Il lessico del male

Recensione a L.T.I.
di Anna Foa - L'Osservatore Romano 

Nato in Brandeburgo nel 1881 da una famiglia ebraica di origine boema profondamente integrata nella società tedesca, figlio di un rabbino riformato di Berlino, Victor Klemperer fu studioso di letteratura e filologo di grande rilievo. Si convertì nel 1906 al protestantesimo tornando però quasi subito all’ebraismo, e si dedicò per alcuni anni al giornalismo. Nel 1912 si convertì nuovamente, al fine soprattutto di poter intraprendere la carriera accademica, iniziata come lettore di tedesco a Napoli con l’appoggio di Benedetto Croce e poi proseguita a Monaco, dove si addottorò con Karl Vossler. Nel 1921 ottenne la cattedra di filologia romanza all’università di Dresda, che dovette lasciare nel 1935, quando ne fu espulso in seguito alle leggi di Norimberga. In quanto sposato ad un’"ariana", Klemperer poté continuare a vivere a Dresda, sia pur sottoposto a crescenti persecuzioni. Nel dopoguerra restò in Germania, nella parte del Paese che sarebbe divenuta la Repubblica Democratica tedesca, continuando a insegnare a Dresda e in altre università tedesche fino alla morte nel 1960. Un destino tutto tedesco, quindi, ed una forte identificazione con la patria tedesca, per cui Klemperer aveva combattuto volontario nel 1915, che lo porterà perfino, dopo la guerra, ad accettare il totalitarismo comunista, sia pur più che per affinità ideologica per mere ragioni di carriera. Un’identità tedesca fortemente sentita, che resiste a ogni traversia e persecuzione, e che lo porta in questo libro ad analizzare, del nazismo, lo sviluppo totalitario non attraverso i fatti e gli eventi bensì attraverso la distruzione perpetrata sulla lingua tedesca ("LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo", nuova edizione riveduta e annotata a cura di Elke Frölisch, traduzione di Paola Buscaglione Candela, prefazione di Michele Ranchetti. Firenze, La Giuntina, 2011, pagine 418, euro 20). Il "taccuino di un filologo", come lo chiama nel sottotitolo, spiegando il titolo, "LTI, Lingua Tertii Imperii", Lingua del Terzo Reich. "LTI" conobbe nella Ddr un enorme diffusione, più di 250.000 copie fino al 1989, mentre assai minore fu la sua diffusione nella Germania Occidentale, dove fu pubblicato per la prima volta nel 1966.

E’ un libro complesso, pensato e abbozzato nella parte filologica negli anni del nazismo, fra il 1933 e il 1945, poi redatto tra il 1945 e il 1946 fondendovi brani tratti dai suoi "Diarii", e pubblicato in Germania nel 1947. Quanto ai "Diarii", che porterà avanti fino alla soglia della morte, saranno pubblicati in Germania nel 1995, dopo la riunificazione quindi (la versione italiana, per gli anni dal 1933 al 1945, per Mondadori, è del 2000, mentre il suo diario del 1945 è stato tradotto nel 2010 da Scheiwiller sotto il titolo "E così tutto vacilla"). Quanto a questo volume, "LTI", la sua prima edizione italiana, sempre per La Giuntina, è del 1998, mentre questa seconda edizione, riveduta, si avvale di un ricco apparato di note. È un libro che fonde l’analisi della trasformazione indotta nella lingua dal nazismo, la distruzione del tedesco della società liberale a favore di un lessico che esprimesse le modalità della società totalitaria, con la narrazione della sua storia attraverso quegli anni, delle vicende concrete, quotidiane direi, della persecuzione degli ebrei e della persecuzione subita da lui stesso, ebreo sposato ad un’ariana e quindi sottratto alla deportazione, ma sottoposto a una serie crescente di divieti: da quello di frequentare le biblioteche, che blocca le sue ricerche sulla storia della letteratura francese per spingerlo a riflettere appunto sul tema della lingua del Terzo Reich, al divieto di possedere e leggere libri ariani - con la conseguenza paradossale che Klemperer, che stava analizzando la lingua del "Mein Kampf", è costretto a leggerlo clandestinamente, rischiando la vita), all’obbligo di vivere in una "casa degli ebrei" (Judenhaus), insieme ad altri ebrei che avevano stretto un matrimonio misto prima del 1935. Sono testimonianze di grande importanza sulla Germania di quegli anni e sullo statuto assolutamente singolare degli ebrei sposati con ariani, che nel 1935 e di nuovo nel 1941 erano stati esentati dalla sorte riservata agli altri ebrei (anche se quelli che non avevano, come lui, figli mezzi ariani dovettero portare la stella). Su questi coniugi ebrei di ariani il regime nazista fu esitante, tra quanti sostenevano la necessità della deportazione per tutti i coniugi di matrimoni misti, e quanti invece si preoccupavano delle ripercussioni che la deportazione dei diciottomila coniugi e ancor più dei circa centomila «meticci» di primo e secondo grado, avrebbe avuto nella società tedesca, dato l’alto numero di parenti di puro sangue tedesco che questi avevano. Fra ordini di deportazione e ripensamenti, essi sfuggirono per la maggior parte alla deportazione. È la stessa situazione del film "Rosenstrasse" di Margarethe von Trotta, che a Berlino, nel 1943, portò all’arresto dei coniugi ebrei di matrimonio misto e alle manifestazioni delle loro mogli ariane davanti all’edificio dove erano rinchiusi, fino a ottenerne il rilascio.

