Tra mistero e assurdo

Recensione a Appartamento con ingresso nel cortile
di Mara Marantonio - angolodimara.com

Yehoshua Kenaz è senza dubbio uno dei più rilevanti scrittori di Israele, da alcuni anni conosciuto ed apprezzato anche da noi, grazie soprattutto a Giuntina, che ha curato in gran parte l’edizione italiana dei suoi romanzi ed è attualmente impegnata nella traduzione e prossima pubblicazione dell’atteso “Infiltration” (il capolavoro del 1986), ispirato al quale è ora uscita una pellicola, diretta da Dover Kosashvili, candidata agli European Film Awards.
Come sappiamo, i contesti “kenaziani” sono piccoli ambienti: case di riposo, ad esempio; o condomini, a proposito dei quali, forte del ruolo di amministratore ricoperto anni addietro, mi aveva avvertito, in un simpatico scambio di messaggi e mail avuto con lui in francese alcuni mesi or sono: “Mai stupirsi di ciò che vi accade!”.
L’opera uscita un mese fa con l’Editore fiorentino, nella collana Israeliana - traduzione di Elena Loewenthal - è costituita da nove brevi racconti. “Appartamento con ingresso nel cortile e altre storie” ci mostra Israele colto nel suo vivere quotidiano, un’immagine ben lontana da quella di Paese sempre in guerra cui ci hanno abituato gli organi di informazione. Microcosmi complessi, indagati con linguaggio attento e ricco di sfumature. Nove racconti, tanti temi, ricchi di sfaccettature e colori. Nella scrittura di Kenaz c’è profonda empatia verso i personaggi incontrati, descritti con precisione affettuosa anche in aspetti non appariscenti, ma non per questo meno veri. Pensiamo alla ritrosia del piccolo Krieger (nell’ultimo racconto, “Spettacolo diurno”) di fronte al tentativo di abbracciarlo da parte della nonna in carrozzella.
Le vicende si svolgono in momenti storici diversi: dall’Israele austero dei primi tempi di fondazione dello Stato, alla primavera 1977 - allorché Itzhak Rabin si dimise da Primo Ministro per irregolarità burocratico/finanziarie imputabili alla moglie Leah - all’oggi. Talora l’epoca non è precisata, forse a dimostrazione di quanto la nostra parabola esistenziale possa prescindere da coordinate temporali. E, inevitabile, i quadri con unità di tempo si intrecciano tra loro, come pure i personaggi. Ecco alcuni esempi. Nella prima storia (“Crescita selvaggia”, “Corpo estraneo”) Sofia Hefetz, voce narrante - nata e cresciuta a Tel Aviv, già militante del “Palmach”, ora insegnante di pianoforte -, ci parla della sua famiglia, composta dal marito Yehuda, funzionario governativo, e dal giovane amatissimo figlio, Yair, che suona il violino, pur senza eccessiva passione. Con loro, in un villaggio agricolo “della prima ora” vicino a Tel Aviv, vive da qualche tempo, in attesa di una sistemazione stabile, una giovane cugina di Yehuda, Clara Hoffman, sopravvissuta alla Shoah (siamo durante i primi anni di vita dello Stato). E’ una ragazza di bell’aspetto, con lo sguardo profondo, intelligente, parla bene l’ebraico, ma… è fermamente convinta che, nel suo corpo, le stia crescendo “della carne non sua”. Ella è certa che quella specie di gobbette di pelle color rossastro che ha sui gomiti e tra le dita non siano un problema dermatologico da far esaminare con cura ad uno specialista, bensì un “corpo estraneo”, “carne dei tedeschi”, un mostruoso ricordo della tremenda esperienza subita. Un tormento che le impedisce di vivere in modo normale. Sul rapporto tra la famiglia e Clara, sui disagi, sui pensieri che induce la drammatica vicenda della giovane, proveniente da quel “laggiù” lontano e vicino al tempo stesso, si svolge il breve racconto, popolato di personaggi