il tuo primo libro, e lasciami dire che è molto maturo, inoltre, mi ha trasmesso l’impressione che tu abbia il coraggio di entrare nella profondità delle cose, senza temerne la complessità. Infatti, i rapporti emotivi e psicologici tra i personaggi sono molto articolati e complessi, per questo vorrei sapere quanto ti ci è voluto a scriverlo.


Yaniv Iczkovits: Non so davvero dirti quanto mi ci è voluto, in realtà, per scrivere questo libro perché per me scrivere non ha un inizio preciso, mentre ha senz’altro un termine ben determinato. L’idea di “Batticuore” è iniziato con delle piccole scene in cui ho immaginato che il protagonista, Yonatan,avesse la possibilità di realizzare tutte le sue fantasie sessuali più selvagge ma, all’improvviso, nel suo realizzarsi, tutto ciò diventava un incubo. Ero molto interessato ad esplorare la delusione conseguente alla realizzazione di una propria fantasia. Se ci pensi bene, questo è anche quel che succede in una situazione abbastanza normale: quando la gente va in vacanza. Al ritorno hanno sempre fatto la vacanza perfetta: il posto perfetto, il cibo straordinario, gli hotel magnifici. Molto raramente ho sentito di gente che tornava da una vacanza dicendo che era stata un fallimento, e questo perché molte persone tendono a percepire tutto in termini di successo o fallimento. Persino quando siamo in vacanza dobbiamo essere gente di successo. E questo mi fa riflettere un bel po’ su quanto le nostre vite sono misurate in termini di successo e fallimento.
E’ da allora che ho iniziato a riflettere su queste regole nascoste che informano e sorreggono la vita di ciascuno di noi: le regole nascoste che ci provengono dalla famiglia, dal lavoro, dalla percezione di noi stessi, e anche dalle sensazioni che gli altri si aspettano che noi dovremmo avere nel matrimonio, nell’amicizia etc. se non le rispettiamo stiamo fallendo nel nostro tentativo di avere una vita normale.
Yudit, ad esempio, nel libro percepisce dentro di sé, nel proprio corpo, un estraneo che fa di lei ciò che più gli piace e che le dice cosa fare e ciò che è. E’ allora, quando tutti attorno a lei cercano di aiutarla, che Yudit capisce che gli altri percepiscono la sua malattia come un fallimento. Questo significa che non possiamo neppure fallire nelle emozioni, dobbiamo avere le emozioni giuste, altrimenti…
E’ così che io inizio a scrivere, vedi? Cioè non scrivendo affatto. In effetti posso dire che mi sforzo di non scrivere perché so che la scrittura verrà quando è il momento giusto. E quale è il momento giusto? Non posso determinarlo. Penso che I personaggi di “Batticuore” mi sono girati in testa per tipo due o tre anni prima che ne scrivessi. E’ stato allora che ho capito che la profondità non dipende soltanto dal tempo, ma soprattutto dallo spazio, di una prospettiva migliore da cui guardare le cose.
Sentivo che non potevo scrivere il libro in Israele, e che mi sarei dovuto isolare completamente. Credo che questo atteggiamento fosse in un certo senso una forma di codardia. Non potevo scrivere nel modo che volevo in Israele perché avrei sempre dovuto stare attento a non ferire nessuna delle persone che mi stavano intorno.
E quando ho capito che davvero non avrebbe funzionato, sapevo che sarei dovuto andare altrove per dire quel che avevo da dire.
E così sono andato in India perché costava poco ed era un posto dove poter stare in pace. Mi son sistemato in un piccolo villaggio e ho cominciato a lavorare otto ore al giorno, otto ore che poi son diventate dodici e poi sedici e alla fine ho perso completamente il conto perché ho iniziato a vivere nel mio libro. Ci ho messo sei mesi e son tornato in Israele coi primi sei capitoli e senza un soldo in tasca, e lì ho continuato a scrivere i successivi capitoli per altri due anni. Dopo tre anni il libro era finito.
‘Batticuore’ è il primo libro che ho pubblicato ma, in realtà, non è il primo che ho scritto. Comunque non credo che si dovrebbero vedere questi primi tentativi come fallimenti. Anzi, credo siano assolutamente essenziali al fine di trovare la tua voce e, soprattutto, di liberarti delle tante influenze degli scrittori che ammiri (nel mio caso Yaakov Shabtai). Avevo così tanti incipit di grandi storie che poi non ho scritto, e fantastici racconti che nessuno ha compreso, e anche un romanzo finito che è stato rifiutato da tanti editori perché ‘Non sono riusciti a comprenderne la genialità’ (veramente faceva davvero schifo come romanzo). Ma poi, quando è arrivato il momento di “Batticuore” ero a mio agio con le mie capacità e, soprattutto, coi loro limiti.


