Le vie della preghiera ebraica

Anita Mancia su L'Ottavo scrive di
Schiudi le mie labbra di Haim F. Cipriani

Ricco di dottrina biblica, talmudica e rabbinica, fulcro, quest’ultima, della preghiera ebraica, il libro di Haim Fabrizio Cipriani non si rivolge soltanto a lettori ebrei, ma a chiunque non abbia chiuso il suo rapporto con la Trascendenza. Ed è in questo spirito di ampio respiro che chi scrive ne affronta il testo.
Il libro contiene una introduzione importante che risponde alla domanda, complessa, “Perchè un libro sulla preghiera ebraica”? Soprattutto se consideriamo che il linguaggio dell’anima “mal si presta ad una analisi”. Per rispondere a questa domanda Cipriani mette a fuoco (pp 11-15) alcuni aspetti specifici della preghiera ebraica. Fra questi “la forma di studio“, di “percorso antologico attraverso i principali testi della tradizione ebraica, il cui scopo è quello di preparare la persona all’incontro con la Trascendenza attraverso un excursus fra i concetti filosofici ed etici, oltre che i fatti storici“.(p.11) Un altro significativo aspetto è “il fatto che la preghiera ebraica è in effetti una composizione rabbinica, che però è in gran parte costituita da citazioni o parafrasi bibliche“. (p.13) E qui l’autore spiega il modo in cui egli ha lavorato all’interno di questa composizione: “Il presente commento è quindi spesso basato sull’interazione fra il significato del testo liturgico e quello che potremmo chiamare l’ipertesto biblico… Il senso quindi si sprigiona dall’incontro che avviene nella mente del lettore fra i due contesti, spesso molto diversi, quello biblico originario e quello della dimensione liturgica in cui un determinato passo è usato. Tali contesti si rivelano spesso complementari, suggerendo nuove dimensioni di lettura sia del passo biblico che di quello liturgico“. (p.13)Di qui la pluralità dell’ebraismo o degli ebraismi che si offrono al lettore.
Quanto alla traduzione dei testi, “quella qui presentata è completamente originale, sia per quanto riguarda i testi strettamente liturgici che per i numerosi passi biblici in essi contenuti“. (p.15) Cipriani si è tenuto fedele ad uno stile molto letterale e vicino al testo ebraico “questo per offrire al lettore italiano un testo il più possibile vicino a quello originale” (p. 15). Fin qui l’introduzione che dà conto della specificità delle preghiere proposte e dei criteri esegetici per offrirle al lettore.
Oltre all’introduzione, per comprendere in una maniera generale occorre riferirsi all’indice che è articolato in una serie di vie: via dell’ascolto, della liberazione, della contemplazione. (p.7). Riferendosi alla terminologia usata per definire le diverse sezioni della liturgia, l’autore spiega che il tipo di denominazioni prescelto (via dell’Essere, via della Separazione, via dell’unione ecc…) serve a mettere in luce una dimensione importante della preghiera ebraica, “quella di costituire, al di là delle affermazioni dottrinali, un percorso di esplorazione e presa di coscienza di sè e del mondo, in uno scambio costante fra una coscienza che chiamerei e una più estesa o cosmica” (pp.14-15).
Insomma la preghiera, per gli ebrei è un modo per conoscere se stessi e per autogiudicarsi (la parola è in ebraico il verbo riflessivo hitPaLLeL) ed è dinamica.

