Educazione brasiliana...

Francesca Reboli recensisce sul suo blog
K. (o la figlia desaparecida) di Bernardo Kucinski

27 gennaio. Un'altra memoria, la stessa memoria. Ricordo della morte in Brasile. Ho letto un libro bellissimo. “ K o la figlia desaparecida” (Giuntina) di Bernardo Kucinski è tanto essenziale nella lingua quanto potente nel riscattare una duplice memoria, dell’ Olocausto e della dittatura brasiliana. È il “relato de uma busca”, la cronaca della ricerca che un padre ebreo, riparato a San Paolo dalla Polonia occupata dai nazisti, inizia, incredulo, nel Brasile del 1974 per ritrovare la figlia desaparecida. Scomparsa senza lasciare traccia, come molti altri con lei, finiti non si sa come in una “voragine che inghiotte le persone” senza che di queste sparizioni ci sia un registro, quando “anche i nazisti, che riducevano in cenere le loro vittime, registravano i morti”. K. cerca, racconta la sua storia ai vicini, va alla polizia, si affida agli avvocati, partecipa alle riunioni di quelli come lui - gente cui manca un figlio, un marito, una nuora -, viaggia a New York in cerca di aiuto, chiede invano un habeas corpus, si avvicina pericolosamente agli algozes, gli aguzzini della dittatura, e sfiora fatti che solo molti anni dopo verranno alla luce nella loro atrocità. La casa delle torture di Petropolis. L’ Araguaia, terreno di guerriglia degli oppositori del regime, sterminati in una delle operazioni di repressione più sanguinose. Le università che un tempo accoglievano scienziati ebrei trasformate in tane per codardi. Un intero popolo di delatori pronti a vendere vicini di casa, datori di lavoro e clienti. Prigioni in cui si torturano oppositori ventenni. Riunioni semiclandestine nella cattedrale di San Paolo. Pamphlet e liste di nomi ciclostilati e clandestini, che passano in segreto di mano in mano. Una rete sotterranea di scambio di informazioni, di speranze accese e disilluse, di nascondigli e viaggi all'estero. Deputati privati dei loro diritti, partiti politici cancellati. E, su tutto, genitori che cercano. La storia di K. è la stessa di Zuzu Angel, madre di Plaza de Mayo del Brasile, che pur di trovare suo figlio, rapito dalla dittatura, o almeno il suo corpo, finisce assassinata. La storia di K. è la storia di tutte le dittature. È il “ricordo della morte” che per vent'anni ha attraversato il Brasile rovesciandosi poi nella smemoratezza volontaria di un paese che ha preferito fare finta di niente. Un paese che, scrive Kucinski, soffre di una sindrome di Alzheimer nazionale, preda di “un oblio collettivo del registro dei morti”. Oggi il registro c'è, ed è ufficiale, frutto del lavoro fuori tempo massimo della Comissão de Verdade, il cui compito è stato appunto dare il crisma dell'ufficialità al libro degli scomparsi, già redatto e custodito dalla società civile ( il gruppo Tortura nunca mas) e al lavoro degli storici come Elio Gaspari. C'è la lista dei nomi, c'è, incancellabile, per chi resta, la colpa, “la colpa di essere sopravvissuti”. E così “anche in questa parte di mondo i sopravvissuti continuano a frugare nel passato alla ricerca di quel momento in cui avrebbero potuto evitare la tragedia e per qualche ragione hanno fallito”.




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