Religione e sangue

Recensione a Assimilazione e antisemitismo: i modelli iberico e tedesco
di Anna Foa - L'osservatore Romano

Molti erano, nella Spagna della prima metà del Quattrocento, gli ebrei che avevano preso il battesimo, alcuni più o meno forzatamente nelle violenze che avevano devastato le comunità nel 1391, altri nei decenni successivi, spinti dal bisogno di integrazione sociale e dalla consapevolezza della crisi in cui ormai versava l'antico e radicato mondo ebraico spagnolo. L'ondata di conversioni era stata accompagnata da un processo di integrazione senza precedenti: agevolati dal fatto che la loro adesione al cristianesimo comportava anche la fine delle loro secolari disabilità, i "conversos" dei ceti più alti avevano avuto accesso alle cariche pubbliche ed ecclesiastiche e avevano stretto alleanze matrimoniali con antiche famiglie aristocratiche. Questa grande ondata di integrazione sociale si arrestò alla metà del secolo in seguito alla reazione della società cristiana, preoccupata di perdere ricchezze e potere.

L'unico modo per fermare l'ascesa sociale dei nuovi cristiani era introdurre delle limitazioni legali. Ma non potendo più essere basate sulla religione, queste non poterono essere fondate che sul sangue. La prima città ad adottare questa nuova politica fu Toledo, dove nel 1449 furono varate le prime norme di "limpieza de sangre", che precludevano non solo ai "conversos" ma anche ai loro discendenti l'accesso a uffici ecclesiastici, ordini religiosi, università. Era l'inizio di un percorso che avrebbe portato nella società spagnola la divisione tra vecchi e nuovi cristiani, chiudendo ai "conversos", nello spazio di un secolo o poco più, l'accesso alla società cristiana.

L'ultimo ordine religioso a introdurre le norme di "limpieza" fu, alla fine del Cinquecento, la Compagnia di Gesù, in cui pure alla metà del Cinquecento troviamo come successore di Loyola un discendente di "conversos", Diego Laìnez. Il conflitto tra queste norme e la politica delle conversione era evidente, e lo fu immediatamente anche per Roma. Un Papa, Niccolò V, le condannò come eretiche, anche se successivamente la posizione romana era destinata ad ammorbidirsi, fino ad accettare che la penisola iberica, in un percorso diverso da quello del resto del mondo cattolico, separasse i nuovi cristiani dai vecchi e li considerasse come se il loro battesimo non li avesse resi realmente dei cristiani.

Di fatto, queste leggi rappresentarono la rinuncia alla politica di conversione degli ebrei, anche se è vero che in Spagna, dopo l'espulsione del 1492, non c'erano comunque più ebrei da battezzare, ma solo "conversos" di cui vagliare la sincera religiosità. Una vicenda che ha del paradossale, perché introduce il sangue dove prima c'era solo la religione,e che porta con sé molti interrogativi, bene espressi in un breve testo pubblicato nel 1982 dallo storico Yosef Hayim Yerushalmi, recentemente scomparso, e ora tradotta con il titolo di "Assimilazione e antisemitismo razziale: i modelli iberico e tedesco"(Firenze, Giuntina, 2010, pagine 73, euro 8), preceduto da una densa e intrigante introduzione di David Bidussa.

Il discorso di Yerushalmi vuole mettere a confronto l'antisemitismo razziale del nazismo con quello di cui furono espressione le leggi di "limpieza" nella Spagna del Quattrocento. Ma Yerushalmi è storico di valore, e non gli interessa, in questo confronto, né fare delle leggi di "limpieza" il precedente di quelle di Norimberga, né bollare come antisemita la politica antiebraica dei secoli precedenti. Quello che gli interessa, semmai, è rendere meno netto e drastico il confine tra antigiudaismo e antisemitismo, portando l'attenzione sul momento in cui viene sancita dalla legge una sorta di impossibilità fisica di cambiare degli ebrei.

Certo, nulla di simile all'idea di razza dell'Ottocento, e l'autore non manca di sottolinearlo, ma comunque una concezione dell'ebreo come fisicamente immutabile che a questa si avvicina. Il confronto fra i due momenti non mira a tracciare fra loro un filo ideale diretto, e nemmeno a un'identificazione. Per Yerushalmi, il passaggio dalle leggi di "limpieza" al razzismo non fu né automatico né necessario. Quello che gli interessa, in questo confronto, sono tre aspetti: da una parte, come i confini tra l'antiebraismo religioso e quello fisico tendessero in molti casi a sfumare già molto prima che la dottrina della razza sancisse "scientificamente" l'idea di gruppi imani immutabili e fisicamente diversi, e quindi molto prima di ogni secolarizzazione. E come il ricorso nei secoli a "qualità ebraiche permanenti, quali l'ostinazione, la caparbietà, la durezza, la rigidità" non potessero non facilitare un'immagine dell'ebreo come immutabile nonostante non fosse quella proposta ufficialmente dalla teologia cristiana.

Il secondo punto è quello che sottolinea le somiglianze tra l'integrazione sociale dei "conversos" e quella degli ebrei tedeschi, tra la chiusura nei loro confronti della società spagnola e quella della società tedesca di conque secoli dopo. Il terzo punto è quello della grande creatività del mondo dei "conversos", che fa da pendant a quella degli ebrei tedeschi, assimilati da ebrei come i "conversos" lo erano stati da cristiani. Come i "conversos", così gli ebrei tedeschi vogliono cambiare, trasformare, innovare la società in cui fanno il loro ingresso. Così, Luis De Leòn, Teresa d'Avila e molti altri nella Spagna del Cinquecento, così letterati, artisti e rivoluzionari nella Germania del Novecento.

Tre aspetti che rendono effettivamente questi processi fitti di analogie e di ricorsi storici e che ci inducono a interrogarci sulla complessità della percezione negativa dell'ebreo e sulla molteplicità e diversità, nella storia, delle spinte alla sua esclusione.

 


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