FUNZIONA!!!

Piermario De Dominicis folgorato dalla lettura
di Una notte soltanto, Markovitch di Ayelet Gundar-Goshen

Da tempo mi sono reso conto che in letteratura ho sempre meno voglia di baloccarmi con libri carini. Sento che non può più bastarmi. Col tempo che passa, e nel mio caso si tratta di tempo regalatomi da una gran botta di fortuna, e che giorno dopo giorno ti stampa le sue zampe sgarbate nel dritto e nel rovescio, non si è più così disponibili a dedicare troppa attenzione ad opere che pur non disprezzabili, o addirittura gradevoli e con una loro precisa ragion d'essere, non possono però metterti al cospetto delle vertiginose emozioni procurate da una qualche forma di genialità. Certo se decido di leggere un saggio lo faccio sapendo perfettamente cosa vado a cercare, ovvero una soddisfazione di testa che può trasferirsi anche altrove. Anche la letteratura di genere che oggi ha così tanto spazio, si pensi ad esempio alla narrativa " gialla " nelle sue centinaia di incarnazioni, può garantire un confortante investimento del proprio tempo. Ed è una forma di investimento che, da bravo onnivoro, ho adottato in passato e sulla quale continuo a puntare felicemente nel presente. Oggi tuttavia mi ci affido molto meno rispetto a qualche anno fa, lo faccio più oculatamente e saltuariamente ed anzi, da operatore del settore che per via della passione non è mai divenuto succube del lato tecnico del mestiere, un po' mi infastidisce la debordante offerta di noir che intasa i cataloghi delle case editrici italiane, grandi, medie o piccole che siano. Così quando per intuito o per un mero colpo di fortuna mi imbatto in un testo memorabile, finisco per adottare trucchi puerili per prolungare il più a lungo possibile la fascinazione di pagine capaci di innescare la vorace lettura del bulimico, dell' ingozzatore. E allora: un capitolo al dì, e uno solo, la mattina presto, a digiuno. Come per certi farmaci, a testimonianza definitiva che il bello, in tutte le forme possibili, è terapia, medicina infallibile, rimedio per le tristezze, le durezze o per il tedio di tanta parte della vita quotidiana. Lo straordinario romanzo d'esordio " Una notte soltanto, Markovitch " della poco più che trentenne israeliana Ayelet Gundar Goshen, è stato il farmaco che ho assunto per ben quindici giorni. Le più recenti quindici mattinate della mia vita. Un simile autocontrollo è da considerarsi un risultato eccellente per uno sbranatore di narrativa, uno che lesse " L'idiota " di Dostoevskij in un giorno! In questo frangente, forte come certi monaci orientali che da nevrotico isterico ho sempre sbeffeggiato, sono invece riuscito a controllare lo stupore ammirato che il testo provocava e a dislocarlo, pezzetto per pezzetto, negli spazi temporali che gli avevo coercitivamente assegnato quando, quasi immediatamente, ho percepito il valore del libro. Una sorpresa simile la provai anni fa quando inciampai nel libro di Jonathan Safran Foer " Ogni cosa è illuminata ", fenomenale esordio di un venticinquenne newyorkese. Sembrerebbe che ogni grande opera, all'interno di una storia, magari una che appare semplice, piana, contenga un mondo. Il capolavoro vero e proprio, è così emblematico della generale condizione umana che dentro di se contiene IL mondo. Ed è appunto questa la natura che a mio parere possiede " Una notte soltanto, Markovitch ". Un microcosmo che si fa cosmo pagina dopo pagina. La faccia insignificante di Jaacov Markovitch, ed il suo orizzonte in apparenza ristretto - li troviamo subito descritti nelle primissime battute del romanzo - mettono in moto invece una stupefacente sarabanda di storie, storie che più si allarga l'inquadratura narrativa e più diventano universali. Il villaggio della Palestina premandataria, che ancora vibra del ricordo lasciato dalla Seconda Guerra Mondiale e che va ad inserirsi nella storia della nascita dello Stato di Israele, è il cartellone del cantastorie su cui si disegnano a tinte forti e ben contrastate, volti e destini di personaggi che si intrecciano lasciando la traccia, a volte dura e materiale, a volte di surreale poeticità, dei loro odi e dei loro amori, delle affinità e di implacabili repulsioni, di risate tuonanti e di lancinanti disperazioni, dell'animalità della guerra e dell'umanità che a tratti vi alberga. Il romanzo è già tradotto in molti paesi e bisogna dar merito alla casa editrice Giuntina per essere stata capace di una scelta così felice e lungimirante. E' di un tale livello questo esordio di Ayelet Gundar Goshen, da far condividere l'entusiasmo di un recensore italiano che ha parlato di un " incantamento " indotto dal testo, e non si può nascondere una fortissima curiosità per la figura della scrittrice e per gli sviluppi futuri della sua opera. E se bellezza cercate dunque, per dare vita alla vita, curatevi pure con questa medicina. Funziona.

 




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