Il grande circo delle idee di Miki Bencnaan

Marilia Piccone recensisce Il grande circo delle idee
su Wuz

“Sentivo” disse Futerko “che restare attaccata all’identità di Milinka era una sorta di riparazione. E credimi, la mia appartenenza all’ebraismo me la sono guadagnata onestamente…ancora ai tempi del ghetto di Varsavia.”
Fece una breve pausa e poi proseguì senza fermarsi,
“Oggi essere ebrea, dal mio punto di vista, è preferire un Dio con il capriccio dell’esclusività a uno che pretende che tutto il mondo diventi o cristiano o musulmano”.

SCELTO DA WUZ TRA GLI AUTORI PRESENTI AL FESTIVALETTERATURA DI MANTOVA 2014

Gerusalemme 2009. Casa di riposo Yadlitza Norbert. Quando il nipote solleva un lembo della trapunta che ricopre il corpo di sua nonna e di un’altra vecchietta, resta sbalordito. Le due donne sono morte nel sonno, uccise dalle esalazioni di gas di una stufetta mal funzionante, ma quello che è stupefacente è che paiono essere uscite da un circo. Futerko Hopsa, la nonna di Pinki, indossa un logoro costume da elefante, con tanto di proboscide, e la donna anziana che le appoggia la testa sulla spalla ha un vestitino rosa a pois, calze di cotone al ginocchio e scarpette da bambola ai piedi.

Il grande circo delle idee di Miki Bencnaan inizia così, dalla fine, perché la morte è la fine, almeno per le persone che hanno terminato di vivere. Finisce, però, chiudendo un cerchio, idealmente il cerchio del grande tendone di quel circo che è la vita. Ci vorranno molte pagine per arrivare a una scena simile, molto indietro nel tempo, nel 1942, quando due bambine bionde giocavano insieme e si erano scambiate – così, per gioco – gli abiti. Il luogo non era affatto un parco giochi, ma il campo di concentramento di Belzec e Inge Vonderholtzen era la figlia di un ufficiale delle SS che aveva ottenuto dal padre – come fosse un giocattolo – la bambina ebrea che indossava un pellicciotto con la proboscide: Milinka aveva addosso quel costume, quando era stata prelevata e caricata sul camion durante una retata. Lo aveva appena ricevuto in regalo per il suo sesto compleanno, era il suo talismano, era certa che l’avrebbe protetta, nascondendola. E forse era stato così, come poi avrebbe protetto Inge, salvandola in una maniera fantastica e prodigiosa: già avviata verso le camere a gas, la bambina che invano protestava che c’era un errore, che lei era tedesca, era stata sollevata in volo da uno stormo di corvi, proprio i corvi contro cui si esercitava a sparare insieme all’aiutante del padre. Un costume da elefante che le aveva dato pure un nuovo nome, preso in prestito dalla bambina ebrea: Futerko, che significa “pellicciotto” in polacco.Corvi, elefanti, semi di alberi di ciliegio coltivati con una cura speciale per ottenere sedie o troni seguendo il metodo del bonsai, altre stranezze ancora a mano a mano che il libro procede, srotolando e riarrotolando le vite dei quattro protagonisti per condurli alla tappa finale nella casa di riposo dove li avrebbe raggiunti il quinto personaggio, l’anziana pianista che sarebbe morta con il vestitino a pois. Dal 1929 – con qualche flashback a un decennio prima – al 2009: ottant’anni di storia d’Europa che stravolsero la vita di chi li aveva attraversati, e di certo aveva interamente capovolto quella dei quattro, anzi dei cinque personaggi. Futerko Hopsa alias Inge Vonderholtzen, Inge Vonderholtzen alias Milinka, Leon Vaydenfeld, direttore di teatro e musicista, che per un certo periodo aveva rivestito i panni dell’ufficiale delle SS Rudolf Vonderholtzen (che peraltro aveva già incontrato, per quei strani casi della vita, in ben altre circostanze nel campo di Belzec dove era stato chiamato a dare lezioni di piano alla piccola Inge del tutto negata per la musica), Pesca Principali (c’è tutta una storia dietro al suo nome) votato alla Chiesa da sua madre, il genialoide Emanuel Elbalak che crea un trono con semi di ciliegio, copiando un prezioso modello originale il cui ricordo riporta Leon al momento in cui aveva cessato di essere Leon Vaydenfeld ed era diventato il prigioniero numero 135713. Impossibile dimenticare le figure intagliate nel legno su cui si appoggiava il deretano dell’ufficiale che era diventato il padrone della sua vita, abbaiandogli le domande, chiedendogli nome e professione.

Quando tanto è già stato detto, quando sembra che tutto sia già stato raccontato, come si fa a scrivere ancora della Shoah senza cadere nel déja lu? E, comunque, come si fa a dire l’indicibile? Miki Bencnaan lo fa con un piglio nuovo, con un che di fantasioso e stravagante, vorrei dire con uno stile che ha del realismo magico se non fosse che il termine è così abusato, e in ogni modo, pur non togliendo nulla alla drammaticità degli eventi – ai campi di sterminio, ai giochi sadici, alle atroci condizioni dei ghetti – riesce quasi a sorriderne, con un sorriso che piega le labbra all’ingiù ma che cerca uno spiraglio di luce, fosse pure nel programmare i fantasmagorici, dispendiosi, strabilianti funerali dei suoi insoliti personaggi, protagonisti di un romanzo insolito.




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