Aliza nel paese del padre immaginario

Recensione di Benedetta Tobagi su Repubblica
a Salta, corri, canta! di Lizzie Doron

Un' istantanea in bianco e nero degli anni Cinquanta: in un giardino fitto di piante, una bimba paffuta in costume da ballerina di krakoviak (una danza popolare polacca, in omaggio alla famiglia d' origine) strizza gli occhi abbagliata dal sole. Dietro uno dei cespugli, osservando bene, si scorgono appena un occhio e una zazzera nera. Aliza, la bambina della foto (che ora è una scrittrice cinquantenne) non l' aveva mai notato. Ancora non lo sa, ma quella rara immagine dell' infanzia cela la chiave del segreto che le ha segnato la vita: l' uomo nascosto nel cespuglio è il suo papà, la cui assenza è da sempre avvolta nel mistero. La piccola Aliza non sa chi sia il padre, non sa nemmeno se sia vivo. Le sue domande insistenti si scontrano col mutismo della madre infermiera, una donna enigmatica, indurita, silenziosa. La congiura del silenzio coinvolge l' intero microcosmo in cui si muove la bambina: amici, insegnanti, vicini di casa. D' altronde, in quel quartiere di Tel Aviv, dove i sopravvissuti alla Shoah tentarono di rifarsi una vita, le stranezze sono la norma. La piccola Chayale, per esempio, di papà ne ha ben due (e quanti pettegolezzi!). Tutti hanno dei segreti. Tutti vivono assediati dai fantasmi di un passato rimosso. Così Aliza racconta a se stessa di un padre immaginario finché, cresciuta, smette di pensarci. Le ultime parole della madre morente («Quello che volevo sapesse lo sa») sembrano sigillare per sempre il segreto, ma una visita al vecchio quartiere per un funerale (non avendo parenti suoi, Aliza, per l' ilarità del marito, ha un' autentica fissazione per cerimonie e commemorazioni altrui) sblocca gli ingranaggi della memoria. Da quel momento, brandelli di passato inintelligibili si intrecciano al presente e dalla foto in bianco e nero si dipana un avvincente giallo dell' anima. Voce tra le più significative della "seconda generazione" della Shoah, con Salta, corri canta! Lizzie Doron torna su temi a lei cari ( C' era una volta una famiglia, Giornate tranquille) e li rinnova con una piena maturità di stile, confermandosi una delle figure più interessanti del panorama letterario israeliano. La costruzione del romanzo mima con sapienza i capricciosi moti della memoria e le "intermittenze del cuore" attraverso cui l' io narrante (che, rivela pudicamente l' ultima pagina del libro, è Lizzie Doron stessa, alle prese con bruciante materiale autobiografico) matura infine la volontà di sapere. La scrittura, delicata ed essenziale, è come una membrana sottile funzionale a metterci in contatto con la grande profondità umana dell' autrice. La sua sensibilità ricca e chiaroscurale rifugge il giudizio e stende sui personaggi un velo amorevole di empatia. Nel loro microcosmo anomalo, l' amicizia, «che non naviga mai in acque tranquille» è un pilastro della vita e diviene - non a caso - un motore fondamentale dell' intreccio, in un gioco fatale di rispecchiamenti e reciproche rivelazioni. «Siamo le cicatrici l ' u n a d e l l ' a l t r a » , s c r i v e Lizzie/Aliza delle amiche d' infanzia. «Siamo le verità di cui nessuno conosce l' esistenza». Lizzie Doron alterna le corde dell' emozione a uno humour sottile e dissacrante, tipicamente ebraico, capace di trasformare i dolci bruciati da una madre infelice in "Buchenwald Delikatessen". «Signore, dammi il dono dell' umorismo», pregava il condannato a morte Tommaso Moro: saper ridere anche nella tragedia è una questione di sopravvivenza. «Ciò che è storto non si può raddrizzare e quel che manca non si può contare» dice Qoelet. Di fronte al concentrato di dolori e tragedie raggrumatosi nel quartiere, perché ostinarsi a sapere? Lieve e profondo, il romanzo esplora i dilemmi posti dal rapporto con un passato pieno di traumi segreti e la sorprendente fecondità di un percorso di riconciliazione con le proprie ferite. Il segreto che imprigionava Aliza bambina si rivelerà figlio della tragedia di una scelta impossibile, ma piena d' amore. Il vuoto del silenzio sarà colmato dall' immaginazione creativa, l' impulso vitale che soccorre la bambina e offre alla donna adulta una possibilità di redenzione attraverso la scrittura. Nel rivisitare la propria infanzia, l' autrice coglie la stupefacente capacità dei bambini di sentire e assorbire tutto come spugne, intuendo l' essenza della verità oltre il silenzio e le maschere: insieme all' immaginazione, un altro dono che l' autrice ha conservato tutto intero. La condizione dei figli dei sopravvissuti si colloca nel punto dove la banalità della vita quotidiana fa attrito con il buco nero della storia. Una fragile normalità assediata dall' abnorme, un' esperienza per certi versi unica, per altri universale: Doron riesce a rendere il quartiere una metafora della condizione umana. Scopriamo solo alla fine a quale incredibile circostanza si leghino i tre imperativi del titolo, Salta, corri, canta!, e la commozione è indicibile. Il viaggio del romanzo culmina nella scoperta di una verità struggente e terribile, come la vita. Vita come peso insostenibile che impara ad accettarsi, a convivere con cicatrici indelebili e destini incomprensibili, ad accettare la gratuità insensata dell' esistenza come dono anziché colpa originaria, a concedersi la possibilità della gioia. Questo romanzo è un inno alla vita nonostante tutto. Cioè, alla vita.




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