La Stella e la Menorah

Giulio Busi recensisce su Il Sole24ore
La Stella di David di Gershom Scholem

I lineamenti si confondono nella memoria. Anche del volto più bello, del viso che ci ha preso il cuore, ricordiamo a stento i dettagli, se non l'abbiamo davanti, se sorge nei nostri pensieri come un pallido lume. La distanza offusca, addolcisce, turba. E cosa di più lontano di una stella? E per di più, non stella di fuoco vero né cometa appesa al cielo, ma intrico di segni che s'annodano, capricciosi, in labirinto. Nell'astronomia universale delle luci metafisiche, dei rimpianti e dei fraintendimenti, la stella di Davide è astro di prima grandezza. Celeberrima, sfuggente, triste-gioiosa. Ostentata e indecifrabile, un vero rompicapo anche per gli esperti più agguerriti. 
Se non ci credete, e pensate sia facile acchiapparla una volta per tutte, potete leggervi "La stella di David "di Gershom Scholem, che esce per Giuntina in un bel volume monografico, con commento di Saverio Campanini. 
L'arci-sapiente Gershom Scholem non era un acchiappa stelle. Storiografo provetto, capace di giudizi taglienti e dissacranti, il professore gerosolimitano si mise di buzzo buono per demolire un mito come viene spiegato in La Stella di David. Storia di un simbolo (a cura di Saverio Campanini ed Elisbetta Zevi, Giuntina, Firenze, pagg.134, 10,00 euro). 
«L'esagramma non è un simbolo ebraico», sosteneva. L'esordio del volume è inequivocabile. E un bel po' polemico, visto che la prima versione del saggio è del 1948. La stella a sei punte sventolava con orgoglio sulla bandiera del neo-fondato Stato israeliano, ed ecco che il solito studioso guastafeste veniva a dire la sua. E ributtava l'astro nel mare della Storia, lo scartava tra i distintivi senza padrone, che lo prendesse chi lo voleva. 
Con molto sfoggio di erudizione, e una puntigliosità tutta tedesca (era pur nato a Berlino nel 1897, e una certa, brusca berlinesità gli restò tutta la vita), Scholem segue a ritroso le tracce dell'insegna. Gli esordi sono modesti, un fregio dalla sinagoga di Cafarnao, nel II o III secolo, o un pinnacolo di un altro tempio, a Tel Hum, in galiela.  Quasi nulla, in confronto con le tante ricorrenze dell'esagramma in manufatti non giudaici dell'antichità. E come non bastasse, queste stelle ornamentali sono a dir poco birichine. Quella di Cafarnao, sfacciata, se ne sta in bella mostra accanto a una svastica. «E nessuno sosterrebbe per questo che la svastica sia un simbolo ebraico», commenta acido il professore. D'altronde una stella è una stella, e fa il suo mestiere di simbolo di luce. Transculturale, aperto alle influenze esterne, per esempio a quelle bizantine (ricorre nelle chiese) o musulmane (dall'avvento dell'Islam, la vediamo spesso nelle moschee). Non come la menorah, il candelabro a sette bracci, lui sì solo (o, meglio, quasi solo) ebraico. 
Ancor peggio vanno le cose se, dai resti monumentali e dalle architetture, ci si addentra nella magia. Qui i segni a sei punte spadroneggiano per tener lontano il malocchio, e custodire dagli intrighi dei demoni. E sembrerebbe che le righe che s'intersecano e fuggono le une dentro le altre, tanto che non sapresti dire dove le une finiscono e le altre cominciano, servano a confondere le energie negative, e a menare in tondo i cattivi. 
Due triangoli che si feriscono punta a punta, e spingono in direzioni contrarie. «Un germoglio straniero in Terra d'Israele», ecco cos'è, un bocciolo appuntato sul risvolto di molte giacche. E vero che un bel esagramma campeggia in un'opera di mistica ebraica del primo Trecento, il Libro del confine di David ben Yehudah he-Hasid. Ma è un autore stranito e inclassificabile, forse a contatto con incantatori del nord Africa. E Praga, allora? Scholem sa bene che la stella è simbolo della comunità ebraica già a metà del XV secolo, e garrisce sul vessillo issato nelle cerimonie pubbliche. 
Resta il dubbio che si tratti di un emblema imposto dalle autorità cristiane, sebbene sia un sospetto labile: tutto lascia pensare che quel pezzettino di cielo messo sulla stoffa l'avessero voluto loro, gli ebrei boemi, per farsi coraggio e per ricordare a tutti che discendevano da Davide, re e magnifico. 
Non a caso, l'esagramma si chiama in ebraico «Magen David», non «stella»  ma «scudo di Davide». Perché protegge, difende, e serve a scendere in guerra, dà forza e consola. 
Davanti alla svolta praghese, che fa della stella un segno collettivo giudaico, e sembrerebbe contraddire la tesi del libro, viene il dubbio che lo scetticismo scholemiano nasconda qualcosa di più di una semplice querelle filologica. Quello che stizzisce Scholem è la vicenda moderna, soprattutto quanto è successo nell'Ottocento e nel primo Novecento. Allora, proprio mentre l'ebraismo perde forza religiosa, l'esagramma si moltiplica a dismisura. Sugli edifici, nei blasoni di nobiltà (per esempio in quello dei Rothschild), sulle tombe dei cimiteri, tutto parla per stelle a sei punte. È quasi un'ossessione, che rivela un imbarazzo di fondo. Il giudaismo aveva bisogno di un'immagine che riassumesse l'identità della diaspora - complessa, tormentata, perseguitata - di un marchio che stesse di fronte alla croce. Fu dunque in maniera affrettata, e secondo Scholem, piuttosto goffa, che «un segno che si poneva in modo quasi insignificante in relazione al mondo degli ebrei pii» fu messo alla pari «con un simbolo ancorato in modo incomparabilmente più profondo nel contenuto religioso, come lo è la croce per il cristianesimo». Al professore venuto dalla Germania a Gerusalemme piacevano i paradossi.
E il fato ebraico gliene poteva offrire a iosa. Nell'ultima pagina, dopo tanta ironia a scapito delle stelle, il tono cambia di colpo. Con serafica indifferenza, il grande studioso contraddice se stesso. E ha un buon motivo per farlo. Se alla stella di Davide era mancata a lungo la dignità di un simbolo vero, un fatto nuovo, e nel 1948 ancora bruciante con furia, aveva cambiato materia, e colore, e forza all'insegna del vecchio re. 
La santità che non aveva, gliel'hanno data «coloro che l'hanno trasformata in un marchio di vergogna e di degradazione per milioni di persone». Marchio giallo d'ignominia, non più astro lontano, non più volto sfuggente. Segno, umanissimo, di regalità.




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