Eroi smarriti a Tel Aviv, in un mondo senza empatia

Recensione a Batticuore di Yaniv Iczkovits
di Giuliano Battiston - Il Manifesto 

"Lei non sa quale sia la differenza con loro? Loro vogliono soltanto massacrare i civili, entrare clandestinamente nel paese per farsi esplodere sugli autobus. Mentre a noi, come è successo due mesi fa con quella carogna di Salah Shehade, a volte succede che facciamo un errore e vengano uccisi anche alcuni civili...". La voce diffusa dalla radio locale è quella di uno dei tanti israeliani convinti delle proprie ragioni e dei torti altrui, del proprio diritto a calpestare i diritti dei palestinesi, senza nulla concedere al dialogo, ritenuto impossibile quando si ha di fronte un interlocutore che mira soltanto a "farsi esplodere sugli autobus".

Siamo a Tel Aviv, la città in cui Yaniv Iczkovits, primo firmatario della lettera con cui nel 2002 alcuni soldati israeliani 8soprannominati in seguito "refusnik") si rifiutarono di combattere nei territori occupati, ha ambientato il suo esordio letterario, "Batticuore" (Giuntina, euro 17, pp. 285, traduzione di Antonio Di Gesù), che gli è valso il premio "Ha'aretz" per la migliore opera prima. Chi, alla luce della biografia dell'autore, si aspettasse prese di posizioni politiche, condanne esplicite delle politiche discriminatorie del governo israeliano o l'esaltazione della scelta pacifista e antimilitarista, rimarrebbe deluso. Si tratta non di un pamphlet, non di un saggio storico, ma di un vero romanzo, capace in quanto tale di accomodare all'interno di un'efficace trama narrativa i profili psicologici e umani dei protagonisti, le vicende personali e spesso dolorosamente opache che investono, e insieme le vicende politiche che - spesso senza che se ne accorgano - determinano il futuro loro e della società in cui vivono. Una società ripiegata su se stessa, sequestrata nella sua stessa ossessione securitaria, in cui assumono poca importanza anche le distinzioni di orientamento politico, perché quando si è convinti di combattere una battaglia mortale non c'è più "differenza tra la destra e la sinistra", visto che "nel profondo entrambe le parti considerano gli arabi un popolo inferiore. Solo che la destra lo ammette apertamente".

In una società simile, divenuta orfana di qualsiasi capacità empatica (la questione è: o loro o noi", ammette uno dei protagonisti), sembra venir meno la possibilità di comprendere e aiutare gli altri, anche coloro a cui più si è legati: Yonatan, per esempio, trentenne "cresciuto in un mondo fatto di concretezza", educato dal padre Yoel alle fede "nella legge del più forte, al pragmatismo che disprezza ogni scintilla di spiritualità", sa che dovrebbe sostenere Mira, la moglie in attesa di un bambino che rischia di non vedere mai la luce, ma non riesce a farlo, non riesce ad abbracciarla, le braccia "abbandonate ai lati del corpo, cucite alle spalle da fili penzolanti".

Anziché voltarsi verso di lei, la sente più lontana: se "per lei non esistevano più i fatti, le erano rimaste solo convinzioni, sensazioni e speranze", per un contabile come lui, che vorrebbe applicare la legge della contabilità alla vita, anche alla vita di coppia, la fluttuazione di Mira in un mondo spirituale frequentato da stregoni orientali non può che essere un'insidia pericolosa, la "messa in discussione del suo ordine, della sua normalità quotidiana". Una normalità quotidiana che vorrebbe ricostruire dal principio, insieme ad Alex, ragazza madre tanto fragile quanto incline a nascondere le proprie fragilità in una vita sessuale disinvolta ed equivoca, nei club che frequenta insieme a Dorfman, l'amico-alter ego di Yonatan, la cui vita è "un susseguirsi di donne che adorano il suo corpo glabro", immersa in un "presente assoluto, privo di passato e di futuro, una cellula sospesa separata che si riproduceva all'infinito".

Nonostante l'apparente determinazione di chi divide gli uomini in trascinati e trascinatori e non ha dubbi nel collocarsi tra i secondi, anche Dorfman non è in grado di reggere gli urti della storia e della politica nella sua vita, quando da ghostwriter del sindaco gli è affidato un discorso per la commemorazione di un soldato morto suicida, Nadav, il miglior amico di Udi, cugino di Yonatan. Nadav era considerato instabile "i soldati avevano cominciato a parlare alle sue spalle", da quando il suo plotone aveva requisito una casa di palestinesi a Jenin da usare come osservatorio e lui era responsabile del vettovagliamento della famiglia: nonna, genitori e quattro figli confinati in una stanza.
I legami che aveva stabilito con loro, in particolare con il più piccolo dei figli, vengono interpretati come segni di disagio mentale: prima di essere congedato dal medico militare, Nadav si spara, perché «non avrebbe voluto disonorare la sua famiglia e la sua unità».
Prende il suo posto il cugino di Yonatan, Udi, ma rientrato dal servizio militare si sente "stanco, esaurito, sconfitto", sente "che tutto era finito, che era impossibile continuare come se non fosse successo niente". Nessuno vuole "sentire parlare del mondo da cui è tornato", "tutti pensano sia una questione politica". Per lui, invece, è una questione personale, perché non ha "mai incontrato nessuno che si chiama popolo palestinese", "nessuno chiamato popolo ebraico", soltanto individui, "gente che vive solo alcuni anni e ha nomi, cognomi, famiglie, ricordi e speranze".
Per Yudit, la madre di Udi – "una donna di una certa età con i capelli lunghi e secchi che rifiutava di tagliare in maniera consona alla sua età", alle prese con una depressione che assume le forme di "uomo, vecchio e grasso, che continua a stare, febbricitante, dentro il suo ventre" - la speranza è quella di veder tornare suo figlio, che da tempo vive in India, lontano da Israele e dalle sue oscenità, di riuscire finalmente a capire lui e la terra in cui vive, di cui finora non ha compreso nulla. Riuscirà ad avvicinarsi a Udi, e a liberarsi parzialmente di quell'uomo che lentamente scava gallerie dentro di lei, soltanto tramite una lettera che suo figlio ha scritto al bambino della casa di Jenin, grazie a due «stranieri», Marcel, un romeno arrivato a Tel Aviv come lavoratore stagionale, e Omar, palestinese, il primo in vita sua con cui parla.




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