tracciati con sapiente umanità: i vicini di casa, dalla pretesa esperta di letteratura, in realtà tanto saccente quanto ignorante, al silenzioso “Captain” Berman, marito di un’amica di Sofia, Shula, un militare con la pipa perennemente in bocca, fino a Yoav, giovane occhialuto docente venuto da fuori (definito “matto” dal piccolo mondo del villaggio), il quale s’innamora a prima vista di Clara e forse la farà rinascere a vita nuova dopo le tremende sofferenze patite di cui quella carne che “le cresce dentro” è doloroso simbolo. Il dramma della solitudine è indagato con delicata “compassione”, qualità senza la quale, come ebbe a dichiarare Kenaz in un’intervista alcuni anni fa, “non è possibile scrivere un romanzo. Senza la compassione le cose non riescono ad essere umane e convincenti”. La solitudine è tanto più forte quando a soffrirne è un bambino, come il piccolo protagonista di “La borsa nera”, condotto al ristorante da un padre freddo e distratto, occupato solo a mangiare, a leggere il giornale, a telefonare, attento alla sua preziosa borsa nera, ma non certo al figlio. Questi, terminata la cena e lasciato solo dal genitore (“…lo vide uscire e sparire nel buio…”, va da sé con l’immancabile borsa), ritorna triste verso casa, con l’anima e lo stomaco a pezzi. La tristezza rischia di diventare disperazione, ma il conforto gli giunge durante il cammino dalle parole affettuose e dalla carezza di una giovane maestra, da lui conosciuta, che lo aveva visto poco prima in compagnia del padre ed aveva intuito la situazione.
La solitudine dei vecchi è rivissuta con tenerezza ed ironia in “Appartamento con ingresso nel cortile”, che dà il titolo alla raccolta. L’anziano vedovo Meshulam Berliner, autonominatosi “capo condominio” in uno stabile di Tel Aviv, paventato da tutti come emerito seccatore, è convinto che il giovane Ilan Peri, che abita in un appartamento con ingresso nel cortile e non si vede in giro da circa un mese, giaccia morto all’interno dell’appartamento stesso. Indizi? La cassetta della posta traboccante di lettere (compresi alcuni avvisi a ritirare raccomandate). Forte di questa certezza coinvolge un altro abitante della casa, il più giovane M. - protagonista di una precedente storia avente come sfondo l’ambiente militare -, il quale lavora a domicilio come traduttore dall’inglese di testi letterari. M., concentrato nella sua attività, cerca di sottrarsi alle sgradite attenzioni, ma invano. E a nulla vale la formulazione di tranquillizzanti e realistiche ipotesi circa la scomparsa di Ilan. Ne nasce un esilarante “balletto” nel quale entrano, una dopo l’altra, figure emblematiche. Ci sono, in primo luogo, un’attempata abitante del palazzo, Sara Barzel (vedova a sua volta), amica di Berliner, e un docente universitario di Be’er Sheva - locatore di Ilan -, il Prof. Mirkin, rimasto cieco a causa di una ferita di guerra. Quest’ultimo particolare è riferito a M. dallo stesso professore in occasione di un incontro tra i due all’Università, propiziato dal primo nell’illusione di chiudere la partita, una volta per tutte. Ma la cecità è negata in modo deciso da Meshulam: non è tenuto in alcuna considerazione il racconto di M. a tale proposito, con tanto di accenno agli occhiali neri, al cane guida, alla lettura in Braille; né, men che mai, il fatto che l’ultima volta che Berliner aveva incontrato Mirkin questi studiava, mentre ora è un uomo maturo; e dunque che, nel frattempo, potrebbe essere stato ferito gravemente in guerra. La menzogna spudorata è una sua caratteristica, spergiura il vecchio: la verità pura e semplice è che ci vede benissimo.
