Emozioni forti con Jami Attenberg

Elisabetta Favale scrive su Mangialibri
del romanzo di Jami Attenberg Da grande

Il tempo si fa beffe di noi e passa inesorabile anche se non si è pronti, a crescere a diventare grandi a vivere, a essere adulti. Andrea ha ormai quasi quarant’anni e vive a New York ma è decisamente irrisolta e in maniera incostante va da un’analista con risultati abbastanza inconsistente. Lei sembra sapere ciò che non vuole ma non quello che vuole veramente; sa chi è soltanto in relazione agli altri, una figlia, una sorella, un’amica. E sa chi non è più, ovvero l’artista che sognava di essere quando era più giovane, chi ha rinunciato ad essere quando ha mollato la scuola d’arte a Chicago – era arrivata a detestarla, e un rapporto contrastato di odio amore la legava alla sua mentore che a un certo punto l’aveva mollata. E, nonostante questo, lei si ostina a seguirla e ad ammirarla nelle mostre. Si era trasferita a New York ma per lei non era stato “un gesto ambizioso” come per la maggior parte delle persone, “Per te è un fallimento, tu sei cresciuta lì, quindi vuol dire soltanto che stai tornando a casa perché non sei riuscita a farcela nel mondo. Spiritualmente sei una pendolare al contrario”. Poi aveva trovato un lavoro, e almeno aveva potuto lasciare l’appartamento che divideva con suo fratello David e la sua ragazza – in realtà semplicemente il letto che le avevano dato incastrato tra le scarpiere e le chitarre e i libri – e si era trasferita in una piccola mansarda polverosa “fatiscente in un quartiere di merda lungo il litorale di Brooklyn”. Forse lì per un po’ è stata bene, quella vetrata alta dal pavimento al soffitto le regalava la vista su un minuscolo Empire State Building con tutte le sue bellissime luci notturne. Andrea aveva smesso di fare arte, la cosa che più amava al mondo, ma in quell’appartamento le aveva fatto compagnia un piccolo segreto: “Anche se non fai più Arte almeno disegni ogni giorno. Ammetterlo a qualcuno sarebbe come ammettere che c’è un buco nella tua vita, e preferiresti non dirlo ad alta voce, eccetto in terapia. Ma eccoti qua, una volta al giorno, a disegnare la stessa cosa una volta dopo l’altra: quel maledetto Empire State Building”. Per molto tempo questo aveva dato quasi un senso a quasi tutto; se è vero che un uomo non si bagna due volte nello stesso fiume – pensava Andrea – aveva deciso che l’edificio era il suo fiume, e infatti nei suoi disegni era sempre diverso da quello del giorno prima. Poi gli anni erano passati, fatti di altre case, altri amanti occasionali incontrati nelle serate di sbronze, di un po’ di droga, di amiche che si sposavano e facevano figli e poi magari divorziavano, del ricordo costante di suo padre che era morto di overdose quando lei aveva quindici anni, di sua madre e i suoi amanti, dell’amato David, sua moglie e la loro sfortunata bambina… Dove è andata Andrea per tutto questo tempo? Chi è stata, chi è oggi? Quante bugie si è raccontata? “Mi piace pensare che sto meglio. Ma quasi sempre sotto la nebbia del dolore non riesco a scorgere niente di vero”. La vita a volte ha modi inaspettati e crudeli per darti le risposte, anche quando hai cercato di non vedere e hai preferito sentirti vittima abbandonata da chi ami sopra ogni cosa. A volte il senso della tua vita si racchiude semplicemente in un abbraccio, disperato e stretto su un divano, in un addio che non si può più procrastinare, anche se hai cercato di tenerlo lontano...

Dopo Mazie Phillips, l’eccentrica generosa e indimenticabile protagonista del suo precedente romanzo Santa Mazie, Jami Attenberg scrive un’altra storia che ha come protagonista una figura femminile fuori dagli schemi. Andrea Bern è testarda, egoista, ripiegata su se stessa, spesso irritante, esasperante persino, ma è forte e a suo modo determinata, decisa a non arrendersi alle delusioni, alle frustrazioni, a vivere come vorrebbero gli altri o le convenzioni sociali. Non per tutti è scontato, alle soglie dei quarant’anni, avere le idee chiare, magari anche a causa di percorsi complicati e tortuosi che ha seguito la vita, proprio come è accaduto ad Andrea che ha dovuto accettare la morte dell’adorato papà musicista e vivere le conseguenti intemperanze della madre. Andrea ne soffre,“Le ruote continuano a girare e io non ho mai imparato a sterzare”. Sembra vagare a vuoto tra le sue incertezze, ma non intende subire niente da nessuno. È una specie di antieroe squinternato, che talvolta fa sorridere il lettore, più spesso lo indispone, a tratti lo commuove con la generosità e la gentilezza d’animo che emergono sotto la sua scorza, e sempre lo costringe a pensare. In quello che è sostanzialmente un lungo monologo – perché raccontata in prima persona – la narrazione non segue un ordine cronologico, come se la protagonista si abbandonasse al flusso dei suoi ricordi per raccontare episodi che si spingono avanti e indietro nel tempo, esclusi gli ultimi capitoli che sembrano mettere invece un punto fermo al passato per dare spazio ad una donna finalmente più consapevole e potenzialmente più felice. Andrea è ebrea, ma questa nota è tenuta piuttosto a cornice e ogni tanto fa capolino attraverso particolari, ad esempio il cibo. Più evidente la città, New York, come uno skyline sullo sfondo della storia ma anche come atmosfera, con la sua vivace efficienza professionale, la sua colorata multietnicità, con la brillantezza della sua vita mondana e della sua arte, con sue serate colme di alcol e droga, ma anche con la sua solitudine infinita, così netta e stagliata nel caos e nella vita che ribolle ovunque. Con Andrea ci si riconcilia definitivamente soltanto alla fine, nelle ultime pagine struggenti che danno un senso a tutto il romanzo e soprattutto alla vita della protagonista, lasciandoci forse un suggerimento per offrirne uno alla nostra. Non si sa mai, potremmo averne bisogno, ché un po’ di Andrea potrebbe esserci in ciascuna (o ciascuno, perché no) di noi, a pensarci bene. La prosa sempre scorrevole e vivace della Attenberg e la sua capacità di raccontare storie originali e intriganti, anche per Da grande ha decretato un grande successo negli Stati Uniti con 100.000 copie vendute e un prossimo adattamento cinematografico a Hollywood. Tradotto in dodici lingue, si prepara adesso a far entrare Andrea Berg nel cuore degli italiani che tanto hanno amato Mazie Phillips.

 




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