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Per Piero Gelli

E così in silenzio, caro Piero, te ne sei andato con la stessa signorilità che ti ha sempre contraddistinto.
Ci eravamo visti appena due mesi fa e stavi bene, o almeno sembrava. Ma anche ora starai bene in quell’altro mondo, a proposito del quale Rabbi Nachman di Bratzlaw diceva: “Che l’altro mondo esista non c’è dubbio. Che esista questo mondo non è sicuro”. Parole, ahimè, sempre attuali.
Anche se in fondo è poco che ti conoscevo, ci eravamo simpatici. Avevamo in comune il senso del destino, che poi è il senso dell’umiltà. Pensavi anche tu che tutto è destino, pur non sapendo se c’è qualcuno che questo destino lo determina. E poi, soprattutto, apprezzavi le mie barzellette!

Ora ti saluto, caro Piero. Come diciamo noi ebrei, che il tuo ricordo sia di benedizione.

Shalom.


Daniel Vogelmann



 


Il Talmud e gli sposi socialmente responsabili

Massimo Giuliani recensisce su Avvenire
il trattato Qiddushìn del Talmud Babilonese

Senza dubbio sposarsi è una delle decisioni più importanti nella vita di un individuo. Come atto fondativo, dà forma a una nuova famiglia spesso chiamata "cellula della società". Le religioni lo hanno rivestito di molti simboli e significati per esaltarne il valore e le potenzialità, anzitutto la procreazione e l'educazione dei figli. In molte culture si tratta di un business enorme, i cui costi mettono a dura prova le famiglie di origine.
Eppure poche realtà sociali hanno avuto anche in Occidente un'evoluzione più complessa di quella dell'istituto matrimoniale. Il trattato Qiddushin del Talmud babilonese, da poco tradotto in italiano a cura del rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ne è una preziosa testimonianza. 


Marcello Martini (1930-2019)

Il 14 agosto ci ha lasciato il caro Marcello, un amico a cui volevamo molto bene. Nel giugno del 1944, a soli 14 anni, fu arrestato dai nazifascisti per la sua partecipazione alla Resistenza e inviato dapprima a Fossoli e poi spedito su un carro bestiame a Mauthausen. In seguito fu trasferito in altri campi dove lavorò come schiavo per i tedeschi. Infine, tornò miracolosamente a Prato, uno dei pochi italiani sopravvissuti. Pesava poco più di trenta chili, e, come potete immaginare, il ritorno alla vita normale fu molto difficile. Ma riuscì a riprendere gli studi e a laurearsi in chimica. Ma ciò che l’aiutò più di tutto nella nuova vita fu il matrimonio con Mariella, una donna eccezionale, e la nascita di due figlie, Alessandra e Laura. Purtroppo il destino si accanì ancora una volta su di lui perché Laura era affetta da una grave disabilità. Ma Marcello continuò imperterrito a testimoniare, soprattutto per i giovani, la sua terribile esperienza. Certo, negli ultimi tempi, vecchio e malato, era molto preoccupato per le sorti dell’Italia (e del mondo), ma mai venne meno il suo ottimismo. Nel 2008 la Giuntina pubblicò la sua testimonianza, a cura di Elisabetta Massera e con prefazione di Alberto Cavaglion, “Un adolescente in lager. Quello che gli occhi tuoi hanno visto”. E questo prezioso libro ha accompagnato tantissimi studenti toscani nel pellegrinaggio a Mauthausen organizzato ogni anno dall’Aned di Firenze.

Arrivederci, Marcello. E che il tuo ricordo sia di benedizione.


Con rispetto e devozione

Giorgia Greco scrive su Informazionecorretta
di "La moglie del rabbino" di Chaim Grade

Con i romanzi dei fratelli Singer, Isaac Bashevis, premio Nobel per la letteratura nel 1978, di Israel Joshua e della meno nota sorella Esther Kreitman, il grande pubblico ha imparato a conoscere e apprezzare il mondo dell’ebraismo chassidico polacco considerato come un momento di svolta nello sviluppo della letteratura in yiddish e in ebraico. L’universo ebraico ortodosso lituano invece, propugnando un razionalismo talmudico e una spiccata presa di distanza dalla mistica, offre minori occasioni di espressività letteraria oltre ad essere meno noto ai lettori.
Interprete magistrale di questo mondo è Chaim Grade nato a Vilna nel 1910 di cui la casa editrice Giuntina manda in libreria il romanzo “La moglie del rabbino” tradotto per la prima volta in italiano con grande efficacia dalla studiosa Anna Linda Callow. Prima di addentrarci in una breve riflessione sul libro può essere utile soffermarsi sull’ambiente sociale e storico in cui si è sviluppata l’arte narrativa di Chaim Grade, ritenuto da alcuni esperti il più grande scrittore in lingua yiddish di tutti i tempi, più innovativo dello stesso Isaac Bashevis Singer. Avviato dalla madre allo studio del Talmud Chaim Grade frequenta diverse accademie talmudiche, studia sotto la direzione di Karelitz, il più grande pensatore del Novecento nel campo della Halakhà (la normativa ebraica). All’età di vent’anni si allontana dall’ambiente religioso per dedicarsi alla poesia e nei primi anni Trenta è fra i membri fondatori del “Young Vilna”, gruppo sperimentale di artisti e scrittori di cui fece parte anche il poeta Avraham Sutzkever, superstite della Shoah. Scampato ai nazisti fuggendo in Unione Sovietica all’occupazione di Vilna nel 1941, Grade - che ha perso la famiglia nell’Olocausto – alla fine della guerra vive per qualche tempo prima in Polonia poi a Parigi dedicandosi in quel periodo a una produzione poetica incentrata sul suo mondo annientato dalla Shoah.

 




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