La biblioteca d’Israele: Da donna ho trovato molto interessante come hai focalizzato, e quanto profondamente, la narrazione sui personaggi femminili. Non solo ne hai fatto il cardine della storia, ma, a parere mio, sono anche quelli che rendono Yonatan (uno dei protagonisti del romanzo) consapevole della perdita di senso e della mancanza di un percorso nella propria vita. Come mai hai deciso di mettere proprio le donne al centro della storia e di farne il centro emotivo di essa?


Yaniv Iczkovits: Onestamente ti devo dire che io vedo le donne come una speranza, ma la speranza non sta nel fatto che ci dovrebbero essere più donne degli uomini, ma piuttosto nell’infrangere e farsene beffe di questo mondo tutto al maschile (perché diciamolo che questo mondo è piuttosto ridicolo). Penso che Mira e anche Alex (due delle protagoniste del romanzo) stanno proprio facendo questo a Yonatan: fare a pezzi le sue fantasie e, naturalmente, c’è anche Yudit che reclama la sua femminilità.
Io vedo nelle donne una speranza perché sono più sensibili alle differenze che alle somiglianze. E’ ovvio che ora qui sto generalizzando, ma mentre gli uomini, spesso, cercano un terreno comune, le donne individuano le differenze. Questo le rende più attente ai dettagli. Mettiamola anche in un altro modo: gli uomini sentono di dover provare la loro unicità attraverso la carriera, il carattere, la forza, la saggezza etc. (mi anche io). E per questo fanno delle sciocchezze. Invece, il punto di osservazione da cui partono le donne è quello di focalizzare le differenze. Noi siamo tutti diversi per natura, e non ci sarebbe neppure bisogno di sforzarsi tanto per esprimere ciò che ci connota già individualmente. C’è già. E proprio per questo motivo penso che le donne si relazionino agli uomini (anche ai propri mariti) come delle madri che devono badare ai propri figli. Mi piace molto questo genere di donna, e credo che si possa imparare molto da loro. In aggiunta a tutto questo io credo che la prossima rivoluzione sociale possa davvero venire dalle donne. E questo perché oggi gli viene richiesto di vivere in questo impossibile mondo al maschile. Devono avere una carriera, essere madri perfette, rimanere magre, giovani e bellissime, e così mi sembra che stiano accumulando molta frustrazione. Tutto questo potrebbe portare un cambiamento bell’ordine sociale, e mi spingo a dire anche nella struttura e nella natura della famiglia.


La biblioteca d’Israele: Il tuo libro mostra la lotta che l’individuo è costretto a condurre, non importa se donna o uomo, per adattare se stesso e la propria vita a quelle che sono le norme non scritte della società israeliana, ed è una storia profondamente pervasa da un senso di violenza. Ma pensi davvero che sia proprio questo l’atteggiamento della società israeliana di oggi?


