Appartamento con ingresso nel cortile: scrittura di rara bellezza... // Sull'ultimo libro di Kenaz



Recensione su Il Foglio al libro di Yehoshua Kenaz
Appartamento con ingresso nel cortile
Scrittura di rara bellezza, le cose quotidiane, le trafitture, i vuoti pneumatici, i dolori, riuniti come per un'assemblea delle emozioni, e in modo sotteso, della nazione di Israele - non nei tratti immediatamente politici, i territori occupati, le guerre, i razzismi, ma nelle ore dei giorni. E' quanto si affastella in nove racconti e compone "Appartamento con ingresso nel cortile", di Yehoshua Kenaz. E' fuori strada chi cerchi nel libro di questo scrittore iraeliano pluripremiato in patria l'ennesima mappatura politica di Israele: i racconti, sorretti dalla scrittura a tratti soave, sono un paesaggio bucato da tutte le parti, un pianeta terra divenuto la luna, ma abitata, dai cui crateri erompono battiti del cuore non detti, sentimenti celati, la paure fonde: anche il destino che si affaccia con i suoi numeri. Come nel pacato "Stanza numero 10", dove un anziano padre colpito da un lieve ictus torna col figlio da una nervosa visita medica, e costeggiando l'ospedale ricorda di avervi visitato il figlio neonato che ora è lì con lui, adulto. "Lì - annota Kenaz riferendosi al vecchio padre e annotando la fatalità dell'inizio a quella della fine - sarebbe morto, qualche mese dopo". "Crescita selvaggia, corpo estraneo" è un momento senza tempo che racchiude tutti i tempi ebraici: si dipana in una sorta di shtetl, forse immaginario, forse no, luogo che magari esiste come accade in Israele, dove un quartiere può essere concrezione umana della vita ebraica lungo la storia: quanto rimane di visibile del ghetto, sghembo e indigeribile. Protagonista, la categoria dell'inquietante, l'orrida nevrosi kafkiana di uan giovane donna, insensatamente viva e bella, posto che essa è reduce dai campi di sterminio; matta, o naturalmente ossessionata da quello che ha visto e che ora risiede in lei. Creatura di una fiaba nera che però è realtà, racconta a tutti che il suo corpo è popolato di escrescenze rossastre le quali non sono altro che la carne dei tedeschi che l'ha invasa per sempre. Qui è interessante notare che gli adulti la respingono e la ama teneramente un ragazzino. Con "Un punto morto della memoria", la penna di Kenaz ci trasporta nell'elegia di una precedente campagna israeliana, la natura di un tempo. C'è un gruppo di ragazzini ebrei che va per campi. La notte, inseguono e sono inseguiti da una creatura spaventosa, immaginifica dell'infanzia - che esiste in modo schiacciante. In "La borsa nera", un bambino è ignorato dal padre che lo porta con sé al ristorante e legge il giornale. Il bambino scopre la dolcezza della carezza di uan giovane maestra.
Con una progressione che forse nell'intimo di Kenaz ha un valore storico, "La festa" è un racconto di frontiera. Pare l'emersione definitiva di una rudezza divenuta una sorta di impotenza ad amare e a essere amati. La data, ricostruibile, è aprile 1977: Rabin si dimette per irregolarità burocratico-finanziaria della moglie. In un interno domestico dove la Tv non va e non si riesce a vedere la partita di basket che tutta Israele sta seguendo, un gruppo di persone festeggia la nuova casa di un amico, dagli interni fatiscenti. Strana festa, e nessuno conosce bene nessuno. I protagonisti rimangono casualmente chiusi in casa, conoscendosi a colpi di piccoli traumi, come se per entrare in contatto non esista altro modo se non l'analfabetismo scorbutico. In "Appartamento con ingresso nel cortile", i vecchi abitanti di un condominio sono quasi tutti scomparsi. Spunta l'ostica differenza fra nuove e vecchie generazioni e occuparsi dell'altro è perdita di tempo che riguarda solo chi è ormai fuori di sé: i vecchi. Vera letteratura. La traduzione di Elena Loewenthal è impeccabile ed elegante.  




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