Gli animali e la sofferenza. Un approccio non specialistico alla Shechità (Macellazione rituale)

In anteprima i primi due capitoli dell'articolo di Tobia Zevi all'interno della Rassegna Mensile di Israel LXXVIII 1-2 gennaio-agosto 2012 dedicato a "Gli animali e la sofferenza".

Dopo, i cani: Fufi, la grossa mops della sua infanzia, Tom, l’irruento
barbone confidente ed amico, gli occhi mansueti di Svelto,
la balordaggine deliziosa di Bendicò, le zampe carezzevoli di
Pop, il pointer che in questo momento lo cercava sotto i cespugli
e le poltrone della villa e che non lo avrebbe più ritrovato; qualche
cavallo, questi già più distanti ed estranei.


Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo

In apertura, è utile avanzare una precisazione: il presente articolo non
mira a ricostruire un aspetto specifico relativo alla questione della shechità,
quanto piuttosto a individuare i piani diversi con cui la nostra riflessione
deve necessariamente confrontarsi. Riassumendo si può affermare
che esistano almeno cinque livelli di analisi: I) Il dibattito sulla shechità è
attuale in Europa in virtù dell’analogia tra la macellazione ebraica e quella
islamica. In molti hanno interesse a sfavorire la diffusione di carne halal
nell’ottica di un restringimento delle politiche sull’immigrazione. Ci troviamo
dunque nella sfera della politica. II) La discussione sulla liceità di
questa pratica tradizionale pone un problema di grande momento dal punto
di vista giuridico: dove è il confine tra l’esercizio di un diritto, quello alla
libertà religiosa, e l’attuazione di un altro diritto, quello dell’animale a non
essere maltrattato? E inoltre, può la libertà religiosa essere brandita per
giustificare comportamenti che la legge, o il senso comune, condannano?
III) La comunità scientifica non perviene a una valutazione unanime sulla
sofferenza che la macellazione ebraica (e islamica) provoca all’animale,
e se questa sia effettivamente più dolorosa rispetto alle altre modalità dimacellazione.
Questa incertezza esacerba gli animi e rende difficile confinare
la discussione in un ambito strettamente scientifico e per l’esattezza
veterinario. IV) Se la shechità fu in origine praticata, secondo i nostri Maestri,
per ridurre la sofferenza degli animali, può questo obbiettivo essere
rimodulato alla luce dei progressi della scienza e della tecnica? È lecito
superare la lettera della norma religiosa per recuperarne lo spirito genuino?
E, più in generale, esiste una dimensione evolutiva della legge ebraica
che, con la guida dei rabbini, possa accompagnarla nella modernità? V) Ha
senso che gli uomini si occupino della sofferenza degli animali, oppure si
tratta di un esercizio futile, prodotto da una sterile, e comunque minoritaria,
cultura dei diritti, persino di una malintesa cultura della tenerezza?

 

È evidente che si tratta di una pluralità di tematiche assai diverse tra
loro, solo in parte connesse direttamente al tema della sofferenza degli
animali durante la shechità. L’articolo affronterà i cinque aspetti separatamente,
con l’avvertenza che chi scrive non è uno esperto di queste materie:
il presente studio non ha dunque l’ambizione di essere esaustivo, ma di offrire
alcune possibili linee di approfondimento utili a studiare la questione
nella sua multidisciplinarietà.

 