Yaniv Iczkovits: Quanto ho scritto “Batticuore” avevo intenzione di scrivere della violenza silenziosa presente nella società israeliana. Quel genere di violenza che si nasconde al di sotto della superficie: la violenza di stampo borghese. Questo tipo di violenza è repressa ricorrendo allo sforzo continuo di mostrare che siamo normali, che siamo a posto, e che Israele è una società che corre perfettamente sui binari dettati dalle leggi esattamente come ogni altro Paese etc.
Al fine di mantenere questa violenza ben nascosta sotto la superficie siamo costretti a reprimere parecchie cose: l’occupazione, il fatto che a soli 10 km dalle nostre case c’è una guerra che si sta svolgendo, che stiamo mandando i nostri figli a 18 anni in guerra, che l’economia parla di grandi risultati, numericamente parlando, ma che nei fatti solo poche persone si stanno arricchendo mentre la maggioranza rimane in forti difficoltà economiche e lotta per arrivare alla fine del mese. E noi dobbiamo nascondere tutto questo ai nostri figli perché loro non devono sapere dei 3 milioni di palestinesi che vivono in una terra di nessuno etc. E’ evidente che al fine di mantenere questa normalità la gente debba poi pagare un prezzo personale molto alto.
Yudit avverte che questo prezzo, nello specifico, è nel proprio corpo e nella propria famiglia. Scopre così che la sua vita personale, le sue emozioni più nascoste, sono controllate da regole che non comprende. Yonatan paga invece questo prezzo nelle sue relazioni interpersonali. Si distacca progressivamente da ogni senso di intimità, indifferente alla propria famiglia, al proprio padre che è malato, a sua moglie, e tutto quello che gli importa veramente sono le sue fantasie, in cui viene trascinato come un pedone in una partita di scacchi. Effettivamente, a ben pensarci, tutte le persone che formalmente dovrebbero essere considerate normali, sono poi nel libro piuttosto irrisolte ed estremamente violente.
Eppure, da quando ho scritto “Batticuore” le cose sono cambiate in Israele in relazione a questa violenza silente di cui parlavo. Ciò che è successo è che questa violenza non è più affatto così sotterranea e silenziosa. E’ emersa completamente, è a disposizione di tutti. In questo momento mi trovi in uno stato di profondo pessimismo. Le cose che prima strisciavano sotto la superficie stanno scoppiando come il pus e niente riesce a porre un freno a tutto ciò. La nostra società sta diventando esplicitamente razzista, le persone non si vergognano più di esprimere idée terrificanti e questo è preoccupante. Ogni critica ad Israele è immediatamente percepita come antisemitismo e la memoria dell’olocausto è spesso profanata da interessi politici ottusi che non sono in grado di veicolare valore universalistico di stampo umanitario. Onestamente sono molto preoccupato che la società israeliana stia diventando sempre di più nazionalistica e religiosa. E quel che mi preoccupa ancora di più è che la classe media della società israeliana si sta abituando a rimanere confortevolmente inconsapevole, e che nulla riuscirà a tirarla fuori dalla routine delle proprie azioni.


La biblioteca d’Israele: Possiamo dire che, in qualche modo, “Batticuore” è un libro che ci parla di tanti tipi di distanza? Distanze geografiche, psicologiche, emotive che inducono un senso di apatia e di spaesamento nella vita dell’essere umano. Quali sono le cause di questa apatia, oggi, nella società israeliana?


