Lizzie Doron - Salta, corri, canta!

 

Era tardi quando rincasai.
«Ciao, Aliza, sono io... Allora... richiamami».
Il messaggio sulla segreteria mi fece sobbalzare. Nella
voce di Dorit avevo riconosciuto il tono riservato alle cattive
notizie.
«Domani vado a un funerale» annunciai a mio marito.
«Perché, chi è morto?» mi chiese.
«Non lo so» risposi.
«Tu e le tue amiche!» disse sorridendo con affettuosa
ironia.
Il giorno successivo, aprendo il giornale, trovai la risposta
nella pagina dei necrologi: Fayghe Friman, la zia
di Dorit, l’indimenticabile maestra dell’asilo, ci aveva lasciati.
A mezzogiorno mi presentai al cimitero al margine del
nostro vecchio quartiere.
Tra i pochi convenuti scorsi Dorit.
Mi fece un cenno di saluto con gli occhi.
Lo ricambiai con un lieve movimento del capo.
Poi cercai i volti dei compagni d’infanzia.
C’ero solo io, constatai. Non mi meravigliai: da sempre,
sono io la presenzialista ai funerali, quella che non se
ne perde uno, quella che fa anche le visite di condoglianze
e prende parte alle commemorazioni.
Sempre invitata e pronta all’appello.
Che onore! mi dissi. Forse perché ero la veterana degli
orfani del quartiere, e forse perché anch’io, come mia
dolce ai semi di papavero. «Il kikhl 1 di Helena».
Sorrisi tra me e me ripensando al dolce.

***

«Se questa settimana avremo un funerale, verrai con
me alla shivà, 2» annunciava mia madre al dolce che ogni
fine settimana estraeva dalla pentola a pressione «ma se saremo
invitate a un compleanno ti coprirò di cioccolato e
andremo alla festa».
Per tutta la settimana il dolce al papavero della mamma
aspettava il suo destino chiuso nel frigorifero.
Suppongo che perfino lui fosse consapevole di essere
un blocco di materia incommestibile, e fosse lieto di essere
alla fine gettato nella pattumiera se quella settimana non ci
fosse stato nessun funerale o festa di compleanno nel quartiere.

***

Sull’orlo della fossa aperta che aspettava Fayghe, la
maestra d’asilo senza figli, stava ritta in piedi sua nipote
Dorit, che era stata per lei come una figlia.
Non versava neanche una lacrima.
Dorit Rosenfeld, ora come allora, era di una bellezza
poco appariscente con i suoi capelli castani e ondulati e gli
occhi color miele. Era stata la bambina con le carte migliori
di tutto il quartiere: non solo aveva padre e madre, ma anche
un fratello belloccio, uno zio e una zia. Solo lei aveva
una famiglia vera, completa.
La osservai.
I capelli castani si erano sbiaditi, ma erano ancora acconciati
in una grossa treccia di grande effetto, e le erano
rimasti anche il sorriso disarmante e lo sguardo di miele.
Dieci anni prima, quando era morta sua madre, ci eravamo
rincontrate proprio qui al cimitero.
Il nostro legame si era rinnovato, e da allora ci vedevamo
all’anniversario della morte di suo padre, a quello di sua
madre e a quello di suo zio, il marito di Fayghe. Tre volte
all’anno ci incontravamo qui, al cimitero, e di qui andavamo,
solo noi due, a vederci un film. Poi Dorit si affrettava a
tornare a casa sua, nella valle di Yizreel.
Le «feste di famiglia». Così avevo soprannominato i
nostri incontri morbosi.
Da oggi saremmo state ancora più festose, ci saremmo
viste quattro volte all’anno.
La cerimonia stava per concludersi.
«Fayghe è tornata da suo marito Wladek, da sua sorella
Ita, da suo cognato Shmulik, la famiglia si è di nuovo riunita».
Il rabbino pronunciò l’orazione funebre sciorinando
le parole in tutta fretta per poi avviarsi verso un altro funerale.
Prima ancora che la terra finisse di coprire Fayghe, la
maggior parte dei partecipanti si era già dispersa.

 

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