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Fiamma Nirenstein scrive sul Giornale
di Il sacrificio del fuoco di Albrecht Goes
 

"Il sacrificio del fuoco" è quello definitivo, oltre il quale non resta che cenere, grigio, nero, niente. E' anche una santissima aspirazione che percorre tutta le Scritture: ovvero, è la speranza che con l'espiazione le immani brutture, l'inconfessabile crudeltà, i più inverosimili peccati dell'uomo possano essere mondati col sacrificio. E ancora: è la speranza che possa pur venire un giorno in cui sante lingue del fuoco non brucino il sacro cespuglio che testimonia le parole di Dio a Mosè, e suggella la legge. Ovvero in cui l'espiazione si sia già compiuta e resti solo la legge. Scritto da un pastore protestante, Albrecht Goes, che durante la Seconda guerra mondiale fu persino cappellano militare e poi decise di ritirarsi nel puro mestiere della scrittura, il libro edito dalla Giuntina e venduto a dieci euro non potrebbe celebrare meglio, nel titolo e nel significato, il Giorno della Memoria.


Talmud: istruzioni per l'uso/4 (Tra una trasgressione e una catastrofe)

Intervento di Stefano Levi Della Torre al Festivaletterature di Mantova

Il Talmud nasce da una catastrofe e da una trasgressione. Da una catastrofe, cioè dalla doppia sconfitta subita ad opera dell’impero romano: nel 70 dC, sotto Tito , con la caduta di Gerusalemme e con essa del regno giudaico; con la distruzione del Secondo Tempio, e con esso della funzione sacerdotale; nel 135 dC, sotto Adriano, con la sconfitta della rivolta di Bar Kochba. Ora appunto, Mishnà e Talmud cercano di ricostruire normative, tradizioni e senso che suppliscano a quelle perdite radicali. Riferiscono delle discussioni dei maestri e delle loro decisioni in proposito. Ma il Talmud nasce anche da una trasgressione. Era sancita la distinzione tra la Torà scritta (la Bibbia) e la Torà orale (l’insegnamento trasmesso da maestro ad allievo), ed era stato fatto divieto a che questa venisse fissata in scrittura, per mantenerne la vitale variabilità di generazione in  generazione. Il Talmud trasgredisce questo divieto: esso consiste infatti nella messa per iscritto della tradizione orale. Ma nella sconfitta e nella dispersione, questa trasgressione era necessaria, perché necessario era un riferimento non volatile, e perciò scritto, atto a ricostruire come popolo gli ebrei dispersi ed esposti all’influenza di altre culture.
Ma quasi a rimediare a questa trasgressione, il Talmud riflette l’oralità nella sua particolare forma letteraria, che è quella del dialogo, della controversia, del frammento, del passaggio da un argomento all’altro, delle conclusioni assenti o differite. A differenza dei dialoghi platonici, non c’è una figura dominante che al pari di Socrate ponga la domanda e conduca alla risposta lungo il filo della logica e del convincimento.  Il carattere della tradizione orale emerge inoltre dal rilievo dato alla trasmissione da maestro ad allievo, o da predecessore a successore, quale si riflette anche nel principio deontologico secondo cui chi non cita le sue fonti non entrerà nel ‘mondo a venire’. Infine, il Talmud mantiene dell’oralità una forma reticente, una specie di intimità tra addetti ai lavori che sanno intendersi anche per allusioni: difficoltà che è anche un seyag, una “siepe intorno alla Torà” che la protegga da sguardi estranei e deformanti, e però pone problemi a una traduzione che voglia ora proporre il testo a un pubblico vasto e generico. Per questo la recente encomiabile traduzione del trattato Rosh haShanà Giuntina 2016) non può che porsi essa stessa come interpretazione, dovendo rendere esplicito (e graficamente segnalato) ciò che è supposto implicito nella reticenza frammentaria dell’originale.


TALMUD: ISTRUZIONI PER L'USO/3

Una piccola lettura dal Trattato Rosh HaShanà - 25a
"Accadde una volta che si presentarono due testimoni e dissero: di mattina abbiamo visto la luna calante a oriente e poi la sera dello stesso giorno abbiamo visto la nuova luna a occidente".
Si tratta di testimoni che hanno avvistato la luna e come da prassi vanno a comunicare l'avvistamento al tribunale in modo che questo possa proclamare l'inizio del nuovo mese. Tuttavia, in questo caso i testimoni affermano una cosa palesemente falsa! Infatti, prosegue il Talmud: (...)


OH DIO MIO!

Nunzio Pizzuto scrive di OH DIO MIO!

Il libro di Anat Gov, insieme un'opera teatrale, un racconto, un'introduzione teologica, fa venire in mente due riferimenti: il primo relativo al film Train de vie, al monologo che il protagonista Shlomo pronuncia sul tema della presenza di Dio in rapporto con l'umano; il secondo al libretto di Aleksander Wat, Lucifero disoccupato. Nel primo il protagonista del film di Radu Mihaileanu, Shlomo appunto, arriva alla conclusione che l'uomo attraverso il testo sacro dà voce a Dio "solo per inventare se stesso", perché il problema non è chiedersi dell'esistenza di Dio ma "se l'uomo esiste".


Il bambino rapito da Pio IX

Corrado Augias scrive del libri di Gemma Volli
IL CASO MORTARA su Il Venerdì - Repubblica

Basta l'attacco per dare la dimensione del sopruso: "II fatto che mi accingo a raccontare avvenne a Bologna circa cento anni fa: esattamente mercoledì 23 giugno 1858, alle 10 di sera". Quella terribile sera «sgherri pontifici» entrarono nella casa della famiglia Mortara per prelevare, cioè rapire con un pretesto canonico, il piccolo Edgardo di neanche sette anni. Era accaduto che quando il bambino era stato così ammalato da sembrare in pericolo di vita, la domestica cristiana della famiglia ebraica, lo aveva di nascosto battezzato: in seguito aveva denunciato il fatto alle autorità ecclesiastiche. A quel punto, secondo le leggi dello Stato pont'Ificio, il bambino non poteva più convivere con degli «infedeli» e doveva essere tradotto nella casa dei catecumeni. Così avvenne.




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