Una voce di bambina


Marilia Piccone - Leggere a lume di candela

Esce un grido dalle pagine del diario di Eva Heyman- Io voglio vivere. Sono parole che ripete più di una volta, più di un giorno quando la paura del futuro è una cosa concreta. Una voce di bambina che attraversa più di settanta anni, quanti ne sono passati dal 30 maggio 1944, data dell’ultima pagina del suo diario. La data ci dice già tutto. Eva Heyman, ebrea ungherese, fu deportata nel campo di concentramento di Auschwitz dove morì il 17 di ottobre dello stesso anno. Aveva tredici anni.

    Come Anna Frank, a cui il nostro pensiero corre subito, anche Eva inizia a scrivere il diario nel giorno del suo compleanno che cadeva in febbraio. A differenza di Anna, nascosta nelle stanze di una soffitta di Amsterdam, la reclusione nella casa sovraffollata del ghetto di Nagyvárad (l’attuale Oradea in Romania) dura poco per Eva. Un mese in cui avrà continuato a sperare che le voci che giravano sulla sorte degli ebrei non fossero vere, che la Germania fosse definitivamente sconfitta, che lei potesse continuare a vivere. “Non voglio morire, voglio vivere anche se di tutto il distretto rimanessi soltanto io qui. Aspetterei la fine della guerra in una cantina o in una soffitta, o in un buco qualsiasi; mio piccolo Diario io mi lascerei baciare dal gendarme dagli occhi storti che ci ha portato via la farina, basta che non mi uccidano, che mi lascino vivere!”. Il diario finisce così, con ancora qualche riga in cui scrive che hanno lasciato entrare Mariska, la cuoca fedele, a cui avrebbe affidato il suo prezioso quaderno. E Mariska lo avrebbe conservato e consegnato ad Agnes Zsolt, la madre di Eva che invece sopravvisse alla guerra.
 
    Ci commuovono sempre, le voci del passato. Soprattutto se sono state fatte tacere a forza, se non hanno potuto raggiungere la pienezza, se sono scomparse in una maniera atroce, se, in qualche modo, l’intero mondo è responsabile per la loro morte. La voce di Eva è fresca, genuina. Guardiamo la sua foto con le trecce e pensiamo che la voce che echeggia nelle pagine le si addice. Inizia con piglio allegro, scopriamo a poco a poco delle zone buie nella sua vita. La madre, che lei chiama per nome, Agi, si è separata dal padre di Eva e si è risposata con il giornalista e scrittore Béla Zsolt. Mentre Eva veniva affidata ai nonni, per un certo periodo la madre e il nuovo marito hanno vissuto a Parigi, per tornare poi a Nagyvárad. Eva si era sentita abbandonata. Nelle sue parole la naturale spensieratezza di una tredicenne è smorzata a tratti dalle ombre sul suo cuore di bambina con tanti nonni, con due padri ma con una madre che- lei lo avverte con chiarezza- ama più il secondo marito che la figlia. Poi, nel giro di tre mesi, la situazione precipita, il rombo della guerra si fa più vicino, i segnali premonitori aumentano e le restrizioni pure. La bicicletta rossa di Eva viene requisita, a nulla valgono le suppliche della madre e le lacrime di Eva. In una qualche maniera quella bicicletta rossa vale più di tutto, più di tutti gli altri beni che la famiglia dovrà consegnare. E’ l’infanzia stessa che viene requisita. E’ con la bicicletta rossa che Eva incomincia a morire.

   Eppure - meraviglia della giovinezza - c’è ancora spazio per l’amore, nonostante tutto. Come Anna per Peter, anche Eva prova un sentimento che è la sperimentazione dell’amore per Pista Vadas. Adesso Eva pensa di meno a Marta, l’amica il cui ricordo costellava le pagine del diario, il cui nome ricorreva con frequenza pari a quella con cui citava i suoi famigliari. Il pensiero di Marta era sempre associato al desiderio di vivere, di non finire come lei, prelevata mentre gustava una merenda di fragole e panna. Il pensiero di Marta è rimosso, adesso che Eva deve concentrarsi su se stessa per trovare la forza di andare avanti.
    Un piccolo libro da leggere - ci tormenterà il ricordo della bicicletta rossa di Eva e delle fragole rosse di Marta.

 




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