Quando ci farà paura la sete

Elena Loewenthal recensisce Idromania
di Assaf Gavron su La Stampa

Siamo nel 2067 – in fondo, a un passo di tempo da qui. Il mondo è prevedibilmente ipertecnologico e ovunque teleguidato. La gente porta un microchip sottopelle che consente transazioni finanziarie, contatti sociali, gestione domestica con la sola guida del pensiero. Il mondo si guarda attraverso un neanche troppo futuristico paio di occhiali che si portano addosso per accorciare distanze – o allungarle, tutto dipende dalle esigenze. In barba agli assetti geopolitici che possiamo immaginare di qui, cinquanta e rotti anni prima (un sospiro dell’universo), le grandi potenze in gioco, praticamente esclusive padrone del mondo, sono Giappone, Cina (ma fin qui più o meno ci siamo) e Ucraina. Il resto del mondo è puro suddito. In questo quadro, Israele è ridotta a una minuscola, assediata e fragile enclave, dentro uno Stato palestinese sempre più imperialista.  



Questo lo sfondo, anzi il vivo contesto entro il quale si svolge l’avvincente Idromania, romanzo a mezza strada tra l’horror e la fantascienza del talentuoso israeliano Assaf Gavron, in uscita presso La Giuntina (traduzione di Shulim Vogelmann, pp. 232, € 15). Gavron, classe 1968, è un intellettuale eclettico, traduttore dall’inglese – è lui che porta in ebraico Salinger, Philip Roth e Safran Foer. Ha già scritto molto, tra l’altro la storia di due ragazzi, uno palestinese e uno israeliano, uscita per Strade Blu Mondadori nel 2009 (La mia storia, la tua storia).  

 Ma questo nuovo romanzo, premiato in Israele e già tradotto in svariate lingue, è un’avventura narrativa oltre che l’apripista di un genere letterario affatto nuovo, per l’ebraico. Un miscuglio di fantascienza e iperrealismo, il tutto condito da un sapiente uso delle ossessioni comuni, non solo in Israele ma in tutto il Medio Oriente e oltre. Perché questo mondo che Gavron raffigura a cornice di una storia incalzante di affetti e delitti, malavita e trame internazionali, sarà pure ipertecnologico ma è afflitto da una mancanza d’acqua drammatica e inguaribile. Maya, ad esempio, che è l’eroina femminile, ha sempre una sensazione di sabbia in bocca. E sin dalle prime pagine del libro si è tanto assorti nella lettura quanto presi dall’irrefrenabile impulso di andare a chiudere meglio il rubinetto della cucina che sporadicamente gocciola: quel ticchettio ritmato passava inosservato, finché non si è cominciato Idromania… Alla sera, poi, lavandosi i denti si avrà l’accortezza di chiudere l’acqua durante l’operazione, in fondo perché sprecarla… Fantascienza, dunque? Mica tanto: in Israele su quasi tutti i rubinetti pubblici campeggia l’invito, anzi l’imperativo, a non sprecare quell’acqua che è il bene più prezioso, per tutti.  

Ma torniamo al romanzo, dove una fitta trama si incastona in questo quadro inquietante di un mondo al tempo stesso ipertecnologico in modo strabiliante ma anche poverissimo, appeso al filo di una sussistenza minima. Maya, una donna prossima alla quarantina, è incinta. Ma suo marito, un ingegnere idraulico molto in gamba che ha scoperto il modo per sfruttare l’acqua piovana affrancando la gente dal giogo delle poche multinazionali che hanno il monopolio della sua distribuzione, è scomparso. Lei lo cerca ma neanche troppo, nel frattempo accetta l’offerta di un conoscente: ottenere il sofisticato microchip di un avvocato morto, disponendo con ciò di tutti i suoi averi. 


Un’operazione sottocutanea ai limiti del lecito, ma che travolge Maya in un turbine in avventure, compreso il non troppo entusiasmante reperimento del suo Ido. Che si rivelerà un eroe non proprio integerrimo. Prima di rivederlo, Maya attraverserà una serie di luoghi e situazioni che completano l’affresco di un mondo futuribile dove si sta meglio sottoterra o sott’acqua (del mare) piuttosto che nella luce impietosa di un torrido sole. Teatro della storia è uno Stato d’Israele ridotto all’osso dove non ci sono più né Gerusalemme né Tel Aviv, dove Tiberiade è stata da poco messa a ferro e fuoco dal nemico. Non resta che Cesarea – non a caso scelta da Gavron come città residuale: qui ci sono i resti di un prodigioso acquedotto romano.


Il romanzo si legge d’un fiato. Se si è israeliani più che mai, certo, perché l’autore intercetta e dipana qui le due ossessioni fondamentali del paese: la paura di essere annientato da quell’immenso mondo arabo che ha tutto intorno. O, prima ancora, di morire di sete, tutti insieme. Ma anche il lettore europeo (o americano), all’ombra delle sue confortanti riserve idriche, ha di che farsi prendere dalla lettura. Un po’ per la trama avvincente e convincente, un po’ perché la tecnologia fantascientifica che domina il racconto è al tempo stesso inimmaginabile e familiare. E poi, forse soprattutto, perché lo spettro dell’aridità fa paura anche a noi, che sappiamo di essere fatti quasi tutti d’acqua e sappiamo che senza di essa non c’è vita. Basta gettare uno sguardo all’universo, alla desolazione dei pianeti che ci stanno intorno, e pensare con sgomento che un giorno o l’altro anche noi torneremo a essere così: polvere cosmica. Idromania ci avvicina a quel futuro lì, niente affatto fantascientifico, in fondo.




FacebookAnobiiFeed RssTwitterYou Tube

    Stampa articoloSegnala
    Ottobre 2017
    L
    M
    M
    G
    V
    S
    D
     
     
     
     
     
     
    1
    2
    3
    4
    5
    6
    7
    8
    9
    11
    12
    13
    14
    15
    16
    17
    18
    19
    20
    21
    22
    23
    24
    25
    26
    27
    28
    29
    30
    31

    ArchivioScrivici