Gli anni Perduti

Recensione a La foto sulla spiaggia
di Marina Verna - TTL La stampa

Questa storia comincia con una fotografia scattata su una spiaggia della Toscana: una bambina bionda, con un vestitino a quadretti Vichy, un secchiello in mano e lo sguardo imbronciato, o forse inquieto. È estate, lei ha l’aspetto di una bambina che ha - e probabilmente avrà - tutto dalla vita. Ma non è così. Sono i primi Anni 40 e lei è ebrea, si chiama Sissel Vogelmann, e quella è forse la sua ultima estate spensierata. Non diventerà mai grande, morirà con sua madre ad Auschwitz il 6 febbraio 1944.
Di quella famiglia sopravvisse solo il padre, Schulim Vogelmann, l’unico italiano della lista di Schindler. Nato all’inizio del secolo scorso in Galizia, cresciuto a Vienna ed emigrato in Palestina per arruolarsi nell’esercito britannico, era poi approdato a Firenze, dove aveva trovato lavoro come compositore a mano dall’editore Olschki, proprietario della Tipografia Giuntina. Aveva sposato Annetta Disegni, figlia del rabbino di Torino, e aveva una bambina: Sissel. Che in yiddish significa «dolce».
Dopo l’8 settembre la famiglia cercò di fuggire in Svizzera, ma fu arrestata al confine dalla polizia repubblichina, rinchiusa nel carcere di San Vittore a Milano, poi caricata su carri coperti di teli e portata al Binario 21 della Stazione Centrale, da dove partivano i treni per Auschwitz. Sissel aveva otto anni. Il viaggio durò sette giorni. All’arrivo le donne con i bambini furono subito avviate alle camere a gas.
Schulim si salvò grazie alla sua bravura di tipografo. I nazisti volevano mettere in crisi la Banca d’Inghilterra falsificando le banconote e iniziarono a stampare sterline false. Lo facevano a Sachsenhausen e a Plaszow, il lager dov’era internato l’italiano. Tornato a Firenze senza più moglie né figlia, Schulim riprese il lavoro nella Tipografia Giuntina, di cui sarebbe diventato proprietario. Si risposò ed ebbe un secondo figlio, Daniel, che nel 1980 ha trasformato la tipografia in casa editrice, specializzata nella cultura ebraica.
Questa storia, e la fotografia della bambina bionda, un giorno «incontrano» Roberto Riccardi, colonnello dell’Arma, direttore della rivista «Il carabiniere» e autore di un’altra storia di sopravvissuti, «Sono stato un numero. Alberto Sed racconta», che ha vinto il premio Acqui Storia. Riccardi è profondamente colpito da quell’immagine e quel destino e immagina un altro finale, un altro destino, la vita che poteva essere e non è stata («La foto sulla spiaggia», Giuntina). Intreccia nuovi percorsi per padre e figlia, colloca l’uno nel lager, l’altra nella famiglia barese alla quale sarebbe riuscito ad affidarla all’ultimo momento. Una bambina adottata che però non lo sa, perché il segreto della sua origine è ben custodito. È stata quella che lei considera sua madre a imporre il silenzio a un marito affatto convinto ma troppo debole per imporsi. Lei a cambiare il nome Sara in Alba, a fuorviarla quando ha vaghi ricordi di una mamma diversa.
Ma l’ebraicità - come il fuso della Bella addormentata nel bosco - è un destino più forte di una donna caparbia. Un giorno Alba, parlando con la cuoca mentre impastano le orecchiette, scopre che ci sono altre religioni oltre al cristianesimo, per esempio l’ebraismo. Vorrebbe saperne di più - davvero non c’è un solo Dio come dice il catechismo? - ma percepisce che è un discorso che non può affrontare con la madre. Allora ricorre all’enciclopedia, e sul fronte religioso è abbastanza soddisfatta. Le resta però un’inquietudine di cui non capisce l’origine. Alla rivelazione della sua identità provvederà una compagna di scuola, che con allusioni maligne la metterà sulla strada del segreto. E di Firenze, dove busserà alla porta del padre e metterà insieme tutti i pezzi della sua storia. Tornando a essere Sara.



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