Yaniv Iczkovits: L’apatia è sempre il risultato di un tuo porre un limite al tuo impegno nei confronti del mondo. Tutti noi siamo apatici in una certa misura, ma la domanda è dove posizioniamo i nostri limiti (L’Africa? Gli animali? I lavoratori immigrati? Le religioni diverse dalla nostra?). Ma c’è questa illusione, in Israele, che si possano davvero tracciare dei limiti artificiali, come ad esempio, quelli tra ebrei ed israeliani. Puoi dire ad esempio: noi dobbiamo occuparci di noi stessi, e che i palestinesi e gli arabi si occupino di se stessi. Ma guarda cosa accade a Yudit nella storia: lei se ne frega della politica. Non sa neppure cosa accade nei territori occupati, ma poi suo figlio Udi parte per il servizio militare proprio nei territori occupati in mezzo alla popolazione civile palestinese. E’ allora che Yudit comprende Udi si sta allontanando sempre di più e sta piombando nell’apatia. Lei sente distintamente che lo sta perdendo, anche se non sa cosa ha suo figlio in testa. Dopo questa esperienza nell’esercito Udi decide allora di partire per l’India e di trovarsi una famiglia adottiva. Ed è allora che tutto ciò che Yudit ha cercato di reprimere fino a quel momento le torna indietro sotto forma di eventi personali. Sostanzialmente il punto è questo: quando cerchi di tracciare un limite artificiale questo ti farà cadere nel momento in cui meno te lo aspetti. Anche perché, vedi, le distanze in Israele sono veramente ridicole. E’ tutto così claustrofobico. Ma da quando la situazione in Israele è così complicate, la gente è stanca di sapere come vanno le cose e di preoccuparsene. E’ come avere un dolore e farsi curare da un medico pessimo che ti dice di tenertelo il dolore, e che non c’è cura alcuna. E tu, invece di cambiare medico. Ti tieni il dolore e ci vivi assieme perché, anche se il dolore ti sta mangiando vivo tu sei stanco di passare da un dottore ad un altro, e quindi, provi a sopravvivere così.
Allo stesso modo, l’apatia non è solo un modo di relazionarsi verso persone differenti o differenti relazioni, ma penetra nella tua vita, in seno alla tua famiglia, nel senso che attribuisci alla tua stessa vita.
Quella stessa distanza è altresì percepibile nel linguaggio, nel modo in cui parli delle cose, di quali cose parli e di quali, invece, non intendi parlare affatto.
Le parole che usi sono il sottotesto nei tuoi discorsi. Ad esempio, nel libro Yudit scopre che tutti i suoi pensieri sono come vestiti di seconda mano, come se qualcun altro li avesse già indossati per lei, e Roiki, il figlio di Yudith ha sviluppato un vero e proprio problema col linguaggio, come se si stesse ribellando a queste parole già consumate. Yonathan avverte poi di non riuscire a parlare al proprio padre perché è come se si esprimessero in due lingue diverse. Dorfman parla addirittura al plurale, e tutti coloro che si muovono nel libro hanno problemi proprio con le distanze di tipo linguistico.
Spesso, a pensarci, non possiamo neppure parlarci l’un l’altro, non solo all’interno delle singole parti della società, ma nemmeno dentro alla nostra propria famiglia.


La biblioteca d’Israele: Nel tuo libro parli di Verona. Ne hai parlato perché ci sei stato e ti è davvero piaciuta come città, o piuttosto perché è ormai una specie di simbolo dell’Amore, data la storia di Romeo e Giulietta


Yaniv Iczkovits: Ho deciso di scrivere di Verona perché l’ho visitata durante il mio viaggio in Europa. Sono stato in Italia tre mesi e Verona è stata forse, la seconda o terza città che ho visitato. All’inizio il mio viaggio è stato piuttosto turistico: me ne andavo in giro con la classica guida per turisti, stando attento a visitare tutti i posti consigliati, a bere il migliore espresso possibile in Italia e tutte le stronzate di questo tipo. Poi, a Verona, è successo qualcosa. Non ho davvero idea di che cosa sia accaduto realmente, ma quando ho visto la statua di Giulietta, e tutta quella gente che si faceva belle foto sorridenti al balcone, be’, ho capito che era arrivato il momento che assumessi un approccio differente e cominciassi a scoprire la città lasciandomi trasportare dai miei passi, smettendola di fare il mero turista. Solo allora ho davvero imparato a godermi il viaggio.


La biblioteca d’Israele: Quando prestavi servizio militare ti sei rifiutato di servire nei territory occupati, e così sei diventato un Refusenik. A causa di questo tuo rifiuto hai passato 30 giorni in prigione. Udi (uno dei protagonisti di ‘Batticuore’) decide di andarsene in Idia terminato il servizio militare, e in effetti questa non è affatto una decisione poco comune, in Israele, in quanto parecchi ragazzi dopo il militare decidono di andarsene lì o in America Latina. Pensi che lo facciano per riconquistare una specie di libertà, per godersi un po’ la vita, o in questa scelta è compreso anche un desiderio di trovare la propria identità?


