Marek Edelman - Il ghetto di Varsavia lotta

 

L’occupante tedesco, quando conquista Varsavia
nel 1939, trova la società ebraica in uno stato di totale
disgregazione e di caos. Praticamente l’intero
nucleo degli attivisti ha lasciato la capitale il 7 settembre.
I leader politici, i responsabili delle attività
sociali, gli intellettuali hanno abbandonato la città
alla propria sorte. La massa degli ebrei, 300.000 persone,
si è sentita, più degli altri abitanti del luogo,
sola e priva di ogni guida.
Data la situazione, per i tedeschi non è difficile
conquistare, in tempi brevi, il controllo su questa
massa, e riuscire a portarla, con una serie di misure
repressive, a uno stato di passiva rassegnazione. Il
raffinato ed esperto apparato di propaganda tedesca
diffonde voci inverosimili per l’epoca che contribuiscono
a ingigantire il panico e ad aumentare la disorganizzazione.
In breve tempo le rappresaglie nei
confronti degli ebrei non si limitano più a schiaffi
occasionali, alla sadica cacciata dalle abitazioni o
agli indiscriminati rastrellamenti per lavori pubblici
privi di ogni senso. Le rappresaglie assumono un carattere
sistematico.
Già a partire dalla metà di novembre del 1939
vengono emanati i primi decreti che portano alla disgregazione
della struttura sociale: l’apertura di campi di “rieducazione”
per l’intera popolazione ebraica
e la confisca dei beni eccedenti i duemila zloty per
famiglia. Poi, uno dopo l’altro, seguono divieti e limitazioni:
è vietato lavorare nelle grandi industrie,
è vietato lavorare in istituzioni pubbliche e statali, è
vietato fare il pane, è vietato guadagnare più di 500
zloty al mese (il prezzo del pane raggiunge in certi
periodi gli 80 zloty al chilo), è vietato vendere e comprare
dagli “ariani”, è vietato farsi curare da medici
“ariani”, è vietato curare i malati “ariani”, è vietato
viaggiare sui treni e sui tram, è vietato oltrepassare i
confini municipali senza un permesso speciale, è vietato
possedere oro e gioielli.
A partire dal 12 novembre, ogni ebreo che ha
compiuto i 12 anni è obbligato a portare sul braccio
destro una fascia bianca con la stella di David azzurra
(in alcune città, come Lodz o Wloclawek, un
segno giallo sulle spalle o davanti, sul petto).
La popolazione ebraica, bastonata, umiliata, assassinata
senza ragione alcuna, vive nella paura.
Ogni violazione dei regolamenti è punita con una
sola misura: la pena di morte. Ma il rispetto delle
nuove regole non difende la popolazione da vessazioni
sempre più inimmaginabili, da persecuzioni
sempre più gravi, da atti di terrore sempre più frequenti,
da regolamenti sempre più severi. Il coronamento
di tutto questo è la legge, non scritta, della
responsabilità collettiva. Così, nei primi giorni di novembre
del 1939, vengono fucilati 50 uomini abitanti
al n. 9 di via Nalewki come rappresaglia per una
presunta aggressione contro un poliziotto polacco.
Questo primo caso di assassinio di massa aggrava
l’atmosfera di panico tra gli ebrei. La paura del tedesco
cresce fino a diventare inenarrabile.

 

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