Yoram Kaniuk - 1948

Le suore mi hanno messo giù, coperto di polvere, sopra
un materasso, ma stavolta senza lenzuolo. Scoppiai a
ridere chissà perché, e una delle suore – dato che si dice
che il cielo difetta di senso dell’umorismo, evidentemente
in vita sua non aveva mai sentito nessuno ridere e non aveva
idea di che cosa fosse quel suono venuto fuori da me e
come mai tutt’a un tratto la mia faccia si fosse aperta in quel
modo – si mise a pulirmi con un puntiglio encomiabile e mi
chiese a cosa stavo pensando visto che facevo quella strana
smorfia con la bocca. Parlava ebraico piuttosto bene e io le
risposi che… niente, non stavo pensando a niente.
Lei disse: Ma lei sembra uno che sa pensare, e io le risposi
che magari ci avrei provato a pensare, e lei disse: Lo
sa, lei è proprio un tesoro. Poi si è fermata tutt’a un tratto
perché non sapeva più cosa dire a quel ragazzo diciottenne
al quale presto avrebbero amputato una gamba. Le dissi che
quel che mi faceva ridere era che solo adesso, solo quando
ormai non avrei più combattuto, avevo capito che non avevo
la più pallida idea di quale fosse la guerra in cui avevo
combattuto e di quel che mi era successo in quella guerra
e perché avevo continuato a combattere anche quando le
probabilità di tornare a casa erano praticamente ridotte a
zero. Le dissi che capivo solo di non sapere esattamente chi
ero. Di non sapere che cosa facevo e di non sapere dove
ero stato. Dopo avermi depositato sul fetido materasso della
cantina che s’andava riempiendo di feriti, lei si precipitò di
nuovo in corsia a prendere qualcun altro.
Nei giorni dei combattimenti non avevo mai pensato.
Non avevo fatto programmi. Avevo fatto quel che mi dicevano
di fare e preso l’iniziativa solo quando non c’era
altra scelta e bisognava improvvisare. Dicevano: Dormi, e
io dormivo. Dicevano: Alzati, e io mi alzavo. Distribuivano
il cibo, e mangiavo. Quando non c’era niente da distribuire,
non mi accorgevo di avere fame. Evidentemente ci mettevano
del bicarbonato di sodio nell’acqua da bere che ci
razionavano, perché non pensavo per niente alle ragazzine,
che un anno prima mi avevano turbato con la loro incipiente
femminilità. Ricordavo che non avevo niente dentro
quel mio cranio ebete. Eravamo come mocciosi, vergognosamente
giovani, volontari, eravamo degli zotici, dei partigiani.
Eccetto me, gli altri ragazzi non avevano in precedenza
militato in qualche movimento giovanile: quelli vennero
arruolati in seguito, quando noi ormai avevamo finito di
fondargli uno Stato. Eravamo uno di qua, uno di là, ancora
non avevamo dei documenti d’identità, a parte i certificati
di nascita palestinesi (della Terra d’Israele), che ovviamente
non portavamo con noi. Comunque, perché sono rimasto
lì, ragazzo tormentato dalla sete, perché non me ne sono
tornato a casa quando l’assedio non era ancora serrato?
Perché non sono tornato a casa? Del resto nessuno sapeva
che cosa mi fosse successo e nessuno aveva tempo per
pensare; con tutta probabilità si erano fatti l’idea che fossi
stato catturato dai giordani o che fossi morto e sepolto in
una tomba desolata, «conosciuta solo da Dio», come stava
scritto sulle tombe del Campo dei morti in via Trumpeldor
a Tel Aviv, ma forse avrebbero trovato il mio cadavere
se fossi veramente morto da qualche parte dove nessuno
avrebbe mai pensato che fossi.
Ero uno sbarbatello che andava a fare il soldato per
suonarle al nemico. Ecco quello che ero. Mi ero arruolato
così presto, a diciassette anni e mezzo, perché ero un eroe
o perché avevo paura e fuggivo da qualcosa? E se era così,
da che cosa? Evidentemente ero un codardo. Come lo sono
le persone dotate di fantasia. Le persone creative hanno anche
la capacità di essere degli idioti che si lanciano in battaglie
perse. Dalla mia paura sono venuto fuori un eroe che
vince le sue paure. E prima ero un groviglio di paure. Del
buio. Della morte. Della gente. Della folla. Delle mosche
che portano malattie, delle zanzare anofele che trasmettono
la malaria, di cui mia madre Sara parlava come se le avesse
conosciute personalmente quand’era ragazza in Terra
d’Israele. Non ero un eroe, come molti altri soldati. Ero
solo uno che non si arrendeva. Uno che, malgrado avesse
paura, vedeva la morte e non si tirava indietro. Sapevo che
migliaia di sopravvissuti alla Shoah, senza casa, respinti da
qualunque paese, vagavano per mare a bordo di bagnarole,
avevo letto che tre anni prima Herr Goebbels aveva detto
che se gli ebrei erano così intelligenti e così dotati e suonavano
così bene, come mai nessun paese li voleva, e ricordo
che la cosa mi aveva mandato in bestia e mi era venuta voglia
di collaborare per far arrivare quegli ebrei.

 

Yoram Kaniuk - 1948




FacebookAnobiiFeed RssTwitterYou Tube

    Stampa articoloSegnala
    Ottobre 2017
    L
    M
    M
    G
    V
    S
    D
     
     
     
     
     
     
    1
    2
    3
    4
    5
    6
    7
    8
    9
    11
    12
    13
    14
    15
    16
    17
    18
    19
    20
    21
    22
    23
    24
    25
    26
    27
    28
    29
    30
    31

    ArchivioScrivici