La doppia faccia del tempo

Giulio Busi recensisce Il sogno e la violenza 
su Il Sole 24 ore

Uno sguardo all’indietro e l’altro rivolto in avanti, il vecchio Giano sorveglia e attende. Aspetta paziente, forse un poco annoiato. Un anno che scorre, l’ennesimo, non è l’eternità. Ne dovrà arrivare un altro, e poi uno ancora, e ancora. E lui, il dio delle porte, degli inizi e delle fini a far la guardia. Ma a cosa? Al passato che avvizzisce e si sgretola, o ai giorni che vengono e non sono, vuoti, non vissuti?
Giano bifronte sarebbe una bella insegna sotto cui smerciare le poesie di Gershom Scholem. Nessuno è perfetto, e anche un severo professore di storia può pure concedersi qualche debolezza, come scriver sonetti o dipingere nature morte. Scholem però, oltre che accademico blasonato, era un perfezionista, e i componimenti, pubblicati col titolo attraente e sibillino di Il sogno e la violenza, non sono affatto opera da dilettante.
Il tedesco dell’originale è terso come una luna d’inverno e il pensiero è complesso, ponderoso. Nelle rime ordite da questo berlinese trapiantato a Gerusalemme ci si perde facilmente, ed è uno smarrimento non sgradevole, anzi. Giano, si diceva, andrebbe bene in capo al libro. Perché nulla affascina maggiormente Scholem della faccia doppia del tempo. Da che parte va, all’indietro o in avanti? Vi ricordate senz’altro dell’angelo dipinto da Paul Klee e commentato da Walter Benjamin nell’Angelus novus. Lui, lo sappiamo, il volatile divino con i riccioli di pergamena, scivolava à rebours nella Storia, per dirci che al futuro si danno al massimo le spalle, altro che prevederlo e capirlo. E se questo è vero per i messaggeri celesti, figurarci per noi, spettatori di spettatori del divenire. Ecco che la poesia di Scholem ingarbuglia ancor di più la faccenda. È un componimento indirizzato proprio a Benjamin, e datato 15 luglio 1921. L’angioletto, dispettoso, esordisce in prima persona: «Sono appeso nobilmente alla parete / e non guardo nessuno … la mia ala è volta al salto / mi sono girato all’indietro / rimanessi anche tutto il tempo / avrei poca felicità». Ha fretta di scapparci, anima in pena impaziente di terminare la propria missione, ed è anche così spudorato da dircelo, il suo compito: «Sono cosa non simbolica / significo ciò che sono / tu giri invano il magico anello / io non ho nessun senso - ich habe keinen Sinn». Prima che il lettore si spazientisca gli diremo che Scholem, maestro della storiografia del misticismo, ha imparato fin troppo bene la lezione. Quella di scrivere per enigmi e poi, per provocarci, spergiurare che i simboli non sono tali, e comunque, anche se lo fossero, non li capiremmo.
Non è però gioco gratuito di specchi. Gli equilibrismi verbali del professore-poeta hanno un fine. Vogliono portarci in luoghi celesti, angelici e comunque stralunati, e faci capire che lì, fuori dall’ordinario, il passato si scioglie, diventa come polvere nell’acqua dei nostri giorni. È il mistero del messianesimo, quello che angustiava Benjamin, marxista immaginario, e che tenne occupato Scholem per tutta la vita. Come ridare nerbo alla tradizione ebraica, svuotata di vitalità e anacronistica? Come inventarlo, questo benedetto futuro, magari in Terra d’Israele, o altrove, basta che sia diverso dalla rassegnazione durata duemila anni e passa «Mai potrebbe Dio esserti più vicino / che là dove persino la disperazione si frammenta / nella luce di Sion chiusa in se stessa». Scholem è qui mistico senza religione, e fedele di una fede senza trascendente. La Storia ebraica e i suoi testi innumerevoli sono per lui luogo di autorivelazione escatologica. In uno dei passi più belli della raccolta, nel testo dedicato a «Ingerborg Bachmann dopo la sua visita al ghetto di Roma», le pietre antiche del quartiere ebraico si trasformano in una sorta di moderno roveto ardente: «Vedesti nel ghetto ciò che non ognuno vede …  /che nulla che accade è del tutto compiuto … / così ci diceva lo spirito dell’utopia, / in cui consolazione e pena oscuramente son uno». Come in Benjamin il presente messianico fa rivivere a attualizza un “certo” passato così in Scholem la speranza nella redenzione è intrisa di déjà vu, quasi che, incomprensibilmente, tutta la potenza necessaria alla cura e al riscatto dell’essere fosse nascosta in qualche piega del reale – sapere dove, questa è la vera domanda. E forse – la vena delle poesie è spesso crepuscolare – in tanto attendere s’è persa l’occasione irripetibile. «Non possiamo mai tornare a casa … / l’ora della redenzione è passata / il tramonto dell’ultima sera, lieve».
Scholem non si accontenta di una lettura solo estetica, impressionistica. Il suo tormento è quello, novecentesco, di “capire come”, magari per via di versi e non solo con il metodo impersonale del saggio. Quale chiave apre lo scrigno del passato? Se l’angelo accucciato nel divenire “non è simbolico”, di quale pasta è mai fatto? Di luce, certo, e di un bel po’ di buio, anche questo è sicuro.




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