I. La paura dell’altro


Com’è noto, il dibattito sull’immigrazione è uno dei più sentiti tra i
cittadini così come nel discorso politico-istituzionale. Se si guarda all’Europa,
ci si rende immediatamente conto che i contesti nazionali sono molto
diversi tra loro: si osservano paesi di antica immigrazione – si pensi per
esempio a Francia e Inghilterra, realtà dal lungo passato coloniale – che
nel corso dei decenni hanno sviluppato un’ampia riflessione in materia,
ma anche società che si confrontano con questo fenomeno da epoche recenti.
È questo il caso dell’Italia, che fino almeno agli anni Settanta è stata
prevalentemente una terra di emigrazione e solo in seguito ha cominciato
a costituire una meta per migranti provenienti dal Sud del mondo. Poiché
la crescita del fenomeno migratorio è stata qui così rapida e impetuosa, il
nostro paese non ha saputo sviluppare, di fronte a questa sfida, un’adeguata
attrezzatura tecnica e culturale. La legge sulla cittadinanza è obsoleta, ingiusta
e farraginosa; il sistema produttivo e le università non riescono ad
attrarre manodopera straniera qualificata, con la conseguenza che i migranti
in Italia apportano un contributo scarso in termini di innovazione
e sviluppo; anche la gestione delle emergenze (sbarchi, clandestini) non
ha ancora raggiunto uno standard minimo di efficienza e di civiltà: ci si
riferisce al degrado dei Centri di identificazione ed espulsione (CIE), dei
Centri per i rifugiati (CARA), e infine al fatto scandaloso che non esista
una normativa-quadro sul diritto d’asilo. Sebbene dunque l’Italia
non abbia ancora individuato una strategia efficace
nei riguardi di una mutazione così profonda della società, è tuttavia
evidente che le proporzioni del fenomeno sono ridotte in rapporto ai
numeri registati in altre nazioni europee. Le banlieu parigine, i sobborghi
di Londra o le periferie della ex Berlino-est, spesso teatri di disordini
e aggressioni, sono luoghi assai più incandescenti dei sobborghi italiani.
L’Italia non ha dunque elaborato una strategia per definire il proprio modello
di integrazione e una proposta efficace che facesse tesoro degli errori
altrui (comunitarismo, assimilazionismo). In un simile contesto, anche da
noi la paura dell’Islam è cresciuta negli ultimi anni, senza alcun rapporto
con la consistenza numerica reale della comunità musulmana: le immagini
terribili dell’attentato alle Torri gemelle, la paura del terrorismo, le guerre
in Afghanistan e Iraq hanno plasmato nell’immaginario collettivo un’immagine
del musulmano che ovviamente ignora distinzioni e dati oggettivi.
Ciò è avvenuto, com’è ovvio, soprattutto nei paesi dove più massiccia è la
presenza islamica, ma è accaduto anche in Italia, spesso attraverso un lessico
che non può che essere tacciato di razzismo. Esponenti politici si sono
trasformati in «imprenditori politici della paura» allo scopo dichiarato di
guadagnare consenso facile tra le pieghe più sordide delle nostre paure
(non solo nei confronti dei musulmani, ma ancor di più nei confronti dei
rom, rappresentati come ladri, e dei romeni, dipinti come stupratori). Per
questa ragione, sia in Europa sia in alcuni centri italiani, è stata sollevata
la questione della macellazione islamica ed ebraica degli animali: ben riparati
dal sacrosanto rispetto dei diritti degli animali e dalla compresenza
dell’ebraismo, politici e attivisti hanno voluto attaccare la tradizione islamica
e con essa la possibilità effettiva per i musulmani di programmarsi un
futuro nelle società europee. Significativamente, questo tema ha attecchito
più nelle nazioni evolute e sviluppate e in seno alle istituzioni continentali
europee, dove l’attenzione al benessere degli animali è più radicata. Va
cioè riconosciuto che la polemica su questo tema sia stata finora abbastanza
marginale in Italia. Ora, nel quadro del ragionamento svolto in questo volume ciò che importa
è che occorre fare una distinzione tra i vari interlocutori: ebrei e musulmani
devono necessariamente confrontarsi con le associazioni animaliste,
con chi difende i diritti degli animali, ma è altrettanto importante che
in questa discussione non abbiano cittadinanza i provocatori, coloro cioè
che sfruttano gli animali e gli ebrei (i quali sono numericamente del tutto
marginali) per vagheggiare un’irrealistica società muslim-free.

