La memoria della lingua

Recensione a LTI di Stefano Vitale
Ecolememoria.wordpress.com

LTI, ovvero Lingua Tertii Imperii. È la sigla che compariva sul diario di Victor Klemperer, filologo nato nel 1881, cugino del famoso direttore d’orchestra, pubblicato prima nel 1947 e poi nuovamente nel 1949. Un libro di grande successo, coraggioso e doloroso, filtrato dall’occhio dello studioso, ma carico della fatica della triste vicenda personale e generazionale del nazismo.

«La lingua porta alla luce ciò che qualcuno vuole occultare».

La casa editrice Giuntina di Firenze, ci ripropone il libro di Victor Klemperer, LTI, La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo (pp. 418, € 20). È una bella occasione per riflettere sull’uso della lingua nel discorso pubblico, anche ripensando ad alcuni recenti contributi di Gustavo Zagreblesky (Sulla lingua del tempo presente e Simboli al potere. Politica, fiducia e speranza entrambi usciti da Einaudi) e di Franca D’Agostini (Verità avvelenata pubblicato da Bollati e Borighieri). Il libro di Klemperer esprime la ferma volontà dell’uomo di tenere vivala Ragione, l’intelligenza di fronte ad una situazione devastante, con al sola forza delle proprie osservazioni ed annotazioni sulle trasformazioni della lingua durante il nazismo.

Klemperer era professore all’università e, a poco a poco, venne, lui ebreo, emarginato. Salvò la vita perché sposato con una donna non ebrea, tedesca. Il diario, è un po’ il suo strumento di resistenza, raffinata, acuta fondato sul principio che «la lingua porta alla luce ciò che qualcuno vuole occultare». Malgrado poi Klemperer non abbia saputo mantenere la stessa lucidità nei confronti della dittature rossa della DDR, l’idea principale è che il linguaggio esprime l’uomo e la sua realtà. Klemperer intreccia due livelli: uno strettamente filologico, linguistico che lo porta ad analizzare, attraverso l’uso e le trasformazioni delle parole, il contesto “mediatico” del suo tempo; un altro più ampio, sociologico, che vede la lingua quale strumento d’indagine delle abitudini, delle forme di comunicazione della società. Il valore storico del libro è notevole e di straordinaria attualità. L’identificazione tra potere personale ed istituzioni, ormai ridotte ad una larva, il dominio del lessico militare e tecnicistico, l’uso di gadget propagandistici, il potere del linguaggio dello sport, le abilità manipolatorie del linguaggio pubblico sono alcuni degli elementi che rendono la lingua una sorta di “arsenico ingerito” giorno dopo giorno in un processo sistematico fatto di elementi consapevoli ed inconsapevoli. “Veleno sciolto nell’acqua” che resta presente anche dopo la caduta del nazismo. Naturalmente, vi è spazio anche per ritrovare informazioni, riflessioni, testimonianza sulla condizione degli ebrei e la Shoah, sull’antisemitismo e sulla sua funzione nell’ambito della propaganda nazista, ma Klemperer ha come una sorta di pudore “scientifico” nel voler analizzare e giudicare la lingua prescindendo dal suo specifico punto di vista biografico e culturale. Ovviamente non ci riesce, ma proprio questo dà al libro una sua credibilità e lucidità. Il libro è strutturato in apparente forma rapsodica, fatto che lo rende leggibile da qualunque punto lo si prenda. È come pescare in un grande mare. Le prime tre parole del nazismo, che entrano nella quotidiana pratica linguistica, sono per Klemperer “spedizione punitiva”, atto di stato (Staatsakt) ed allestire, organizzare, “mettere su alla grande” (aufziehen). Esse esprimono il disprezzo per il diverso, la volontà di annientare col supporto della forza ogni opposizione e di mostrare a tutti la propria grandezza. L’uso ossessivo dell’aggettivo “storico” ne sarebbe la prova così come l’esigenza di mettere il Capo a diretto contatto col popolo. Hitler deve parlare in maniera “popolaresca”, deve sedurre parlando alla pancia dei tedeschi, usando toni antitetici con bruschi salti tra il dotto ed il volgare, il tono piano e quello predicatorio, il pathos profetico e la facezia; preferendo un lessico popolare e sentimentale alternato all’uso intimidatorio di parole straniere. Ma non basta.

La LTI cambia i connotati delle parole. Emblematica la vicenda della parola “fanatico”. Viene da fanum, luogo sacro ed esprime una condizione spasmodica di estasi, rapimento religioso. Ha sempre avuto un connotato negativo e la lingua tedesca non ha un corrispettivo per “Fanatismus”, fanatisch è intraducibile. Eppure con il nazismo acquisisce un valore positivo (le truppe combattono fanaticamente in Normandia) e diventa una virtù, contro parte dell’inutile razionalismo. Davvero attuale. Come l’uso delle “virgolette ironiche” per delegittimare ogni avversario, per svalutare, insinuare dubbi; come la sostituzione della quantità alla qualità (p. 258) usando i superlativi per ingannare. La parola “Sistema” apparteneva all’odiata Repubblica di Weimer, il nazismo preferisce Weltanschauung, che afferra la realtà come visione organizzata, «carpendo all’organico i suoi segreti». Le teorie del complotto planetario, l’esasperazione del fideismo nei poteri del Capo visto come “Salvatore tedesco” (Unto del Signore?) anche dinnanzi al disastro finale; l’introduzione di parole tratte dal mondo della tecnica come “materiale umano” che fanno diventare i prigionieri dei “pezzi”, “Stüke”; preferire termini come “liquidiert”, liquidati; non più “persone” (Leute), ma “uomini” (Männer) per poter richiedere ubbidienza cieca; l’uso dominante di parole come gleichschalten (sincronizzare, livellare, uniformare) sono tutti elementi che confermano l’idea della reificazione delle persone (cfr. p. 183) che Klemperer denuncia e documenta con chirurgica precisione. Così non diceva “arrestato”, ma “in viaggio” visto che quel che contava era “portare via senza dare nell’occhio”. Il nazismo è poi attivismo, movimento che governa le leggi dell’azione, sempre pronto alla partenze (Aufbruch) con impeto ed assalto (Sturm) tanto che la sconfitta diventa un “regresso”, una “crisi”, la guerra di trincea una “guerra di movimento difensivo” e non fugge, ma ci si “allontana”, la catastrofe finale una “crisi padroneggiata”. Ed infine, le metafore dello sport (p. 278) per parlare un linguaggio (“scatto finale”, “restare in piedi sul ring”, “combattere nell’area di rigore avversaria”) che il popolo capisca come ben sapeva fare Goebbels. Dentro la manipolazione c’è tanto da imparare per leggere anche i nostri giorni e tenerci in guardia da coloro che anestetizzano le menti.


 




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