Hannah & Benji

Antonio Gnoli scrive de L'angelo della storia su Repubblica.

Conosciamo quasi tutto di Walter Benjamin. Perfino con quali indumenti si trascinava in fuga verso la via spagnola: due camice nella valigia, uno spazzolino da denti e, forse, un manoscritto al quale stava lavorando. Sappiamo della sua vita geniale e non propriamente fortunata. Vengono in mente certe fragili figure di marzapane che allietarono la sua fantasia di bambino precoce. Fu inattuale in tutto, ma di una inattualità difficilmente classificabile, nominabile, collocabile. Fu questa sfuggente sensazione di incerto possesso del suo pensiero a rendere complessa la rete di amicizie solidali che lo avvolse, soprattutto negli ultimi anni di vita. Una rete che somigliava a una costellazione di stelle (quasi tutte di prima grandezza) di cui lui era la più brillante. Un’idea meno vaga di ciò che sto dicendo ce la si può fare grazie al libro a firma Hannah Arendt e Walter Benjamin L’angelo della storia, edito da Giuntina. Si tratta di una raccolta di testi, lettere, documenti, da cui emergono le complicate relazioni tra i vari protagonisti; le rivalità, i colpi bassi, le accuse che spesso, dietro un’apparente armonia, si scambiarono Theodor Adorno, Gershom Scholem e Hannah Arendt. Tutti e tre amarono realmente Benjamin ma ne usarono l’immagine anche per combattersi fra loro.
Arendt incontrò Benjamin a Parigi nel 1935. Entrambi esuli ebrei. Lei lo chiamava Benji. Spesso giocavano a scacchi. Impararono anche la lingua inglese. Volevano lasciare l’Europa e raggiungere l’America. Arendt riuscì a partire. Benjamin non ce la fece. Non resse la fatica di un viaggio che dalla Francia lo avrebbe condotto in Spagna e da qui negli Stati Uniti. Si suicidò sul confine, a Port Bou, nel settembre del 1940. Gershom Scholem fu l’amico della giovinezza. Si conobbero all’università. Fu tra i primi a lasciare l’Europa. Emigrò in Palestina nel 1923. Si scambiarono lettere bellissime. Ammirava il talento teorico dell’amico. Desiderava che lo raggiungesse. Entrambi, da posizioni diverse, nutrivano un forte interesse per la cultura ebraica. Scholem avrebbe scritto in seguito una densa biografia dell’amico scomparso. Adorno era già in America quando Benjamin tentò in qualche modo di raggiungerlo. Viveva a Los Angeles dove si era trasferito l’Istituto di ricerche sociali, di cui era insieme a Horckheimer tra i massimi esponenti. Anche Benjamin ne faceva parte. Molta della sua sopravvivenza dipendeva dal sussidio dell’Istituto. Ma in cambio di cosa? La Arendt si convinse che gli amici della Scuola di Francoforte, che lei molto brutalmente chiamava “banda di porci”, avevano nei riguardi del geniale Benjamin un atteggiamento da esigenti tutori spirituali. In una lettera a Scholem adombrò perfino una malversazione nell’uso dei fondi dell’Istituto. Qual era lo stato d’animo di Benjamin negli ultimi mesi di vita? Nella dettagliata ricostruzione della Arendt emerge un uomo spaventato dalla guerra, disperato per la reclusione in un campo di concentramento. A metà novembre del 1939 venne rilasciato. Tornò, almeno in apparenza, un uomo sereno. Tanto che nei mesi successivi lavorò alle Tesi di filosofia della sto- ria. Quel testo enigmatico e per nulla ortodosso gli procurò molta apprensione. Benjamin temeva che Adorno e Horckheimer, com’era già accaduto con il Baudelaire, lo giudicassero inadatto alla pubblicazione. Prima dello scoppio della guerra, l’Istituto lo aveva avvertito che il sussidio era a rischio. In questo oscillare di stati d’animo restava il progetto di riparare in America, ma l’horror, dice la Arendt, che provava per quel paese era indescrivibile. Confidò ad alcuni amici che preferiva una breve vita in Francia a una lunga vita in America. Tutto questo non spiega un suicidio. Ma lo colloca in una prospettiva plausibile. Ne era ossessionato e non faceva che parlarne, dice la Arendt.
