Il maestro di kabbalà lancia una freccia con ricevuta di ritorno

Erri De Luca recensisce Qabbalessico
di Haim Baharier su Avvenire

Haim Baharier, maestro di ebraismo e di Talmud, scrive per chi si sente allievo a vita. Il suo Qabbalessico è un albero con 26 rami. Riduttivo è chiamarli capitoli. 26 è il valore numerico in ebraico del tetragramma, il nome impronunciabile della divinità. Nella scrittura sacra è impresso più di seimila volte e va aggirato nella lettura come fa la farfalla con la candela. Da 26 rami di questo piccolo libro prende il frutto di una spiegazione, che ingrandisce un dettaglio, una parola della scrittura sacra e la espande di significato.
Arriva così a coinvolgere i nostri giorni, insufficienze , idoli, arroganze. Haim Baharier si inoltra in uno spazio sconfinato di interpretazioni. Chi legge ha la vertigine di uno smarrimento su piste sconosciute, ma all’improvviso riconosce il luogo in cui è arrivato, una stazione all’interno di se stessi. In queste pagine il dentro e il fuori di sé sono divisi da una siepe, facile da scavalcare. Ci dev’ essere ma senza impedire. L’ostacolo non è un intralcio, ma il motivo per caricare l’energia della spinta. La nuvola in cielo è una guida per il viaggio degli ebrei nel deserto: chi ha la propria testa nelle nuvole vi trova il più prezioso orientamento. Non leggere più nelle traduzioni: «Occhio per occhio» ma «Occhio al posto dell’occhio».
Qui si introduce il principio di un rimborso del danno: la lettera del testo non vuole una vendetta ma un risarcimento. L’occhio perduto non guadagna niente dalla perdita di quello altrui, da un aumento della cecità. Ognuno sia satellite per l’altro:riceva luce piena e restituisca quella che può, come fa la luna, secondo le sue facce. Alla domanda: «Di che cosa vivi?», la risposta non è il mestiere svolto, ma i sogni. Essi sono il combustibile notturno che sostiene la vita diurna. Sono loro il roveto ardente che non si consuma. E la freccia scaraventata contro il bersaglio è preceduta da una corda tesa verso il petto. «Più riusciamo a tendere la corda indietro, cioè più ci indaghiamo e ci conosciamo in modo autentico, più lontano scagliamo la freccia». Il futuro ha bisogno di spinta dal passato. La kabbalà, da verbo kibbèl, «ricevere», è una ricevuta. Chi legge Haim Baharier partecipa di questa trasmissione. Dal suo albero un seme va a dimora nell’orto del lettore.




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