La "neshamà", l'anima degli ebrei

Giulio Busi scrive sul Sole24ore
del libro di Adin Steinsaltz L'anima

Gli hanno chiesto di diventare rabbino. È un traguardo importante per un giovanotto come lui, che deve farsi mantenere dal suocero per poter studiare. Com’è d’uso, prima di un passo così importante, il chasid chiede un colloquio al proprio maestro, il grande rabbi Yehudah Arye Leyb Alter. È lui la guida della comunità, e la sua benedizione è fondamentale. Il Rav lo guarda, lo ascolta, lo scruta. Le parole tagliano l’aria come un coltello. «Se vedo bene la radice della tua anima – gli dice – dovresti fare il calzolaio, non il rabbino». E continua: «Per esser bravo, lo sei di sicuro. Ma hai bisogno di usare le mani, e non d’insegnare agli altri». Il chasid obbedisce. Rifiuta l’incarico, impara a risuolare le scarpe e resta calzolaio tutta la vita. Ogni anno, porta al maestro un paio di calzature nuove di zecca. Che cos’ha visto Rav Alter, e perché Adin Steinsaltz racconta l’aneddoto nel suo libro sull’Anima nella tradizione giudaica? Quella delle radici della neshamah, così si chiama l’anima in ebraico, è una profonda tradizione cabbalistica. Proprio come le piante gettano le loro radici nel suolo, per trarne nutrimento, così la parte più segreta e profonda dell’uomo è nutrita dal mondo delle sefirot, le forze divine che permeano il cosmo. L’anima di alcuni individui riceve la propria linfa dalla misericordia celeste. Per altri, la radice viene invece dal lato sinistro del diagramma sefirotico, dal dominio del rigore e della paura. Il Rav, esperto di cose mistiche, è in grado di vedere queste sorgenti misteriose e di cogliere con una sola occhiata le inclinazioni e la vera vocazione del suo discepolo. Sono metafore antiche, che ci riportano a un mondo intellettuale remoto dalla vita contemporanea. Tutto il volume di Steinsaltz è del resto un percorso nella lontananza e nell’apparente inattualità. Cercare l’anima, decifrare i suoi silenzi, può sembrare un esercizio spericolato. È una parola che non si afferra, che sa di teologia medievale o di sdolcinate liriche d’amore. Perché darsi la pena di trovarla, questa benedetta (o maledetta) entità immaginaria, che non sappiamo situare con esattezza in nessuna dimensione dello spazio e del tempo? Anziché perdersi in speculazioni pseudo-fIIosofiche, Steinsaltz, che è somma guida di studi talmudici, affronta il problema con i testi tradizionali alla mano. Letteratura rabbinica, fonti cabbalistiche, liturgia sinagogale, tutto torna utile. Forse non sappiamo definirla, ci dice Steinsaltz, ma parlarne, e parlarle, ci ristora. L’importante è fare silenzio, più che si può, ogni qual volta sia possibile. Vero centro del nostro essere, la neshamah ha un solo difetto. Parla con voce flebile, tanto bassa che quasi sembra un bisbiglio. O meglio, questo tono discreto è per lei abituale. Talvolta, può essere però perentoria, impietosa, indagatrice. Vi ricordate il terzo capitolo del Genesi? «Ma il Signore Iddio chiamò l’uomo: Dove sei?» Qui è Dio a rivolgersi ad Adamo. Nella vita di tutti i giorni, ci ricorda Steinsaltz, lo stesso interrogativo ci viene posto dalla nostra anima. «Dove sei?». A che punto della tua vita, in che stato della tua coscienza, in quale dimensione della tua libertà. Non importa che si tratti di Adamo, di un rabbi, odi un calzolaio. “Dove sei?” è la domanda che attende ognuno di noi.




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