"Su di voi dicono porcherie"

Recensione a Nietzsche e gli ebrei
Simone Paliaga - Libero


Lui è "l'amico Giuseppe" che Sigmund Freud cita a più riprese ne "L'interpretazione dei sogni". Il secolo lo conosce però come Joseph Paneth (1858-1890) che, oltre a essere uno dei più stretti sodali del fondatore della psicoanalisi, è pure uno dei maggiori fisiologi del suo tempo. Ora, per la prima volta in italiano, alcuni brani tratti dai suoi "Diari" (riprodotti qui sotto) vengono riportati nell'antologia, curata da Vivetta Vivarelli, "Nietzsche e gli ebrei" in uscita oggi per Giuntina (pp.270, euro 15) che, oltre a queste importanti pagine, riproduce numerosi passi dedicati all'antisemitismo provenienti dalle opere e dalla corrispondenza di Friedrich Nietzsche.
I due si incontrano assiduamente, tra il 1883 e il 1884, a Nizza, dove il solitario Sils Maria è solito svernare, mentre il medico austriaco lavora alla stazione zoologica di Villefrance. L'interesse per l'opera del filosofo tedesco non è però estemporaneo. Fin dagli anni '70 dell'Ottocento Paneth frequenta il circolo viennese di Pernerstorf (visitato assiduamente anche da Gustav Mahler) per discutere di Schopenhauer, Wagner e appunto Nietzsche; ma l'interesse del fisiologo per le fatiche del filosofo lo incoraggiano, già nel 1875, a tenere una conferenza al circolo di lettura degli studenti tedeschi sulla seconda inattuale, "Sull'utilità e il danno della storia per la nostra vita". L'entusiasmo per il suo pensiero è tale che sarà lui, e non Lou von Salomé come spesso si insinua, a farlo conoscere a Freud. E sarà ancora lui a difenderlo dalle accuse di antisemitismo, spesso attribuito a Nietzsche per tramite della sorella Elisabeth e dei circoli wagneriani, non solo nel diario, ma anche nella sua corrispondenza pubblica. E non deve soprendere, perché l'interesse del filosofo per la cultura ebraica non proviene solo dalla sua indole polemica e provocatoria, ma si incastona perfettamente nell'indagine che conduce sulle origini orientali della cultura greca, in questo legittimo erede del Romanticismo tedesco di Schlegel, Creuzer e Bachofen. 

Di Joseph Paneth

29 gennaio 1884

Poi sono andato da Nietzsche. Dopo alcune osservazioni introduttive venimmo a parlare dell’antisemitismo. Gli ho chiesto come mai aveva fatto pubblicare i suoi Idilli di Messina in una rivista per la lotta contro gli ebrei. Rispose che allora la rivista non aveva ancora questo carattere; era stata invece fondata con un significato opposto, e rappresentava la mentalità di coloro che volevano essere buoni europei e solo più tardi la rivista, così come il suo editore, sarebbero diventati antisemiti.

Egli era ben lontano da questa ostilità; fin da giovane aveva cercato di mantenersi libero da pregiudizi di razza e religione. Desiderava sapere da me che tipo di speranze ci fossero dunque tra gli ebrei. Al che risposi che io, e quelli che la pensavano come me, non volevamo affatto essere considerati come ebrei, come razza, bensì ciascuno come individuo; che la fede nel popolo eletto si limitava unicamente ai cinque libri di Mosè, che per l’ebraismo non esisteva da nessuna parte un’unità, un centro.

Le razze pure

All’inizio voleva difendere l’influsso della razza, poi lasciò perdere e si dichiarò interamente d’accordo con me sul fatto che non esistevano razze pure, e i tedeschi in particolare avrebbero potuto avanzare questa pretesa meno di tutti gli altri.

