Antisemita o Anti-antisemita?

Recensione a Nietzsche e gli ebrei
di Massimiliano Chiari - Recensioni Filosofiche

 

Ma Nietzsche fu un antisemita, o piuttosto un anti-antisemita? È questa la domanda a cui cerca di rispondere – a mio parere riuscendovi – l’antologia curata da Vivetta Vivarelli, con il contributo di Andrea Orsucci. In verità, Nietzsche e gli ebrei non contiene solamente un’antologia, cioè una selezione di passi tratti dalle principali opere, dai frammenti postumi e dalle lettere di Nietzsche sugli ebrei suoi contemporanei, sugli antichi ebrei e sugli antisemiti, ma vi si trovano anche due saggi molto interessanti: uno di J. Golomb che mostra – in chiave psicologico-antropologica – l’avversione di Nietzsche verso l’antisemitismo e uno del citato Orsucci che analizza i punti di convergenza tra civiltà europea e tradizione ebraica.
La Vivarelli è una profonda conoscitrice di Nietzsche; allieva e assistente di Mazzino Montinari, fa parte del comitato scientifico della rivista “Nietzscheforschung. Ein Jahrbuch” e ha dedicato al filosofo tedesco molte opere e studi di rilevanza internazionale. Nella Premessa all’antologia, la curatrice sottolinea che se da un lato il giovane Nietzsche ha assorbito “il sostanziale antisemitismo del mondo che lo circonda, non solo quello dei suoi cattivi maestri, Schopenhauer e Wagner, ma anche degli ambienti accademici in cui si forma” (p. 10), successivamente – senz’altro a partire dalla rottura con Wagner – ha fatto seguire “la scelta definitiva di un’assoluta libertà e onestà intellettuale, costi quel che costi” (p. 11). Due Nietzsche, quindi? Uno (quello giovanile) antisemita e un altro (quello della maturità) anti-antisemita? Forse attribuire al primo Nietzsche l’etichetta di antisemita parrebbe eccessivo; sarebbe più corretto parlare dell’assorbimento di “pregiudizi o luoghi comuni sugli ebrei” (p. 14), di “stereotopi antiebraici” (p. 103) che affiorano, per esempio, ne La nascita della tragedia. Insomma, vi fu senz’altro una sorta di “animosità antiebraica di Nietzsche nel suo periodo wagneriano” (p. 107), purtuttavia – sottolinea la Vivarelli – “non dimentichiamoci che questo è il periodo in cui Nietzsche, come scriverà poi nel suo tentativo di autocritica, sacrifica se stesso e le sue idee al proprio sentimento di venerazione per Wagner. Nel giro di pochi anni non sarà più disposto a farlo. L’amicizia con l’ebreo Paul Rée sancisce definitivamente il distacco da Wagner e dall’ambiente di Bayreuth maturato già da alcuni anni e segna l’inizio di una nuova fase del suo pensiero” (p. 110). Se così non fosse, non si comprenderebbe come mai, molti anni più tardi, gli stessi nazisti lo giudicassero un autore pericoloso e di fatto inservibile in chiave antisemitica, un “erudito da tavolino giudaizzato” come lo definirà il futuro deputato nazionalsocialista Theodor Fritsch, con cui Nietzsche ebbe un rovente scambio di idee testimoniato in diverse lettere (cfr. p. 13).
Che l’antisemitismo del primo Nietzsche sia stato, sostanzialmente, una sorta di errore di gioventù, del tutto smentito nella fase matura del pensiero, lo mette chiaramente in luce Golomb (pp. 21-62) nel saggio che precede l’antologia e che porta il significativo titolo “Nietzsche: amico degli ebrei e nemico dell’antisemitismo”.
Golomb punta in alto: egli cerca di mostrare come in Nietzsche si rilevi “sia il rifiuto inequivocabile dell’antisemitismo che la sua profonda ammirazione per gli ebrei” ed entrambe le cose “derivano principalmente dalla sua dottrina psicologica” (p. 22). L’uomo – per Nietzsche – è essenzialmente volontà di potenza, “vale a dire la volontà di un essere autentico e creativo” (p. 24) e così, “quanto più forte è la volontà di potenza, tanto maggiori sono la libertà, l’autenticità e la creatività manifestate da un individuo genuinamente potente” (p. 25). Nietzsche – fa notare Golomb – distingue però la potenza (o volontà di potenza) positiva da quella negativa: quest’ultima alberga nella morale degli schiavi, “era quella che caratterizzava i primi cristiani (o quelli che Nietzsche chiama gli «ebrei sacerdotali»), che crearono la loro religione spinti dalla loro sete di potenza. Poiché mancava loro una potenza genuinamente positiva, inventarono la «colpa», la «cattiva coscienza» e simili” (p. 25). Ebbene, dove Nietzsche trova esempi di potenza positiva negli (antichi) ebrei, li ammira e li loda, dove scopre “elementi che caratterizzano modelli di potenza negativi [gli ebrei cristiani, come Paolo di Tarso], li condanna e li respinge” (p. 26). Per Golomb, quindi, è un grave errore parlare di antisemitismo in Nietzsche quando questi critica talune figure ebraiche, in quanto il filosofo non ne fa mai una questione di razza o etnia, ma piuttosto una questione psicologica, esistenziale e antropologica. Degli antichi ebrei, gli ebrei dell’antico testamento, Nietzsche loda senza mezze misure lo spirito di potenza e di vitalità. Nell’aforisma 