Yaniv Iczkovits: Be’, è sempre molto difficile generalizzare. Alcuni ci vanno per le droghe e le feste, per sfogarsi. C’è anche da capirli. Se ci pensi hai vissuto i migliori anni della tua vita in un sistema molto disciplinato. Altri, invece, compiono una vera e propria ricerca spirituale. Ed è così che cominciano a praticare il buddismo, lo yoga, e leggono Hermann Hesse. Insomma, tutto quello che contiene le parole “natura”, “respirare”, o “sé”. L’aspetto divertente di tutto questo è che questa specie di viaggi sono diventati una sorta di esperienza obbligatoria in Israele, qualcosa che devi assolutamente fare dopo la leva. Ed è così che si sono messe a punto tutta una serie di cose che devono assolutamente essere fatte: ciò che devi fare, le droghe che devi provare, le persone con cui devi stare, i posti che devi vedere. Alla fine, temo proprio che la ricerca dell’identità e il salvarsi la vita siano diventate parte della “what to do list”. Proprio come la guida che mi ero portato durante il mio viaggio a Verona e che era davvero una roba schifosa.


La biblioteca d’Israele: Ti faccio esattamente la stessa domanda che ho fatto anche ad Aharon Appelfeld: “Come dovrebbero relazionarsi i giovani israeliani al passato al fine di costruire qualcosa in cui l’identità, la memoria e il future possano essere mescolati assieme? E soprattutto è una operazione possibile?”


Yaniv Iczkovits: Questa è una domanda piuttosto difficile, ma ci sono sicuramente un po’ di cose che possiamo fare. Innanzitutto possiamo guardare al passato e riconoscere ciò che è successo, anche quelle che ci creano disagio. Intendiamoci, io sono un sionista entusiasta di esserlo, nel senso che credo fortemente che dopo quello che è accaduto nel corso della seconda guerra mondiale, gli ebrei hanno pienamente diritto al loro Stato. E’ finito il tempo di essere cittadini indifesi di Paesi altri. La storia stessa ce l’ha provato. Ma poi, oltre a questo, dobbiamo anche riconoscere che questo Stato ha anche causato ingiustizie sia alla regione che alla popolazione locale. Se non riconosciamo questo, allora, non c’è alcuna possibilità per noi di fare altro nel futuro perché ci affidiamo a false supposizioni. Questo, tuttavia, non significa affatto che le sofferenze in questione siano parallele, e che Nakba sia pari all’olocausto, ma che, piuttosto, dobbiamo prendere coscienza degli errori commessi nella creazione del nostro Stato. Dobbiamo dire agli arabi: ebbene, abbiamo fatto molti errori e li vogliamo correggere. Riconosciamo il vostro dolore e la vostra sofferenza, e le vostre case che avete perso e la vostra proprietà, così come l’impossibilità di continuare l’occupazione e di mantenere gli insediamenti. D’altro lato, però, abbiamo intenzione di rimanere, non abbiate nessun dubbio in merito. Pertanto, cerchiamo di costruire un futuro partendo da qui.
Se reprimiamo le cose che ci provengono dal passato o cerchiamo di giustificarle facendoci accuse reciproche, allora non costruiremo mai la fiducia. E io credo che tutti i problemi in Israele siano fondamentalmente problemi di fiducia.
Noi non vogliamo conoscere la loro storia partendo dal passato.
Loro non voglio conoscere la nostra storia partendo dal passato.
Per questo motivo loro ci sembrano gente irrazionale e noi sembriamo loro gente irrazionale. E come puoi pensare di metter su negoziati con gente irrazionale? E così il risultato, in tutta questa situazione, è una fortissimo inclinazione al fanatismo religioso e ad un nazionalismo di tipo estremistico. Inoltre, è importante notare che tutte queste situazioni non hanno un precedente nel passato. Non sono affatto parte della storia. In pratica sono collegate a convinzioni fortemente ideologiche ma non lasciano spazio al dialogo in alcun modo. Questo è quel che succede quando non guardi al tuo passato con un coraggio sufficiente a conoscere i lati meno piacevoli di te stesso. Esattamente ciò che accade quando ti poni da una prospettiva limitata rispetto al passato. Questo accade anche nella tua vita, è lo stesso. Quando ti fermi a riflettere su te stesso, hai veramente la voglia di conoscere I lati oscuri del tuo carattere? Vuoi davvero prendere coscienza della tua invidia, rabbia, tristezza, del tuo ego che è parte di te stesso, o preferisci ignorare tutto e reprimere?.