Se avesse scritto il libro che aveva progettato contro il moderno oscurantismo tedesco, avrebbe parlato anche di antisemitismo. A poco a poco venne poi fuori che nel corso dell’ultimo periodo aveva subito forti pressioni affinché si gettasse nelle braccia di questa «porcheria», come si esprimeva, che la sua esistenza ne era stata minacciata. Con ciò gli avevano amareggiato la vita in modo insostenibile. Inoltre alcune persone di origine ebraica si erano comportate male nei suoi confronti, e questo sarebbe stato usato come argomento contro la razza.

Naturalmente non tralasciai di dire che era innanzi tutto a noi ebrei che con ciò avevano amareggiato l’esistenza. Raccontò ancora come il suo editore si definisse, in quanto antisemita, un "cristiano attivo", al che lui, Nietzsche, gli aveva risposto che in realtà era un "praticone", ma non certo un cristiano attivo. Poi lo stesso editore aveva affermato che i lavoratori socialisti erano stati tutti quanti assoggettati dagli ebrei, e lui aveva ribattuto che, se si voleva che non sobillassero gli operai, non si dovevano umiliare gli ebrei. Quando venimmo a parlare dell’influenza della nazionalità, affermò che non la si poteva negare; un fatto come la Rivoluzione francese è nel sangue di ogni francese. Lui stesso, a suo dire, sarebbe polacco; il suo nome significa Niecki, l’annientatore, il "nichilista", lo "spirito che nega sempre", cosa che gli faceva piacere. Spesso i polacchi, guardandolo in viso, si rivolgevano a lui in polacco, poco prima uno gli aveva detto: "la razza c’è ancora ma il cuore è vòlto altrove".

Relazioni migliori

Il suo desiderio personale era che gli ebrei intrecciassero relazioni con le migliori e più nobili famiglie di tutti i paesi in modo da poter trasmettere le loro buone qualità, avrebbero dovuto farlo in generale tutte le nazioni. E poi come unica e migliore confutazione avrebbero dovuto produrre un gran numero di grandi uomini; giacché quelli che si potevano indicare sino ad ora, Heine, Lassalle, non erano abbastanza puri. Utilizzare il termine semitismo come ingiurioso era a suo parere un’impudenza; in Europa non c’era più stato qualcosa di così bello come la civiltà moresca in Spagna.

In ogni caso sembrava aspettarsi che gli ebrei, come popolo, avessero un particolare ideale e rimase un po’ deluso quando mi dichiarai assolutamente contrario rifiutando qualsiasi eccezione; in particolare respingevo con la massima decisione l’idea che si potesse ripristinare il regno della Palestina con le buone o con la violenza. – Se gli ebrei si potessero ritenere colpevoli di una stampa prezzolata: pensava che fosse nel corso naturale delle cose che si creasse un mercato dell’opinione pubblica. – Feci poi presente che gli ebrei che la pensavano come me avevano perduto le loro tradizioni ebraiche; su di me il fatto che avevo lavorato nel laboratorio di Brücke aveva inciso di più che non il mio ebraismo. "Sì, ma questi spiriti svincolati da tutto" disse lui "sono pericolosi e distruttivi". "Sono gli spiriti liberi come li intende Lei". "Sì, ma gli spiriti liberi sono pericolosi e distruttivi". "In primo luogo, dissi io, si è come si può essere, non come si dovrebbe o vorrebbe essere; una volta che si è liberi, non ci si può legare a un palo senza ipocrisia. In secondo luogo essere liberi significa solo essere liberi dalle tradizioni e dalle convenzioni; ciascuno capirà poi quali forze e interessi dentro di sé siano duraturi e in base a questi imporrà a se stesso dei legami e delle leggi. Certo, chi non trovasse nessuna di queste forze dentro se stesso non potrebbe essere aiutato e tenderebbe a disperdersi. E tutto ciò vale nel campo etico come in quello intellettuale. Inoltre lo spirito libero deve avere una forte volontà di vita".

Con tutto ciò era totalmente d’accordo.




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