Un libro così denso e profondo non si può recensire nel dettaglio, poichè lo si riscriverebbe. Pertanto la scelta, tutta personale, è di mettere in valore tre aspetti o momenti del testo: le formule di benedizione, berakhà, che sono fra le più comuni nella liturgia ebraica (pp.33-36) lo shemà Israel (pp.123-131), il Salmo 51, che dà il titolo al libro nell’ambito dell’introduzione generale (secondo la definizione dell’autore) al significato dell’amidà, seconda unità liturgica dopo quella dello shemà (pp.222-230).
Non posso seguire passo per passo l’esegesi delle formule di benedizione. Mi limito pertanto a rilevare la traduzione della parola barukh spesso tradotta con “Tu sei benedetto”. Molti maestri antichi hanno trovato “problematico” che sia la creatura a benedire il creatore, e hanno fatto notare che esistono altre parole simili, che suonano come un complemento oggetto, ma che denotano al contrario un’azione di cui il trascendente è il soggetto… Abbiamo visto che la radice della parola è la stessa di una fonte d’acqua. Dalla nostra prospettiva una sorgente proietta acqua, simbolo di vita, senza essere alimentata da un’altra fonte. Attà significa quindi prima di tutto nel senso che la Trascendenza è la sorgente di ogni esistenza, di ogni vita, che sostiene e mantiene costantemente>. (p.34) Questo tipo di esegesi suscita immagini e una meditazione che contempla il suo oggetto.
Lo Shemà Israel è forse la più nota delle preghiere ebraiche. Propriamente non si tratta di una preghiera, ma di una recitazione, di una “affermazione rivolta verso l’interiorità dell’individuo, dove viene enfatizzata la centralità dell’ascolto e della comprensione.” (p.123). Shemà vuol dire ascoltare, ma anche comprendere. Il primo significato di shemà è ascoltare con una disposizione che permette la comprensione, come nell’episodio della torre di Babele Gn 11,7. Continua Cipriani “la radice di Shemà descrive un ascolto profondo e un’interiorizzazione che portano al rispetto e all’obbedienza“. (p.124). In questo caso, però, non si tratta di una obbedienza cieca, come, per esempio, quella militare. Si tratta invece di un ascolto “che passa necessariamente dall’apprendimento di un silenzio che permetta di fare posto all’Altro, senza che siano i nostri desideri, il nostro punto di vista, la nostra voce a fare da protagonisti“. (p.124)
Per la cultura ebraica a differenza di quella greca fondata sulla visione, la voce e l’ascolto sono al centro dell’appercezione della Trascendenza, tanto che in età contemporanea lo stesso Freud sottolinea l’importanza etica dell’aniconismo ebraico (p.125) e Theodor Reik sviluppa la teoria del terzo orecchio. Continua Cipriani “Se il fatto di vedere è legato alla volontà di appurare una verità oggettiva… ascoltare invece significa dare un peso maggiore ad una forma di fiducia perchè un messaggio ascoltato ha una dose di astrazione maggiore” (p.125). Qui Cipriani ricorda Dt 4,12 e l’episodio di Elia in cui la Trascendenza “si rivela al profeta non nel vento, nè nel clamore, nè nel fuoco, ma in una voce di silenzio sottile” (I Re 19,12 pagina 126 del testo).
La seconda parola dello Shemà è Israel, che non è un nome che identifica un gruppo nazional religioso, ma che ha una origine biblica, riferendosi alla lotta fra Giacobbe e l’Angelo, che altri non è se non la Trascendenza. Gn 32,28. L’identità di Giacobbe dopo la lotta è un’identità zoppicante. Il fatto che Giacobbe continui ad essere chiamato in entrambi i modi “diversamente da altri personaggi, mostra che Israel (in corsivo nel testo) è una condizione mai acquisita, una condizione che va sempre di nuovo ricreata” (p.127).
Mi sembra molto pertinente, al di là degli sviluppi ulteriori del testo sull’identità zoppicante di Israele, notare con Cipriani che “Questa condizione di Israel è legata ad una storia collettiva particolare, ma vi è una dimensione individuale profonda in cui il singolo da un lato risveglia l’Israele che è in lui attraverso l’ascolto, ma parallelamente si connette su una frequenza interiore che gli permette di ascoltare il suo Israele interiore, in modo analogo a quanto dicevamo sul “terzo orecchio” di Theodor Reik, che è anch’esso volto simultaneamente verso l’esterno ma anche verso l’interno”. (p.131). In ogni caso, anche citando E. Lévinas, “il nome Israele è espressione delle dimensioni più elevate dell’etica e della responsabilità umana, in un senso completamente libero da ogni cognizione nazionale o strettamente religiosa” (p.132).

Non rimane a questo punto, che muovere verso la spiegazione del titolo dell’opera “Schiudi le mie labbra” all’interno della “Introduzione generale al significato della Amidà” centro strutturale della preghiera come fenomeno rabbinico.
La Amidà è strutturata come una serie di diciotto benedizioni, berakhòt, poi divenute 19. Cipriani ritorna a riflettere ulteriormente sulle benedizioni:”Perchè strutturare la preghiera centrale della liturgia come una serie di benedizioni, piuttosto che in un altro modo? I maestri dell’ebraismo concepiscono la vita umana come un flusso di energia trascendente che ci attraversa e ci nutre. Possiamo essere più o meno coscienti di tale fenomeno, chiamato appunto berakhà, da una radice che significa anche bacino d’acqua. L’uomo viene immerso in questo flusso, e sta a lui riconoscerlo in maniera appropriata e sintonizzarsi sulla sua frequenza“. (p.225). Di qui l’esigenza di pronunciare berakhòt. Cipriani, a livello della amidà, torna a riflettere – qui il testo è costruito a strati di riflessione -sulle benedizioni e sulle richieste che le caratterizzano, che si possono realizzare o meno, essendo risposte anche il silenzio o la mancanza.
La frase “Mio Signore schiudi le mie labbra, e la mia bocca proferisca la tua lode” secondo il Talmud deve essere recitata come introduzione alla Amidà, di cui non fa tecnicamente parte, perchè è un verso dei Salmi (51,17). Scrive Cipriani:”Il senso profondo di tale introduzione alla preghiera è che l’uomo non ha bisogno di D-o solo per soddisfare le sue esigenze vitali, ma anche per realizzarle ed esprimerle… Vi è poi un’altra idea in questa richiesta che le nostre labbra siano dischiuse. È quasi come se le nostre facoltà di espressione giacessero da qualche parte dentro di noi, in un luogo che spesso si cela a noi stessi…Solo la felice interazione fra disposizione all’ascolto e desiderio di comunicazione può davvero schiudere le labbra e aprire i confini delle cose… Quella che si sprigiona dalle labbra dell’orante non è la sua preghiera, ma quella della trascendenza, e le due entità superano i ruoli di soggetto e oggetto, per arrivare quasi a fondersi nell’espressione che nasce dal loro incontro. La Trascendenza prega attraverso le nostre labbra“. (p.228).
È come un atto di amore fra noi e la trascendenza.

Mi avvedo che in questa recensione ho lasciato molto spazio alle parole dell’autore. Anche io ho voluto lasciare spazio, ascoltare l’Altro, meditarlo, comprenderlo, gustarlo e sentirlo come si farebbe in un brano musicale di cui si intendono note e melodie.
In fine del suo libro, che tratta di molti altri temi che qui non ho potuto toccare, per esempio il messianismo, il rapporto fra universalismo e particolarismo, il male etc, Haim Fabrizio usa la metafora, un simbolo concreto del viaggio per ringraziare quanti lo hanno reso possibile. E chiude con una bella preghiera (420-421),che invito il lettore delle sue pagine a leggere, non senza averlo prima ringraziato per ciò che ci ha dato.

 




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