252 di Al di là del bene e del male, Nietzsche infatti scrive che “gli ebrei «sono la razza più forte, più tenace e più pura che viva oggi in Europa; riescono a farsi valere persino nelle condizioni più avverse […]»” (p. 34). Nell’aforisma 475 di Umano, troppo umano, il filosofo pur riconoscendo che “il giovane ebreo speculatore in borsa è forse l’invenzione più odiosa del genere umano”, scrive che “vorrei sapere quanto non ci si debba sentire in dovere, in un calcolo complessivo, di perdonare a un popolo che, non senza colpa di tutti noi, ha avuto la storia più dolorosa di tutti i popoli, e a cui si devono l’essere umano più nobile (Cristo), il saggio più puro (Spinoza), il libro più possente e la legge morale più influente del mondo” (p. 38).
«Il libro più possente» a cui Nietzsche fa riferimento è l’Antico Testamento, le sacre scritture della religione ebraica; ma il nostro, nella percezione comune, non dovrebbe essere un anti-religioso irriducibile? Altro grave errore, per Golomb: “è cruciale comprendere che Nietzsche non si oppone alla religione in sé, ma al suo uso scorretto e alle sue componenti [di potenza] negative” (p. 49). In Geneaologia della morale (III, 22), Nietzsche infatti scrive: “ogni rispetto per l’Antico Testamento! Vi trovo grandi uomini, un paesaggio eroico e qualcosa di estremamente raro sulla terra, l’incomparabile ingenuità di un sentimento vigoroso; di più ancora, vi trovo un popolo” (p. 49).
Se vi fossero ancora dei dubbi circa il presunto antisemitismo di Nietzsche, si legga la lettera alla sorella Elisabeth, del 7 febbraio 1886, dove egli riferendosi con molta ironia e sarcasmo al cognato Bernhard Förster, antisemita della prima ora, scrive di non comprendere come “il tuo consorte […] riesce a farsi una buona opinione di quell’incorreggibile europeo e anti-antisemita che è il tuo assolutamente non autorevole fannullone Fritz” (p. 57).
Anche il saggio di Orsucci (pp. 63-100) ripropone, da un lato, l’ammirazione di Nietzsche per l’antico popolo ebraico, “«un popolo che amava e ama la vita […] più dei greci» (Aurora, 73)” (p. 73) e, dall’altro, la sua avversione nei confronti dell’antisemitismo, del nazionalismo tedesco e, più in generale, del pangermanesimo; è molto chiara, in questo senso, una breve annotazione dello stesso Nietzsche del 1887: “Massima: non avere rapporti con nessuno che prenda parte alla bugiarda impostura delle razze (Quanta menzogna e palude ci vuole per sollevare problemi di razza nella promiscua Europa attuale!)” (p. 99).
La parte conclusiva, e più ricca, dell’opera curata dalla Vivarelli è l’antologia di testi nietzscheani (pp. 103-270) dove la parola, forse ultima e definitiva in ordine al rapporto tra Nietzsche e l’ebraismo, viene lasciata al filosofo stesso. Vi troviamo l’antiebraismo di Nietzsche della prima ora, quello del periodo wagneriano, ma soprattutto vi troviamo il pensiero del Nietzsche maturo, i tre lunghi aforismi che il filosofo dedica agli ebrei e alla questione ebraica: il 114 di Umano, troppo unamo, il 205 di Aurora ed il 251 di Al di là del bene e del male. “Nietzsche affida a questi tre aforismi circostanziati e inequivocabili, scritti in periodi diversi e che per certi aspetti appaiono il suo lascito testamentario, la propria posizione «ufficiale» nei confronti degli ebrei suoi contemporanei e della loro situazione all’interno dei vari stati nazionali. Sostanzialmente pare intenzionato a rovesciare in positivo tutte le tradizionali accuse che venivano mosse agli ebrei, anche se non ha scrupoli a stigmatizzare quelli che reputa tratti negativi del loro carattere. In ogni caso reagisce con fermezza all’antisemitismo che inizia a propagarsi ad opera del giornalista Wilhelm Marr” (p. 125-126).
In conclusione, vorrei citare due testi dell’ultimo Nietzsche riportati nell’antologia. Il primo è l’abbozzo di una lettera indirizzata alla sorella e datato 5 giugno 1887: “Del resto è mia sincera convinzione: un tedesco, che solo per il fatto di essere t[edesco] pretende di essere più di un ebreo, è un personaggio da commedia, sempre ammesso che non sia da manicomio” (p. 256); il secondo, che delegittima in maniera decisiva l’uso improprio e strumentale che l’ideologia nazionalsocialista compirà dell’Übermensch nietzscheano, lo troviamo tra i frammenti postumi dell’autunno 1885-autunno 1887: “Non esiste in Germania una cricca più spudorata e stupida di questi antisemiti. Come ringraziamento gli ho spedito per lettera un bel calcio. E questa gentaglia ha il coraggio di mettersi in bocca il nome di Z[arathustra]! Schifo! Schifo! Schifo!” (p. 228).




FacebookAnobiiFeed RssTwitterYou Tube

    Stampa articoloSegnala
    Agosto 2017
    L
    M
    M
    G
    V
    S
    D
     
    1
    2
    3
    4
    5
    6
    7
    8
    9
    10
    11
    12
    13
    14
    15
    16
    17
    18
    19
    20
    21
    22
    23
    24
    25
    26
    27
    28
    29
    30
    31

    ArchivioScrivici