Questa la situazione alla vigilia di quell’ultimo viaggio che fu senza ritorno. Quando, settimane dopo, si apprese della morte di Benjamin cominciarono le grandi manovre attorno al lascito dei suoi scritti. Chi ne era l’erede? L’amico di infanzia Scholem? Adorno il quale sostenne che Benjamin gli aveva affidato il lascito letterario? O la stessa Arendt che si stava prodigando per la pubblicazione, tanto in Germania quanto in America, di un’antologia significativa dei suoi scritti? Tutti e tre avevano in qualche modo l’autorità morale. Quando la macchina editoriale si mise in moto cominciarono le prime insinuazioni e sospetti. Vecchi rancori mai sopiti tornarono avvolti dalla cautela che ogni forma di potere altrui suggerisce. La Arendt insinuò il peggio su Adorno, ma disse anche che con lui bisognava essere dei “lecchini” se si voleva ottenere qualcosa in cambio. Adorno invocò a giustificazione di certi atteggiamenti il fatto che si vivevano tempi difficili, soprattutto per dei manoscritti che richiedevano una cura speciale. La verità è che il trio delle meraviglie – Arendt, Scholem, Adorno – diffondeva tre immagini profondamente diverse di Benjamin. Scholem non avrebbe voluto che Adorno scrivesse l’introduzione agli scritti di Benjamin per l’edizione tedesca. Quanto, all’edizione americana, rimase infastidito dall’introduzione della Arendt accusandola di “smania di originalità”, di fraintendimenti e controverse affermazioni. Siamo già nella seconda metà degli anni Sessanta ma il peso delle polemiche non è diminuito. A chiudere la vicenda è ancora una volta una risentita lettera di Scholem, provocata dai reportage della Arendt al processo Eichmann a Gerusalemme. Scholem prende le distanze da La banalità del male, un libro sfacciato, sbagliato nel tono «che trasforma precise e forse anche emozionanti o commoventi circostanze in perfide osservazioni». Definisce l’autrice una donna abitata dal risentimento.
Ma c’è un convitato di pietra: Bertolt Brecht. L’amicizia con Benjamin venne considerata tanto da Adorno quanto da Scholem gravida di guai culturali. Troppo marxista, troppo rozzamente impregnato di analisi politiche, per non immaginare che quell’anima candida di Benjamin sarebbe caduta nella sua rete ideologica. Benjamin, convennero entrambi, aveva abbandonato la profondità del pensiero. La verità è che come in tutti i rapporti che egli strinse in vita anche quello con Brecht fu all’insegna di un’assoluta indipendenza mentale. Benjamin non era di nessuno e nessuno poteva rivendicare un possesso, o vantarsi di essere l’autentico interprete del suo pensiero.
Quando, rievocandone la figura, Hannah Arendt parlò all’università di Friburgo era il 1967. Quella mattina fece a sorpresa il suo ingresso Martin Heidegger. Era lì per l’antica allieva o per Benjamin? Qualche settimana dopo il filosofo scrisse alla Arendt mostrando apprezzamento per la lezione. Sono curiosi gli intrecci, spesso densi di involontari riverberi. Benjamin aveva letto Heidegger. Avevano concezioni della storia troppo diverse per capirsi. Dopo l’uscita di Essere e Tempo Benjamin si ripromise di fare a pezzi Heidegger. Forse non ne ebbe il tempo o la voglia. Sarebbe stato interessante misurare concretamente il confronto tra due anime che più diverse non potevano essere. Condivisero però l’affetto di una donna straordinaria che con nettezza comprese il loro genio.




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