Il vero volto dello yiddish

Se Jacob Glatstein non fosse scrittore yiddish, oggi sarebbe considerato a parità di un Kafka, Joyce o Svevo. Nato nel 1896 a Lublino in Polonia, morto a New York nel 1971, una vita, a partire dal 1914, trascorsa nella metropoli sul fiume Hudson, a differenza del suo collega Isaac Bashevis Singer, Glatstein non ebbe la brillante idea di tradurre i suoi libri in inglese mentre li componeva nell'idioma materno, e magari in una versione diversa rispetto all'originale, come faceva appunto il Nobel per assecondare i gusti di ogni pubblico. Era rimasto invece convinto fino all'oltranza dell'irripetibile unicità di ogni parola in ogni opera letteraria e disperatamente leale alla lingua assassinata dai nazisti. Ma procediamo con ordine.
Quando parliamo (qui in Italia e in Europa) della letteratura yiddish, pensiamo con nostalgia e sentimentalismo a un mondo scomparso, esotico, e dotato di tratti di una quasi metafisica saggezza. Le sembianze di quell'universo ce le forniscono i fratelli Singer (con tutte le differenze tra di loro: La famiglia Karnowski di Israel Yehoshua Singer è un capolavoro assoluto) o la loro bravissima sorella Esther Kreitman. Si tratta di prosa che vuole essere realistica. Glatstein è il contrario dei Singer; soprattutto del Nobel. Poeta sublime, autore di numerosi volumi di liriche, saggista acuto, è stato uno scrittore modernista. Non considerava la letteratura come un'occasione per dare al lettore la possibilità di sentire una bella narrazione, dopo una giornata di fatica negli sweetshop della Lower East Side di Manhattan, o di mobilitare la coscienza di classe come accadeva a colleghi di sinistra. Per Glatstein la letteratura era letteratura e basta, come lo era appunto per Kafka o Joyce. Gli interessavano i limiti di quello che le parole possono esprimere e di come trasporre l'attività onirica e il flusso della coscienza, in una narrazione coerente. Il viaggio di Yash curato (in un modo che sfiora la perfezione) da Marisa Ines Romano e con l'introduzione di Ruth Wisse, studiosa americana di prim'ordine, è un esempio appunto di un romanzo yiddish autentico, nel senso che è scritto senza alcun retrogusto di rimpianto.
Il pretesto è un fatto realmente accaduto. Glatstein, a metà anni Trenta parte dagli States per la Polonia, per dire addio alla madre morente. I libri, nell'edizione italiana sono due: Quando Yash partì e Quando Yash arrivò. Nel primo, viene raccontato il viaggio in nave verso l'Europa e in treno verso Lublino. A bordo del vascello inglese, l'autore incontra e racconta i passeggeri: un ebreo olandese assimilato, un gruppo di russi che tornano in Unione Sovietica per costruire il comunismo; donne belle e seduttive (Glatstein pensa di essere fallito come maschio, ed è un'intuizione sottile mai esplicitata, ma presente); un danese un po' ridicolo. La nave è un non luogo e la vita di bordo è come se fosse sospesa nel tempo e nello spazio.
Dagli scampoli delle conversazioni emerge una riflessione non banale sul senso della vita, sulla solitudine e sulla paura della morte. Nel secondo libro l'autore si trova in un luogo di cura e che ricorda nell'atmosfera La montagna magica  di Mann. Sono pagine dove sogni e realtà si intrecciano, difficilmente distinguibili. Anche qui l'io narrante fa da orecchio (ha l'orecchio d'oro dice di lui un'interlocutrice) a vari personaggi. Il principale è una specie di Maestro, che riflette sulla fede, sulla letteratura, sul declino di un mondo. Ci sono splendide pagine dedicate alla bellezza, alla magia del canto e dei sensi. C'è un vaggio in calesse, che sono pagine tra le più belle della letteratura del Novecento.
E c'è un flusso di coscienza che trascina il lettore come un potente fiume che nella memoria dell'acqua conserva tutta le memoria dell'universo.
Un'annotazione a margine. Una certa vulgata vorrebbe il mondo yiddish puro e innocente, privo di ladri, prostituite e soldati e quindi "anomalo". Ecco, l'universo yiddish di Glatstein è pieno di puttane, criminali e militari ebrei: i tedeschi l'hanno annientato non perché anomalo, ma perché troppo normale.




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