Kenaz: "Racconto Israele tra innocenza e solitudine"

Intervista a Yehoshua Kenaz
di Daniela Gross - Pagine ebraiche 

I suoi libri sono arrivati in Italia un po' in sordina. "Voci di muto amore", uno fra i testi più belli mai scritti sulla vita dei vecchi. E poi "Rispristinando antichi amori", forse il più noto perché ha ispirato Amos Gitai che ne ha tratto il film "Alila". A seguire, alla spicciolata, gli altri. Quasi tutti, tranne "Infiltrazione", in ebraico Hitganvut yehidim. Un'assenza chissà quanto casuale per un'opera considerata una pietra miliare della letteratura israeliana che ha però il difetto di affrontare un tema scabroso per l'opinione pubblica occidentale: la Tzavah e i suoi soldati.

In "Infiltrazione" Yehoshua Kenaz, che sarà ospite d'eccezione al Festivaletteratura di Mantova, narra di un gruppo di militari diciottenni. E' un ritratto ambientato negli anni Cinquanta che affronta temi sempre attuali, dalla perdita dell'innocenza alle oscurità dell'esercito. Una storia di grande potenza, una sorta di Platoon in versione israeliana, capace di svelare al lettore un lato ancora poco noto di quella realtà e di sfatare il luogo comune che vuole Kenaz autore squisitamente intimista, attento solo ai moti dell'animo e al trasalire dei sentimenti. Lontano anni luce da quel tratto epico ed engagé che ha fatto amare, anche nel nostro Paese, scrittori come Amos Oz, A.B. Yehoshua o David Grossmann.

"Non posso scrivere di temi politici come i miei colleghi e buoni amici - spiega lui -. Non è un fatto di scelta ma di carattere: non ne sono capace. Ciò non significa però che non mi esprimo su temi politici. Sono iscritto a un partito, Meretz (laico e di sinistra ndr); firmo spesso appelli pubblici e il pubblico sa bene come la penso". Il punto è, chiarisce con un tratto garbato, accentuato dall'impeccabile francese con cui sceglie di rispondere alle domande, che ad attrarre come un polo magnetico la sua scrittura sono le persone, quell'aroma inconfondibile di voci, dolori, emozioni che si sprigiona dal vivere insieme: in una casa di riposo nel caso di "Voci di muto amore" o in un condominio nella prima periferia di Tel Aviv in "Rispristinando antichi amori".

Yehoshua Kenaz, in quasi tutte le sue opere mette in scena dei complessi microcosmi da cui si dipanano le diverse storie. Perché questa scelta?

Credo che la verità dei personaggi passi proprio attraverso questa complessità e si esprima grazie all'intreccio di più voci. Per questo ho scelto di utilizzarlo anche in "Infiltrazione".

Come mai questo romanzo non ha ancora avuto la diffusione che merita?

E' un libro che parla dell'esercito israeliano, argomento che oggi gli europei non apprezzano molto. In questi anni ho sentito spesso persone di valore, intellettuali, che lo condannavano senza sapere ciò che realmente accade in Israele, giusto per il piacere di sentirsi politicamente corretti. Un libro che va al si là di questi cliché è difficile possa trovare una buona accoglienza, com'è accaduto d'altronde per "Tredici soldati" di Ron Leshem. Il romanzo, da cui è stato tratto il film "Beaufort", ha avuto un gran successo in Israele, ma in Europa è passato quasi inosservato.

I suoi personaggi emanano un senso molto forte di solitudine e talvolta anche d'isolamento. Una condizione che sembra smentire quel forte senso di comunità che, secondo l'immaginario collettivo, pervade Israele.

La loro condizione in Israele è vissuta come del tutto normale. Si trovano all'incrocio tra la colelttività in cui vivono, in un ricovero o in un condominio, le relazioni che intrattengono con i vicini o gli amici e la solitudine che tocca inevitabilmente ciscuno di noi.

I suoi lavori hanno avuto anche una traduzione cinematografica. "Voci di muto amore" è stato adattato da Gurevitch, nel 2009 Dover Kosashvili ha tratto un film da "Infiltrazione" mentre "Ripristinando antichi amori" ha ispirato, nel 2003, "Alila" di Amos Gitai. Come ha vissuto l'esperienza di incontrare il suo stesso mondo poetico sul grande schermo?

Non ho partecipato alle trasposizioni cinematografiche: mi sono limitato a vendere i diritti d'autore. In linea generale il risultato è stato terribile. Quei film non hanno niente a che fare con il mondo raccontato dai miei libri, soprattutto "Alila". Ma in un certo senso me lo aspettavo.

Lei ha tradotto in ebraico molti classici della letteratura francese, da Stendhal a Flaubert a Gide e ha regalato ai lettori israeliani la possibilità di leggere Simenon. E' stato difficile trasportare quel mondo culturale nel suo Paese?

Non in modo particolare. Gli israeliani amano i libri, li comprano. Simenon è stato molto apprezzato come d'altronde i classici. Non mancano però le sorprese. Di recente ho tradotto "Le père Goriot" di Balzac. Un libro geniale che tratta un argomento di stringente attualità come il denaro e l'avidità che con mio grande stupore non ha avuto la risposta che mi attendevo.

Quali sono le principali difficoltà di tradurre in ebraico?

Qualche volta mi sento lacerato tar le due culture: devo riuscire a rendere il francese in un ebraico bello e buono. E' un equilibrio che con Simenon si realizza invece facilmente grazie al suo francese così semplice ed esatto.

Qualcuno sostiene che l'ebraico è privo di molte sfumature che caratterizzano altre lingue.

Non sento questa difficoltà. Talvolta può essere vero, ma in ebraico vi sono termini che mancano in altre lingue. Il francese utilizza ad esempio il verbo jouer per indicare l'atto del recitare, del giocare o del suonare: in ebraico ognuna di queste azioni ha un verbo specifico.

La rinasita dell'ebraico, con la fondazione dello Stato d'Israele, viene spesso rappresentata come un miracolo. E' d'accordo?

Non conosco un fenomeno simile in altre nazioni. Ma non saprei dare un giudizio perché sono nato nell'ebraico. I miei genitori lo parlavano in Eretz Israel ancora prima dello Stato e quando ero bambino c'era una sorta di fanatismo su questo tema: la lingua nazionale era molto importante, soprattutto a scapito dell'yiddish, che rappresentava la lingua dell'esilio. Oggi invece siamo pronti a torturare il nostro ebraico.

In che senso?

Come tutte le lingue parlate anche l'ebraico è in costante cambiamento. I giovani parlano uno slang che non sempre gli adulti capiscono, sono entrate nell'uso molte parole arabe e spesso saltano le distinzioni fra maschile e femminile nella coniugazione dei verbi o nella concordanza degli aggettivi. E' un problema legato a carenze del sistema scolastico. Ma non è un'evoluzione isolata: in Francia i ragazzi massacrano la loro lingua più o meno nello stesso modo.

Ma c'è anche chi stenta a impadronirsi della lingua. In "Ripristinando antichi amori" si riproduce il dialogo di alcuni anziani incapaci di parlare ebraico se non in modo elementare.

E' un problema ormai in via di esaurimento. Grazie alla scuola e all'esercito le nuove generazioni parlano tranquillamente l'ebraico. Le difficoltà sono ormai appannaggio solo dei vecchi o dei nuovi arrivati.




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