Il. conflitto tra diritti


Dal punto di vista giuridico il tema della shechità è particolarmente
interessante perché rappresenta lo scontro tra due diritti parimenti legittimi:
quello dell’animale a non essere maltrattato e quello degli ebrei (e dei
musulmani) a poter esercitare la loro libertà religiosa senza ostacoli pratici
e normativi. A un livello teorico il problema non dovrebbe sussistere,
nel senso che l’unico confine non valicabile è la legge dello Stato: se, per
esempio, un gruppo religioso dichiarasse di annoverare l’omicidio tra le
sue pratiche rituali, o qualunque atto che ledesse diritti altrui, offendesse
il comune senso del pudore, violasse apertamente qualche divieto, questo
gruppo sarebbe punito secondo le norme già in vigore. Nel caso degli animali,
tuttavia, il problema è più complicato per due ordini di motivi: le vittime
non possono parlare e ovviamente non dispongono di rappresentanti
in grado di esercitare una pressione politico-mediatica; l’eventuale definizione
di norme che vietassero la shechità com’è oggi finirebbe per confliggere
con l’Intesa tra lo Stato italiano e l’Unione delle comunità ebraiche
italiane (UCEI), il documento che regola la vita religiosa e culturale degli
ebrei in Italia paragonabile a un accordo tra Stati sovrani. Senza contare
che, come già detto, solo l’ipotesi di affrontare da un punto di vista normativo
il tema della shechità (e quello della circoncisione), provoca nelle
comunità ebraiche un’enorme paura e diffidenza.
Ma torniamo per un attimo alla questione dei diritti degli animali. Secondo
le Costituzioni moderne essi godono del diritto a non essere sotto posti a
sofferenze gratuite. Una definizione molto bella ma non semplice
da applicare. Come si è scritto, il problema è che gli animali non possono
essere convocati – al pari di un altro soggetto democraticamente attivo – al
tavolo delle decisioni, e pertanto sono destinati a subire le deliberazioni
prese da altri, cioè dagli uomini. Si tratta di una condizione per molti aspetti
ovvia, ma assai importante a livello teorico. Una condizione esclusiva della
dimensione animale? A ben vedere no. Sono essenzialmente tre le sfere
del diritto (e della sfera pubblica) i cui soggetti non possono concorrere al
dibattito: oltre ai diritti degli animali, i diritti dell’ambiente e i diritti delle
generazioni future. Secondo molti filosofi contemporanei – ed è importante
ricordare, in questa sede, proprio il pensiero di Hans Jonas – sono questi
tre nuclei fondamentali a definire il livello della civiltà giuridica e morale
di una società. Se non ci preoccupiamo della condizione dei nostri figli e
dei nostri nipoti, se fingiamo di ignorare le conseguenze sulla natura delle
nostre azioni, se volgiamo lo sguardo di fronte al sangue che sgorga dai
macelli industriali, cessiamo in un certo senso di essere uomini. Nel caso
degli animali, in effetti, il tema era ben noto fin dall’antichità e ruotava
intorno a due nozioni fondamentali: il sacrificio e il patto. Nel sacrificio
c’era l’idea che il colpevole fosse colui che uccideva, mentre la vittima non
aveva alcuna responsabilità, alcuna colpa. La sua funzione era quella di purificare
e pertanto la sua vita andava onorata perché verso di essa sussisteva
legittimamente un sentimento di gratitudine. La sacertà era nella vittima e
pertanto la tutela della dignità dell’animale serviva allo stesso meccanismo
del sacrificio. La vittima è superiore al carnefice e in questo senso si può
parlare di scambio, o almeno di dialogo, tra i due attori del sacrificio. Esisteva
insomma una relazione tra i due soggetti, un rapporto che la nostra
civiltà ha invece completamente escluso grazie al nascondimento degli allevamenti
e dei macelli industriali.
Se invece ci rivolgiamo al concetto di patto, ci riferiamo più che altro a
pratiche tradizionali dettate dalla saggezza popolare e contadina, recepita
in qualche modo dal paradigma costituzionale citato più in alto. Gli uomini
hanno sempre mangiato gli animali per necessità, e in cambio hanno
garantito a queste creature (soprattutto le specie domestiche) cura e protezione
dai pericoli della Natura. Evidentemente questo scambio non può
considerarsi alla pari, ma la consapevolezza del do ut des serviva almeno a
ridurre sofferenze e soprusi. Non è forse errato affermare che a partire da
questa concezione, soprattutto nella sua dimensione realizzativa, discende
la nozione filosofica e giuridica dei diritti dei viventi.
Ciò che interessa osservare a conclusione di questo paragrafo è quanto entrambi
i concetti succintamente tratteggiati non siano neanche più immaginabili
di fronte alla zootecnia, agli allevamenti intensivi e ai macelli
industriali. L’Uomo (ma sarebbe forse più adatto l’impiego della minuscola)
ha perso il senso della propria responsabilità nei confronti degli
animali e nel fare questo ha perso il metro della responsabilità verso se
stesso.




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