Aleggia poi la presenza di una misteriosa ragazza, Shirley, definita subito bionda - in realtà non lo è affatto -, la cui identità rispetto allo “scomparso” non è ben chiara: è davvero sua sorella? Pare di sì, ma chi lo sa… Entra in scena anche un ragazzo di buona volontà, Assaf, a raccontare alcuni episodi in merito alle stravaganze di Ilan. L’inquietudine del Sig. Berliner impedisce agli abitanti del condominio e, in primo luogo, a M. di ritornare con tranquillità al proprio quotidiano: c’è chi si augura, in modo più o meno esplicito, che il vecchio sparisca nel nulla. Poi, la conclusione, che peraltro lascia alcuni spiragli di incertezza. In realtà alla base del comportamento di Meshulam, uomo solo, c’è la disperata esigenza di rendersi utile agli altri, di continuare ad essere presente, a “contare qualcosa”, pur non riuscendo egli ad esprimere tale comprensibile desiderio in modo accettabile al prossimo. L’unica persona in grado di solidarizzare con lui è Sara. La donna, pur restano rigorosamente all’interno del proprio appartamento -“… Io per principio non esco dalla porta di casa”- invita M. ad avere pazienza. Gli rievoca i tempi andati, quando erano vivi i rispettivi coniugi, amici tra loro ancor prima di venire in Israele, e ci si vedeva ogni sabato sera per giocare a carte, ridere, chiacchierare, litigare per poi fare la pace. Pian piano però “sono cominciati gli addiii” e… sono rimasti solo lei e Meshulam. E conclude, rivolta a M: “La prego, non lo offenda, non lo ferisca”. La vecchiaia è dunque un’altra tra le tematiche preferite dallo scrittore (pensiamo a “Voci di mutuo amore”, Giuntina, 2006): questo tabù dei nostri tempi, dominati peraltro da gerontocrazie impegnate a nascondere le rughe con grotteschi ed inutili processi di restyling. “La vecchiaia” afferma Kenaz “è una metafora dell’esistenza, per una visione non ottimistica della vita, che è un viaggio verso l’altro”. Nella vecchiaia, tutti i problemi diventano più drammatici e “Penso che il mondo in cui questi anziani sono chiusi è la restrizione mentale in cui viviamo”. Paradossi della vita, quadretti assurdi e drammatici: situazioni e sentimenti che, in misura diversa tutti noi abbiamo vissuto, come in “Stanza n. 10”. Chi, specie negli anni passati, non si è trovato di fronte a un medico come quello ivi descritto: “… giovane e basso… gli occhi dal colore vago, piccoli e sospettosi”? Chi non ha provato angoscia e sentimento di ribellione vana quando questi “… si mise a scrivere. Poi… piegò [il foglio], lo mise in una busta, passò la lingua sulle strisce di colla e la chiuse… senza dire nulla consegnò la busta al figlio”? Un cerimoniale ben consolidato, rafforzato da consequenziali sgarberie, applicato di preferenza nei confronti di donne o anziani (come nel quadretto qui descritto), “protocollo” che, per fortuna, le nuove generazioni di sanitari hanno, in larga misura, lasciato cadere. Ma non mancano attimi di serenità, come quando, nel ritornare a casa dopo la visita, padre e figlio passano in automobile davanti all’ospedale in cui il secondo era nato tanti anni prima: l’anziano si sente confortato al pensiero e la sua solitudine è alleggerita. Solitudini singole; solitudini di gruppo, come in “La festa”, dove alcune persone sono invitate dal proprietario all’inaugurazione di un appartamento appena acquistato. Nel luogo tuttavia aleggia un che di stantio, dovuto alle tende polverose, ai mobili vecchi, al logoro tappeto, espressione dell’ancora palpabile presenza dei precedenti abitanti. L’incontro è quanto di più kafkiano si possa immaginare. Gli ospiti si conoscono appena: una varia umanità, slegata nei pensieri e nei sentimenti. Pian piano -qua e là - s’intrecciano abbozzi di dialogo; alcuni sono in attesa spasmodica di un certo Bonaventura, il quale, tuttavia, tarda ad arrivare. Gl’inconvenienti che nascono -il lettore scoprirà quali- forse contribuiscono a creare un minimo di affinità tra perfetti estranei. Un autentico teatro dell’assurdo nel quale non manca una macabra sorpresa finale. Il tono è tuttavia lieve, mai disperante; l’A. ha un leggero sorriso sulle labbra, un po’ velato di tristezza, perché consapevole che un destino amaro e spesso crudele pare incombere su tutto e tutti. Kenaz sa quanto la vita sia paradossale. Il Paradosso dell’Esistenza è un tema ben presente nella cultura ebraica; esistenza sempre sospesa tra MISTERO e ASSURDO, che sovente li contiene entrambi.






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