Quanto agli ebrei di matrimonio misto di Dresda, l’ordine di deportazione giunse per loro il 13 febbraio 1945. Avrebbero dovuto essere eliminati nel viaggio, dal momento che i campi all’Est erano ormai stati in gran parte liberati. Ma la sera dello stesso 13 febbraio, le bombe alleate colpirono disastrosamente la città, distruggendola quasi totalmente. Nella confusione, gli ebrei che avrebbero dovuto essere deportati, almeno quelli risparmiati dalle bombe, una settantina circa, riuscirono a fuggire. Tra loro i Klemperer, che trovarono rifugio sotto falso nome fino alla fine della guerra. Nel 1945, Klemperer aderì con sua moglie al partito comunista. Negli anni successivi, ebbe numerose incarichi e partecipò alla politica culturale del partito. Non scrisse mai nulla sulle trasformazioni della lingua tedesca sotto il totalitarismo comunista.

Ciò nonostante, il suo "LTI" è un’opera straordinaria, che deve forse la sua eccezionalità al suo carattere di opera mista tra la filologia e la memorialistica, oltre che alla riflessione linguistico-politica, in cui Klemperer apriva una strada che sarebbe poi stata allargata e approfondita da tanti studiosi, ma che era all’epoca assolutamente nuova. Come non pensare, infatti, leggendo le pagine che dedica alle manifestazioni pubbliche naziste e alla propaganda di Goebbels, ai lavori di Mosse sulla liturgia nazista? Scritto nelle sue parti più filologiche fra il 1933 e il 1945, quindi nella quasi totale impossibilità di procurarsi libri per il suo lavoro (ma quanti grandi libri non sono stati scritti in condizioni analoghe? Basti pensare alla "Storia d’Europa" di Henri Pirenne, scritta senza libri in prigionia nella prima guerra mondiale), il libro non è infatti un lavoro erudito, ma una riflessione sulla trasformazione di alcuni termini, sull’introduzione di altri nel linguaggio comune: "Il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte".

"Fanatismus" "fanatismo", è uno di questi termini: esecrato dagli illuministi come il contrario della ragione, è tuttavia già rivalutato da Rousseau come una delle forma assunte dalla passione, per assumere una valenza decisamente positiva con il Terzo Reich, dove l’aggettivo Fanatisch è usato con grande frequenza: si parla di "fede fanatica" nel Reich, della necessità di una "fanatica violenza", delle truppe che si battono "fanaticamente". Così "Sippe" "stirpe", "Untermenschen" "sottouomini", "Versteppung" "steppizzazione", "Weltanschauung" che sostituisce "Philosophie" "filosofia", troppo connotato in senso illuministico, "Erlebnis" "esperienza vissuta", "Jüdlein" "ebreuccio", invece di "ebreo", "Volljude" "completamente ebreo", e via discorrendo. Così alcune espressioni, quali "Festung Europa" "fortezza Europa", "absolute Sieg" "vittoria totale". Così l’uso incessante del superlativo, l’introduzione di metafore desunte dalle macchine. E così anche l’uso particolare, potremmo dire eufemistico, di termini quali "abgewandert" "emigrato", per intendere deportato, "melden" "presentarsi", per presentarsi alla Gestapo, "Strafexpedition" "spedizione punitiva". E, potremmo aggiungere, "Endlösung" "soluzione finale". Sono solo alcune delle parole analizzate da Klemperer, nell’intento di rivelare nel linguaggio l’anima del nazismo: un’ammonizione senza tempo a non perder di vista il peso e il senso delle parole, a ricordare, come scriveva Carlo Levi, che "le parole sono pietre".




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