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Marcello Martini (1930-2019)

Il 14 agosto ci ha lasciato il caro Marcello, un amico a cui volevamo molto bene. Nel giugno del 1944, a soli 14 anni, fu arrestato dai nazifascisti per la sua partecipazione alla Resistenza e inviato dapprima a Fossoli e poi spedito su un carro bestiame a Mauthausen. In seguito fu trasferito in altri campi dove lavorò come schiavo per i tedeschi. Infine, tornò miracolosamente a Prato, uno dei pochi italiani sopravvissuti. Pesava poco più di trenta chili, e, come potete immaginare, il ritorno alla vita normale fu molto difficile. Ma riuscì a riprendere gli studi e a laurearsi in chimica. Ma ciò che l’aiutò più di tutto nella nuova vita fu il matrimonio con Mariella, una donna eccezionale, e la nascita di due figlie, Alessandra e Laura. Purtroppo il destino si accanì ancora una volta su di lui perché Laura era affetta da una grave disabilità. Ma Marcello continuò imperterrito a testimoniare, soprattutto per i giovani, la sua terribile esperienza. Certo, negli ultimi tempi, vecchio e malato, era molto preoccupato per le sorti dell’Italia (e del mondo), ma mai venne meno il suo ottimismo. Nel 2008 la Giuntina pubblicò la sua testimonianza, a cura di Elisabetta Massera e con prefazione di Alberto Cavaglion, “Un adolescente in lager. Quello che gli occhi tuoi hanno visto”. E questo prezioso libro ha accompagnato tantissimi studenti toscani nel pellegrinaggio a Mauthausen organizzato ogni anno dall’Aned di Firenze.

Arrivederci, Marcello. E che il tuo ricordo sia di benedizione.


Con rispetto e devozione

Giorgia Greco scrive su Informazionecorretta
di "La moglie del rabbino" di Chaim Grade

Con i romanzi dei fratelli Singer, Isaac Bashevis, premio Nobel per la letteratura nel 1978, di Israel Joshua e della meno nota sorella Esther Kreitman, il grande pubblico ha imparato a conoscere e apprezzare il mondo dell’ebraismo chassidico polacco considerato come un momento di svolta nello sviluppo della letteratura in yiddish e in ebraico. L’universo ebraico ortodosso lituano invece, propugnando un razionalismo talmudico e una spiccata presa di distanza dalla mistica, offre minori occasioni di espressività letteraria oltre ad essere meno noto ai lettori.
Interprete magistrale di questo mondo è Chaim Grade nato a Vilna nel 1910 di cui la casa editrice Giuntina manda in libreria il romanzo “La moglie del rabbino” tradotto per la prima volta in italiano con grande efficacia dalla studiosa Anna Linda Callow. Prima di addentrarci in una breve riflessione sul libro può essere utile soffermarsi sull’ambiente sociale e storico in cui si è sviluppata l’arte narrativa di Chaim Grade, ritenuto da alcuni esperti il più grande scrittore in lingua yiddish di tutti i tempi, più innovativo dello stesso Isaac Bashevis Singer. Avviato dalla madre allo studio del Talmud Chaim Grade frequenta diverse accademie talmudiche, studia sotto la direzione di Karelitz, il più grande pensatore del Novecento nel campo della Halakhà (la normativa ebraica). All’età di vent’anni si allontana dall’ambiente religioso per dedicarsi alla poesia e nei primi anni Trenta è fra i membri fondatori del “Young Vilna”, gruppo sperimentale di artisti e scrittori di cui fece parte anche il poeta Avraham Sutzkever, superstite della Shoah. Scampato ai nazisti fuggendo in Unione Sovietica all’occupazione di Vilna nel 1941, Grade - che ha perso la famiglia nell’Olocausto – alla fine della guerra vive per qualche tempo prima in Polonia poi a Parigi dedicandosi in quel periodo a una produzione poetica incentrata sul suo mondo annientato dalla Shoah.

 


Dalla Russia al Cile con furore

Wlodek Goldkorn scrive su Robinson
di L'acrobata di Laura Forti

In apparenza, la trama del bel romanzo di Laura Forti L’acrobata è semplice: una nonna scrive una serie di email a un nipote, per raccontargli la storia di suo figlio, padre quindi di chi riceve le lettere, morto combattendo. La nonna è una scienziata, abita in Svezia, ha un marito che la ama e ha appena ricevuto un importante premio. Il nipote è un clown, di quelli che lavorano con i bambini malati all’ospedale e abita in Cile. In mezzo: il figlio-padre, appunto, ucciso, dai sicari di Pinochet.


La civiltà in cucina

Marino Niola scrive sul Venerdì
di Ricette e precetti di Miriam Camerini

La storia umana inizia con un morso di troppo. Quello di Adamo e di Eva che mangiano il frutto proibito disobbedendo al Signore. Che li scaccia dal paradiso terrestre e li costringe a faticare per vivere e soprattutto a cucinare per mangiare. Lo racconta Miriam Camerini in un libro delizioso intitolato "Ricette e precetti", appena uscito da Giuntina. Da quel lontano giorno, un filo doppio lega cibo e religione. Dietro ogni ricetta c'è un precetto, un obbligo o un divieto.





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