La biblioteca d’Israele: Mi parli dei tuoi prossimi progetti?


Yaniv Iczkovits: Dopo “Batticuore” ho pubblicato un altro romanzo “Adam and Sophie” che si confronta in particolare con il tema della memoria: sulla relazione tra ricordare e dimenticare: il modo in cui le cose ci tornano alla mente e, quando ci capita di dimenticarle, per quale motivo ciò accade, infine, il modo in cui la memoria viene profondamente modellata dal presente e come essa stessa lo modella . Ad esempio, uno dei protagonisti è un sopravvissuto dell’Olocausto, e inizia progressivamente a dimenticare ciò che è accaduto nel suo passato (è successo davvero ad un membro della mia famiglia), ma questo non gli impedisce affatto di continuare a parlare dell’Olocausto ai bambini a scuola.
Un altro progetto si è appena concretizzato nella pubblicazione di “The Laws of Succession” che parla di un perito immobiliare che viene licenziato perché infelice (oggi non basta solo lavorare, devi anche essere felice del lavoro che fai) e anche se sembra che la sua vita stia letteralmente cadendo a pezzi, alla fine, si scopre che in realtà lui sta resistendo e difendendosi, ma in un modo tutto suo. Questa storia, in particolare, è sulla necessità di mantenere un proprio senso di dignità, specialmente di questi tempi in cui ci viene richiesto di rimanere in silenzio e accettare tutto. La dignità personale e l’importanza dell’ego, dal mio punto di vista, sono temi parecchio sottovalutati. Molte persone, specialmente quelli che si atteggiano a spirituali, ci dicono che non dovremmo assecondare il nostro ego. Ma l’ego è la forza della nostra vita. L’ego ci fa diventare ciò che siamo. Può essere che delle volte debba venire modificato, ma non di certo represso .
In ultimo, i miei prossimi progetti comprendono un romanzo sulla virilità. Penso proprio che sarà molto più diretto, perché mi sembra proprio che i tempi stiano diventando sempre più definitivi e drastici. Ho appena iniziato a scriverlo, ma mi sta già conducendo su degli interessanti sentieri narrativi inesplorati che davvero non mi sarei aspettato di intraprendere.


Biografia di Yaniv Iczkovits


Yaniv Iczkovits è nato a Rishon LeZion, Israele, nel1975. He served in nel corpo scelto dei paracadutisti come ufficiale combattente. Dopo l’eservito ha viaggiato in India, Napoli e il Tibet. Dopo aver completato gli studi universitari nel programma interdisciplinare per studenti meritevoli dell’università di Tel Aviv, ha conseguito un MA in filosofia e ha studiato per un anno a oxford. Nel 2002 è stato tra i primi firmatari della “combatant letter”, che dichiarava il suo rifiuto, e quello di molti altri riservisti, di servire nei territori occupati. Per questo ha trascorso 30 giorni in un carcere militare. Ha conseguito il Ph D. in filosofia alla università di Tel Aviv University sviluppando il tema della dimensione etica nel pensiero di Ludwig Wittgenstein’s, e all’università di Tel Aviv ha poi anche insegnato per 8 anni. Oggi sta svolgendo il Postdoc alla Columbia University di New York.
Iczkovits ha conseguito l’Haaretz Prize for Debut Fiction per il suo romanzo “Batticuore” (2007), e il Prime Minister Prize per il suo secondo romanzo “Adam and Sophie” (2010). Ha di recente pubblicato “The Laws of Succession”.
 




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