Dalla Russia al Cile con furore

In apparenza, la trama del bel romanzo di Laura Forti L’acrobata è semplice: una nonna scrive una serie di email a un nipote, per raccontargli la storia di suo figlio, padre quindi di chi riceve le lettere, morto combattendo. La nonna è una scienziata, abita in Svezia, ha un marito che la ama e ha appena ricevuto un importante premio. Il nipote è un clown, di quelli che lavorano con i bambini malati all’ospedale e abita in Cile. In mezzo: il figlio-padre, appunto, ucciso, dai sicari di Pinochet.

In realtà Forti, attrice, drammaturga, autrice di testi di teatro, ha costruito una storia complessa, affascinante, commovente senza mai usare frasi che provocano la troppo facile lacrima, intelligente. E dove è presente una riflessione non banale su temi come dolore, esilio, identità plurime, memoria, e il sogno di una impossibile normalità. Tutto questo in un arco temporale di oltre cent’anni e in uno spazio che va dalla Russia e fino all’estremità Sud dell’America Latina.

La vicenda, in ordine cronologico, ha inizio nell’Impero zarista dove due persone, due ebrei, un uomo e una donna, si dedicano all’attività rivoluzionaria, sono costretti alla fuga e approdano in Occidente; si dipana in un’Italia accogliente ma poi diventata Paese delle leggi razziali, prosegue in Cile, meta della fuga dall’Europa fino appunto al golpe del 1973; altro esilio e resistenza.

Il personaggio raccontato al nipote dalla nonna è esistito davvero, si chiamava Jose Valenzuela Levi, era un cugino di Forti, tornato in Cile dall’esilio svedese dopo un addestramento militare nella Germania dell’Est e Bulgaria, ed è stato assassinato dopo aver tentato di uccidere il dittatore.

L’autrice tutta questa storia, tenuta segreta, l’ha scoperta una decina di anni fa. La sua è una memoria femminile, complessa quindi, contraddittoria e dove la rabbia si mescola al dolore, e soprattutto l’orgoglio è accompagnato dal rimorso.

Spieghiamoci: un padre sarebbe fiero di un figlio caduto per una causa e le nostre città sono piene di monumenti ai figli sacrificati. La nonna de L’Acrobata invece scava nel proprio dolore e si sente colpevole per aver trasmesso al figlio la sete di giustizia e il linguaggio di rivolta. Il libro comincia con una narrazione di rabbia e finisce con una riconciliazione, perché raccontare le storie, ai nipoti e al mondo, aiuta a salvare se stessi e forse il mondo.




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    Novembre 2019
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